L'Europa ha deciso di rifarsi il trucco, o meglio, di
ridisegnare il contenuto dei nostri portafogli. La Banca Centrale Europea (BCE) ha recentemente svelato le proposte finaliste per il
restyling delle banconote in euro, aprendo un
sondaggio pubblico per far scegliere ai cittadini. I macro-temi selezionati per rappresentarci nel mondo sono vari, ma oscillano tra l'astratto ("Cultura europea" raccontata attraverso ritratti o mani) e il bucolico ("Fiumi e uccelli" o "Paesaggi").
Spulciando tra i bozzetti troviamo il genio di Leonardo da Vinci, la voce immortale di Maria Callas, le note di Beethoven e il pionierismo di Marie Curie. E poi, nella sezione naturalistica, avocette, martin pescatori, fiumi e paesaggi bucolici.
Tutto molto poetico, istituzionalmente ineccepibile e politicamente corretto. Ma per noi, e per i milioni di europei che vivono di pane, asfalto e motori, la domanda sorge spontanea e bruciante: come è possibile che in nessuna di queste proposte ci sia il benché minimo riferimento all'automotive?
L'Europa è, senza mezzi termini, la culla mondiale dell'automobile. È il continente in cui il motore a scoppio ha emesso i suoi primi, irregolari vagiti, trasformando radicalmente non solo il panorama industriale globale, ma il concetto stesso di libertà umana. Se l'obiettivo dichiarato della BCE è quello di celebrare l'identità condivisa e i traguardi che hanno plasmato il nostro patrimonio comune, l'assoluta assenza del mondo dei motori è un'omissione clamorosa, per non dire colpevole.
Perché, agli occhi dei vertici di Francoforte, l'innovazione di Karl Benz non è considerata "Cultura europea"? Perché non c'è spazio per la determinazione visionaria di Enzo Ferrari, Ferruccio Lamborghini o Vincenzo Lancia, per la genialità tecnica di Ferdinand Porsche, Pininfarina e per il mito sportivo di Ettore Bugatti o per l'epopea industriale di dinastie come i Peugeot? I brand automobilistici del Vecchio Continente – da Maranello a Stoccarda, da Monaco a Parigi – non sono mai stati dei semplici costruttori. Sono stati, e sono tuttora, veri e propri ambasciatori della tecnologia, del design e dello stile di vita europeo. Le curve sinuose di una vecchia Alfa Romeo, la solidità inossidabile di una Mercedes-Benz o l'eleganza di una Lancia hanno fatto la storia dell'ultimo secolo lasciando un impatto sociale pari a quello di una sinfonia o di un dipinto rinascimentale.
Eppure, nei palazzi delle istituzioni si preferisce voltar pagina. Questa "dimenticanza" grafica non è un episodio isolato, ma si inserisce in un contesto politico ben preciso che noi denunciamo spesso con forza. Arriva a valle di un percorso normativo miope, segnato dalle scellerate regole imposte all’industria automotive con la scadenza del 2035. Queste direttive, figlie di un’ideologia e non della pragmatica analisi industriale, stanno già provocando danni immensi a tutti i costruttori europei, minando la competitività di un settore intero.
Con questa scelta estetica sulle banconote, l’Unione Europea si conferma ancora una volta nemica dell'unica vera grande industria europea rimasta capace di impiegare tante persone e di sostenere interi sistemi economici nazionali. Invece di difendere e celebrare un'eccellenza che ci invidiano in tutto il mondo, Bruxelles e Francoforte sembrano aver deciso che l’auto europea debba scomparire: prima dalle fabbriche e dalle strade, e ora persino dalla nostra memoria.
Cancellare l'auto dal volto della nostra valuta significa voltare le spalle all'identità di un comparto che dà lavoro a milioni di famiglie. L'identità europea non è fatta solo di stormi in volo o di vecchi spartiti. È stata forgiata anche nell'acciaio, tra i banchi di prova, nelle gallerie del vento, con il coraggio dei piloti e il sudore degli operai. Peccato che, a quanto pare, l'Europa preferisca guardare gli uccellini volare, ignorando deliberatamente il motore industriale e sociale che l'ha spinta con forza nel futuro.