"Se ami le auto sportive ce l'hai piccolo": il solito studio inglese che rispolvera vecchi cliché

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24 aprile 2026, 9.30
Vista frontale della Fiat Topolino color Corallo e della supercar Maserati GT2 Stradale blu mentre viaggiano affiancate sulle strade di Sanremo nello spot "Non c'è gara".
Se vi emozionate davanti al sound di un V8, se apprezzate l'aerodinamica di una supercar o se risparmiate una vita per mettervi in garage l'auto dei vostri sogni, la diagnosi è servita: siete solo uomini insicuri in cerca di una compensazione anatomica. Non è la battuta di un comico, ma la tesi centrale di una vera e propria ricerca pubblicata dal Dipartimento di Psicologia Sperimentale dell’University College di Londra (UCL).
Con il titolo – a dir poco inequivocabile – di "Small penises and fast cars: evidence for a Psychological link" (Peni piccoli e auto veloci: prove di un legame psicologico), un gruppo di accademici britannici ha deciso di ergersi a giudice della passione automobilistica, riducendo l'amore per la meccanica a un banale e volgare complesso di inferiorità.

Un esperimento basato sull'inganno psicologico

Per dimostrare questa suggestiva (e forse preconcetta) teoria, i ricercatori hanno preso a campione 200 uomini di età compresa tra i 18 e i 74 anni. Ma è il metodo utilizzato a lasciare perplessi.
Agli intervistati gli scienziati hanno comunicato loro che le dimensioni medie dell'organo genitale maschile fossero decisamente superiori alla realtà. L'obiettivo era creare artificialmente un senso di inadeguatezza nel campione, inducendo gli uomini a credere di essere anatomicamente "sotto la media". In questo stato di presunta frustrazione indotta, è stata posta loro – nascosta tra altre domande – la fatidica questione: quanto desiderassero un'auto sportiva. Il risultato sbandierato dai ricercatori è che gli uomini (specialmente gli over 30) indotti a sentirsi "meno dotati" mostravano una maggiore propensione all'acquisto di una vettura ad alte prestazioni.

In difesa dell'automobile: ingegneria, non compensazione fallica

Lo studio londinese del 2023 sembra ignorare completamente la realtà dei fatti e la complessità della cultura motoristica. Condannare l'amore per le auto sportive come una mera "protesi dell'ego" significa mortificare decenni di progresso tecnologico, design industriale e successi sportivi. Chi ama un'auto sportiva ne apprezza il bilanciamento dei pesi, la precisione dello sterzo, l'estetica mozzafiato firmata da grandi designer e il patrimonio storico del marchio. Piace l'oggetto in sé, per le emozioni che trasmette alla guida.
Inoltre, la ricerca sembra cadere in un macroscopico pregiudizio di genere: associa esclusivamente al maschio insicuro il desiderio di velocità, ignorando del tutto il crescente numero di donne appassionate di automobilismo e motorsport.
La pretesa di dover attribuire a ogni costo una valenza patologica o compensativa all'acquisto di una vettura sportiva (come se un cofano lungo dovesse per forza sostituire qualcos'altro) appare oggi tristemente anacronistica.
Mentre gli appassionati continuano a ritrovarsi nei raduni, nei track-day e nei saloni per celebrare l'eccellenza motoristica, l'amara constatazione è che forse il vero complesso di inferiorità non risiede nel garage di chi acquista una sportiva, ma in chi non riesce ad accettare che una bella automobile possa semplicemente essere amata per quello che è.
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