Ho ventisei anni e mi occupo di automobili per lavoro. Ogni
giorno scrivo di nuovi modelli, tecnologie, motorizzazioni, tendenze di
mercato, e ogni giorno mi trovo di fronte a una contraddizione che diventa
sempre più difficile da ignorare: le auto che dovremmo comprare per salvare
il pianeta costano quanto uno stipendio annuale. A volte due.
Non è una lamentela generazionale fine a sé stessa. È una
constatazione concreta, che emerge ogni volta che parlo con coetanei che
si trovano davanti alla stessa scelta: un'utilitaria elettrica o ibrida di
base da 28.000 euro, o un'Alfa Romeo del 2008 con 150.000 km e un motore
diesel da ripassare, acquistabile con 3.000 euro in contanti. La risposta,
quasi sempre, è la seconda.
La generazione più green che preferisce il diesel vecchio di vent'anni
Siamo la generazione dei Fridays for Future, delle manifestazioni
per il clima, delle app per calcolare l'impronta carbonica della propria
dieta. Siamo cresciuti con l'idea che il cambiamento climatico fosse la sfida
definitiva della nostra epoca, e lo crediamo davvero. Poi arriviamo sul
mercato del lavoro, proviamo a mettere insieme i soldi per comprare un'auto, e
scopriamo che la narrativa green si scontra con una matematica brutale.
Un'automobile elettrica o ibrida di ingresso gamma oggi
costa mediamente tra i 25.000 e i 35.000 euro. La Citroën ë-C3, una
delle elettriche più accessibili, parte da circa 23.300 euro. La Renault 5
elettrica, pubblicizzata come l'auto per i giovani, si avvicina ai 25.000. Le
ibride non se la cavano molto meglio: una Toyota Yaris Hybrid, tra le più convenienti
del segmento, supera i 25.000 euro nella configurazione base. Cifre che,
per chi entra nel mercato del lavoro con contratti a tempo determinato, stage
retribuiti 600 euro al mese o partite IVA che faticano a superare i 1.200 euro
netti, sono semplicemente fuori portata.
E poi c'è il costo di esercizio, che nessuno racconta
onestamente. L'elettricità in Italia ha ormai superato abbondantemente 1
euro per kWh alle colonnine pubbliche, il che significa che fare il pieno
di energia a una piccola elettrica può costare quanto un pieno di benzina su
un'utilitaria. La promessa del "costo per chilometro più basso" regge
solo se si ricarica a casa con un contratto vantaggioso, ma per chi vive in un
appartamento senza wallbox privata, quella promessa svanisce. E la benzina,
nel frattempo, non è di certo scesa.
Aggiungo una considerazione che mi sembra onesta: il vero
elettrico, quello maturo e completo, non è ancora arrivato. Quello che
abbiamo oggi è una versione transitoria, ancora incompiuta sul fronte
delle infrastrutture, dell'autonomia reale in certe condizioni e
dei costi di esercizio per chi non ha una situazione abitativa ideale. Le ibride,
dal canto loro, rappresentano un compromesso sensato in teoria, ma a
prezzi che le rendono inaccessibili per chi non ha già una base economica
solida.
E allora si compra il vecchio diesel. Non per nostalgia, non
per passione per i motori termici, ma per necessità. Un'auto di 15-20 anni con
qualche ammaccatura e i sedili consumati porta comunque da A a B, e costa
quanto qualche mensilità messe da parte.
Il lavoro: il problema che nessuno vuole nominare
C'è però una conversazione più scomoda che si dovrebbe fare,
e che riguarda il lavoro. Perché il vero nodo non è solo il prezzo delle
auto elettriche: è che la mia generazione, in larga parte, non guadagna
abbastanza per permettersi quasi nulla al di fuori delle spese di sopravvivenza.
Siamo ancora immersi in una narrativa tossica che suona più
o meno così: "ringrazia che stai lavorando", come se
l'occupazione fosse un favore che il datore di lavoro ti concede, piuttosto
che un diritto e uno scambio equo tra prestazione e compenso. Contratti a
tempo determinato rinnovati di trimestre in trimestre, stage che si prolungano
ben oltre i termini di legge, partite IVA imposte per aggirare i costi del
lavoro dipendente, retribuzioni che non si sono adeguate all'inflazione
post-Covid mentre i prezzi di tutto, dalle case alle automobili, sono
saliti in modo vertiginoso.
Non è una questione di pigrizia o di aspettative
eccessive. È una questione di matematica, ancora una volta. Se il tuo
stipendio netto è 1.300 euro al mese, paghi 700 euro di affitto, 150
di utenze, 200 di spesa e cerchi di mettere qualcosa da parte per le
emergenze, il margine che rimane per un finanziamento su un'auto nuova è
semplicemente inesistente. E allora si compra il diesel di vent'anni fa, e
ci si sente anche un po' colpevoli perché sai bene cosa significa per le
emissioni.
L'auto cinese: la soluzione che crea un altro problema
C'è un elefante nella stanza che vale la pena nominare: le
auto cinesi. BYD, MG, Omoda, Leapmotor, Xpeng. Marchi che fino a qualche
anno fa erano sconosciuti ai più e che oggi stanno riempiendo le strade europee
con vetture ibride ed elettriche a prezzi che, almeno sulla carta, sembrano
finalmente umani.
E allora sì: per la mia generazione, l'auto cinese
rappresenta in questo momento forse l'unica strada concreta verso una mobilità
più sostenibile a prezzi accettabili. Ma è una strada piena di
contraddizioni, e sarebbe disonesto non riconoscerle.
La prima è quella industriale, e la stiamo vedendo in
diretta. Ogni punto percentuale di quota di mercato che i costruttori cinesi
conquistano in Europa è un punto sottratto a Volkswagen, Stellantis,
Renault. Aziende che danno lavoro a centinaia di migliaia di persone tra
operai, ingegneri, tecnici, fornitori. La crisi di Volkswagen che seguiamo da
mesi, i tagli di Stellantis, le difficoltà di tutta la filiera europea
dell'automotive: non sono fenomeni separati dall'ascesa cinese, ne sono in
parte la conseguenza diretta. E qui il cortocircuito si fa doloroso: la mia
generazione, quella che non riesce a permettersi un'auto europea, sta
involontariamente contribuendo a erodere il tessuto industriale del continente
in cui vive.
La seconda contraddizione è quella geopolitica.
Comprare un'auto cinese nel 2026 significa, in qualche misura, sostenere un
sistema industriale che opera in un contesto politico molto diverso da quello
europeo, con standard lavorativi e ambientali che non sempre reggono al
confronto. È una semplificazione, lo so, e il dibattito è molto più
complesso. Ma è una considerazione che chi fa scelte consapevoli non può
ignorare del tutto.
La terza, più pratica, riguarda l'incertezza sul lungo
periodo. I marchi cinesi in Europa sono giovani, la rete assistenza è
ancora in costruzione, il valore di rivendita è tutto da scoprire. Comprare una
BYD o una MG oggi significa scommettere sulla solidità di un'azienda e di una
rete commerciale che non hanno ancora la storia decennale di un concessionario
Toyota o Volkswagen dietro l'angolo.
La mia opinione, se mi è consentito averla in un articolo
che è già abbastanza personale, è che l'auto cinese sia un sintomo più che
una soluzione. Il fatto che siano i costruttori di Shenzhen e
Pechino a riempire il vuoto lasciato dai marchi europei nel segmento
accessibile non è una vittoria del mercato, è il segnale che qualcosa
nel modello industriale e nella politica economica europea si è rotto
e toccherà a qualcuno aggiustarlo, prima che il danno diventi irreparabile.
Nel frattempo, la mia generazione continua a fare i conti
con quello che c'è.
I costruttori che hanno dimenticato i giovani
Collegandomi con quello che ho scritto prima c'è un'altra
responsabilità che vale la pena nominare, ed è quella dei costruttori del
nostro continente. L'industria automobilistica europea ha progressivamente
abbandonato la fascia di mercato che avrebbe potuto appassionare le nuove
generazioni alle quattro ruote. Le piccole utilitarie economiche, quelle
che negli anni Ottanta e Novanta rappresentavano il primo accesso
al mondo dell'auto per milioni di giovani, sono quasi sparite. La Fiat Panda,
rimasta uno degli ultimi baluardi di quella filosofia, è oggi circondata da
modelli che ambiscono tutti al segmento premium, con prezzi e
posizionamenti che parlano a un pubblico adulto e già affermato.
Le auto che infiammavano la passione dei giovani esistono
ancora, ma costano. Una Hyundai i20 N, una delle hot hatch più
accessibili del segmento, supera i 30.000 euro. Una Golf GTI si
avvicina ai 40.000. Una Porsche, un sogno Ferrari, una
qualsiasi sportiva con un'identità forte sono diventate oggetti da un'altra
dimensione economica, accessibili quasi esclusivamente attraverso il mercato
dell'usato (e ancora).
Il risultato è che una generazione intera sta crescendo
senza sviluppare quel rapporto con l'automobile che ha caratterizzato quelle
precedenti. Non per disinteresse, ma perché il mercato non ha lasciato
spazio.
La contraddizione che non si risolve da sola
Quello che mi disturba di più, in tutto questo, è la disonestà
intellettuale con cui la transizione ecologica viene raccontata. Si
chiede ai giovani di essere i protagonisti del cambiamento climatico, di
scegliere la mobilità sostenibile, di rinunciare al motore termico. Ma nessuno
parla seriamente di mettere questi stessi giovani nelle condizioni economiche
di fare quelle scelte.
Gli incentivi all'acquisto di auto elettriche o ibride,
quando esistono, sono spesso accessibili solo a chi ha già un reddito
sufficiente per ottenere un finanziamento o per anticipare la differenza tra
sconto e prezzo finale. Le infrastrutture di ricarica nei centri urbani dove i
giovani vivono, spesso in appartamenti senza box o garage privati, sono ancora
insufficienti. E il costo dell'energia alle colonnine pubbliche, che in Italia
ha ormai superato abbondantemente 1 euro per kWh, rende il risparmio promesso
dall'elettrico una chimera per chi non può ricaricare a casa.
Il mercato dell'elettrico usato, che potrebbe rappresentare
una via d'accesso più democratica, è ancora troppo giovane per offrire vetture
affidabili a prezzi davvero accessibili. E le ibride usate di qualche anno fa,
quelle che in teoria sarebbero alla portata, presentano spesso costi di
manutenzione sulla componentistica ibrida che spaventano chi non ha margini
economici per gli imprevisti.
Non ho una soluzione semplice da proporre. Non è un articolo
con una risposta in fondo. È solo la constatazione che stiamo chiedendo a una
generazione di fare scelte costose in un contesto economico che non glielo
permette, e che poi ci stupiamo se quella stessa generazione compra il vecchio
diesel e lo guida finché non si rompe.
Sarebbe onesto, ogni tanto, ammetterlo.