Mario Draghi ha ragione. Per una volta che il tecnocrate dal loden impeccabile si concede il lusso di un’affermazione ovvia, non possiamo che dargli credito: fermare i motori endotermici senza prima aver disseminato l’Europa di colonnine di ricarica è come abolire il pane senza aver piantato i campi di grano.
Eppure, Bruxelles sembra vivere in un universo parallelo, dove la transizione ecologica si impone per decreto e l’industria segue a ruota con un inchino. Il problema non è il cambiamento, ma il metodo. Draghi lo dice chiaro: si può spingere l’elettrico, ma senza una rete capillare di ricarica si finisce solo per demolire un settore senza costruirne un altro. Un suicidio industriale in piena regola, in nome di un’ideologia green che somiglia sempre più a un dogma.
Aggiungiamoci poi il dettaglio – non proprio trascurabile – che l’Europa, mentre chiude le fabbriche di auto tradizionali, lascia il mercato dei semiconduttori in mano ai cinesi e l’energia a prezzi stellari, rendendo la produzione in casa una missione impossibile. Il punto di Draghi è semplice: servono fatti, non proclami. L’Europa ha già perso il treno del digitale, ora rischia di vedersi sfilare sotto il naso anche quello della mobilità. E mentre i burocrati di Bruxelles si esercitano nell’arte del rinvio, l’unico motore che gira davvero a pieno regime è quello della decrescita. Felice? Neanche un po’.