Nel 1994
Porsche realizzò un prototipo sorprendente e che potremmo definire “spiazzante”: la
C88, una berlina compatta
destinata al mercato cinese. Il progetto nacque in risposta a un’iniziativa del Governo della Repubblica Popolare Cinese, che invitò alcune delle principali case automobilistiche internazionali a sviluppare un nuovo modello “nazionale” da
produrre localmente. La proposta di Stoccarda prese forma in tempi record:
appena quattro mesi, grazie anche alla collaborazione con la torinese
Stola, partner tecnico di lunga esperienza. La vettura fu svelata al pubblico in occasione del
Salone dell’Automobile di Pechino del 1994.
All’epoca,
Porsche attraversava una delle fasi economiche più delicate della propria storia. Ancora indipendente e non ancora legata al
Gruppo Volkswagen, la Casa tedesca vedeva le vendite crollare vertiginosamente: dalle
30.471 unità del 1986 si passò a
9.139 nel 1990, fino al tracollo del 1993, quando appena
3.729 vetture lasciarono le concessionarie. La prospettiva del fallimento era concreta. Fu in questo contesto di austerità e ricerca di
nuovi sbocchi commerciali che Porsche decise di aderire al programma cinese.
La Cina alla ricerca della “vettura del popolo”
All’inizio degli anni ’90, il Partito Comunista Cinese guardava con crescente preoccupazione al ritardo del proprio comparto automobilistico rispetto alle grandi potenze industriali. Per decenni, solo una ristretta élite aveva potuto permettersi un’auto privata, considerata simbolo del capitalismo.
Negli anni Ottanta, l’apertura economica portò alla nascita di joint venture con gruppi come American Motors, Peugeot e Volkswagen, ma il vero cambio di passo arrivò nel 1994, quando il Consiglio di Stato emanò una nuova politica industriale, dichiarando ufficialmente che “lo Stato incoraggia l’individuo all’acquisto di un’automobile”.
Nacque così il progetto “China Family Car”, volto a selezionare un modello economico, funzionale e spazioso, in grado di trasportare cinque persone e di essere prodotto in collaborazione con la First Automobile Works (FAW). L’obiettivo era ambizioso: creare la “vettura del popolo cinese”, sul modello della filosofia del Maggiolino.
Le proposte Porsche per il progetto China Family Car
Porsche rispose all’invito presentando
tre diverse configurazioni. La prima era una
hatchback a tre porte per quattro passeggeri, con un motore da
1,1 litri a quattro cilindri da 47 CV, trazione anteriore e cambio automatico a quattro rapporti, in grado di raggiungere i 100 km/h in circa 20 secondi. La seconda, di segmento intermedio, era pensata come piattaforma modulare, adattabile a
berline, station wagon, pick-up e furgoni, mantenendo lo stesso propulsore ma con prestazioni più contenute (0-100 km/h in 22 secondi).
Infine, la terza proposta, quella destinata a diventare la
C88, era una
berlina a quattro porte leggermente più piccola di una Volkswagen Fox, equipaggiata con un 1.100 cc da
67 CV e cambio manuale a cinque marce. Il modello era progettato per toccare i
165 km/h e accelerare da 0 a 100 in 16 secondi. Porsche prevedeva di offrire dotazioni opzionali avanzate per l’epoca, come
airbag anteriori, ABS, cerchi in lega e
cambio automatico, oltre alla possibilità di un motore diesel aspirato da 1,6 litri. L’auto sarebbe stata conforme alle
norme europee di sicurezza ed emissioni, anticipando lo standard
Euro 2.
Porsche C88: design e commercializzazione
Solo la terza proposta, disegnata da Harm Lagaay, superò la fase di concept. Il suo stile, dalle linee morbide e moderne, era volutamente sobrio per non invecchiare precocemente. L’intero progetto venne realizzato a Rivoli, negli stabilimenti Stola, che costruì la scocca in fibra di vetro a partire da un modello in argilla sviluppato in Germania. Gli interni furono interamente ideati e realizzati dall’azienda italiana, con la consulenza di un tecnico e di un ingegnere cinesi per allinearsi ai gusti del mercato locale.
La presentazione ufficiale avvenne nel
novembre 1994, con l’amministratore delegato
Wendelin Wiedeking che pronunciò in cinese mandarino il discorso di lancio. Nonostante un’accoglienza moderata, il governo cinese mostrò apprezzamento, spingendo
Porsche a ipotizzare uno
stabilimento di produzione locale con una capacità di
300.000-500.000 unità annue, un numero impressionante per l’epoca.
Estetica simbolica: la berlina per la famiglia cinese
La
Porsche C88 era una
berlina tre volumi compatta a quattro porte, concepita con un linguaggio stilistico semplice ma curato. Wiedeking spiegò che il design nacque dopo “numerose conversazioni con esperti e giornalisti cinesi”, per dare alla vettura “
un’estetica radicata nella cultura locale”.
Il nome stesso era ricco di significati: la lettera “C” alludeva non solo a “China”, ma anche a “cheapness” (economicità), “comfortness” (comodità) e “cleanness” (pulizia). Il numero
8, considerato portafortuna, era ripetuto per indicare anche il prezzo previsto:
88.000 yuan.
Al posto del classico stemma
Porsche, il cofano e il volante portavano un
triangolo stilizzato con tre cerchi, simbolo della “famiglia tradizionale” (padre, madre e figlio), in riferimento diretto alla politica del figlio unico vigente in Cina. Non a caso, solo un posto posteriore era omologato per un bambino e Porsche realizzò persino un
seggiolino dedicato, integrato nel design dei sedili.
Semplicità prima di tutto
Esternamente la C88 richiamava alcune compatte europee e asiatiche del periodo – da
Ford Focus a
Daewoo Nexia, fino alla
Lancia Lybra – ma con un’impronta più tondeggiante e armoniosa, in linea con quello che sarebbe stato il modellato delle
Porsche di quegli anni. Il posteriore, con
fanali integrati nelle linee del portellone e un bagagliaio da 400 litri, evidenziava un’attenzione inedita al design funzionale. Le
ruote da 15 pollici con cerchi in acciaio e i
paraurti anteriori pronunciati completavano l’aspetto solido e pratico della vettura.
All’interno, lo stile era
minimalista e razionale. La plancia asimmetrica, arrotondata e realizzata da
Stola, integrava una piccola
console digitale e un
orologio analogico accanto al tachimetro, in un equilibrio fra semplicità e modernità. I materiali, principalmente
plastica e tessuto color sabbia, garantivano costi contenuti. Erano presenti
aria condizionata e autoradio, mentre gli specchietti laterali erano regolabili manualmente. Un abitacolo spartano ma funzionale, coerente con la filosofia dell’auto popolare che avrebbe potuto cambiare la storia dell’automobilismo cinese (e della stessa
Porsche).
Cancellazione del progetto e conseguenze
Nel 1995, tuttavia, il progetto
China Family Car fu inspiegabilmente sospeso. Nessuno dei costruttori coinvolti – tra cui
Chrysler, Fiat, Ford, Mercedes-Benz, Mitsubishi, Opel e Porsche – ottenne il contratto, nonostante gli investimenti significativi.
Secondo
Dieter Landenberger, direttore del Museo
Porsche che ospita in esposizione il prototipo, il governo cinese “
ringraziò soltanto e trattenne le idee”, e molti tratti stilistici della C88 sarebbero poi riapparsi in diversi modelli cinesi successivi. Porsche tentò di riutilizzare il progetto per
aprirsi al mercato indiano, ma anche in quel caso l’operazione non ebbe seguito e il concept venne infine ceduto a un costruttore locale, che rinunciò a produrlo.
Autore: Federico Signorelli