All’interno della Collezione Bertone, oggi conservata Stellantis Heritage Hub in via Plava a Torino, si “nascondono” numerose vetture davvero singolari. Modelli molto diversi tra loro ma spesso uniti da un filo rosso, come quello del divertimento che corre tra le Chrysler-Simca Shake, Suzuki Go e FIAT 127 Village.
Iniziamo con la Chrysler-Simca Shake (foto di copertina), presentata al Salone di Parigi del 1970, dove riuscì a catturare rapidamente l’attenzione e l’ammirazione del pubblico, soprattutto dei più giovani. Erano anni in cui il fenomeno delle “automobili per il tempo libero” era ormai esploso, anche grazie alle iconiche Dune Buggy di Meyers Manx.
Questo prototipo rappresentò un’audace reinterpretazione del mondo delle dune buggy: veicoli noti per il loro fascino selvaggio, il divertimento di guida, la robustezza e le ottime capacità in fuoristrada. Bertone, da sempre sinonimo di innovazione, affrontò il progetto con una visione organica, elevando il classico buggy da semplice creazione artigianale a veicolo raffinato e completo.
Dal momento che Chrysler stava fornendo le carrozzerie alla Chrysler-Simca in Francia per la 1200 S Coupé (anch’essa realizzata da Bertone su disegno di Giorgetto Giugiaro), si decise di sviluppare una dune buggy sulla base delle configurazione longitudinale del motore posteriore della Simca, forse tenendo in considerazione la possibilità di generare future commissioni.
Stilizzata da Marcello Gandini, la Shake Montava un motore a 4 cilindri in linea da 1.204 cc e 84 CV, insieme al relativo telaio, offrendo così una solida base tecnica per il progetto. La sfida di Bertone non fu solo estetica: oltre a interpretare lo spirito del buggy, era fondamentale rispettare adeguati standard di sicurezza, sia per la guida su strada che in fuoristrada. Da qui derivano soluzioni come il roll-bar accuratamente progettato e le diverse protezioni tubolari. Tutti questi elementi tecnici furono integrati armoniosamente con scelte stilistiche innovative, dando vita a un insieme coerente, originale e ben riuscito.
Realizzata in tre esemplari (di cui due oggi parte della Collezione Bertone), la Shake rappresenta una chiara dimostrazione della capacità di Bertone di reinterpretare concetti automobilistici consolidati, intercettando il crescente interesse per veicoli avventurosi, raffinati e capaci di stimolare l’immaginazione di una generazione in cerca di nuove esperienze.
Suzuki Go: oltre l’immaginazione
Con l’obiettivo di attirare l’attenzione della Suzuki Motors e dell’industria automobilistica giapponese in forte crescita, Bertone sviluppò un veicolo anfibio altamente innovativo. Come dichiarò Marcello Gandini: “Sono stato ispirato dai sempre più popolari gommoni gonfiabili”.
Il risultato fu un veicolo a due posti, dotato di un ampio vano di carico lungo e piatto, progettato per trasportare oggetti anche ingombranti, come una motoslitta o una moto da cross. Il carico era facilitato da una rampa posteriore, che fungeva anche da portellone e poteva essere abbassata tramite comandi azionati dal volante.
Il sistema di propulsione era altrettanto originale: un motore motociclistico a 3 cilindri, 2 tempi, raffreddato ad acqua, da 750 cc e 67 CV, posizionato dietro il conducente. La trasmissione avveniva tramite catena alle ruote posteriori, abbinata a un cambio differenziale-invertitore a 5 velocità sviluppato da Bertone, che permetteva ben cinque marce in avanti e cinque in retromarcia. Il radiatore e un piccolo vano bagagli erano collocati dietro il sedile del passeggero. Le caratteristiche tecniche, come gli pneumatici fuoristrada, l’altezza da terra ridotta e gli sbalzi minimi, consentivano alla Suzuki Go di affrontare percorsi in fuoristrada leggero e neve.
Fuori dagli schemi, ma realizzabile
In caso di guado, il prototipo era progettato per galleggiare. Per muoversi in acqua bastava installare un motore fuoribordo dal portello posteriore, trasformandolo di fatto in un piccolo “gommone-motoscafo”. L’intero design era stato pensato anche per questa funzione.
Tra gli elementi più originali spiccavano le prese d’aria asimmetriche sui fianchi: quelle sul lato sinistro (dove era posizionato il motore) erano più numerose rispetto a quelle sul lato destro. Era inoltre disponibile, come optional, una copertura in tela con telaio dedicato. I sedili erano realizzati con strisce di imbottitura, progettate per permettere all’acqua e alla neve di defluire facilmente. Verniciata in un verde brillante, la Suzuki Go (da Go-anywhere) fu presentata al Salone di Bruxelles del 1972, suscitando curiosità e simpatia. Nel comunicato stampa ufficiale, Bertone evitò di definirla secondo una categoria precisa, descrivendola piuttosto come una vettura capace di rispondere a bisogni diversi, fuori dagli schemi, ma allo stesso tempo pratica e producibile.
FIAT 127 Village: praticità e divertimento
La FIAT 127 Village venne presentata nel 1974 al Salone di Ginevra, conquistando l’interesse del pubblico e confermando la straordinaria versatilità di Marcello Gandini, capace di progettare non solo supercar radicali, ma anche veicoli multiuso funzionali e pratici. In un periodo segnato dalla crescente attenzione al consumo di carburante, Bertone raccolse la sfida sviluppando un veicolo semplificato, versatile e orientato al tempo libero, capace di restituire piacere e leggerezza all’esperienza automobilistica. Il successo di modelli come la Citroën Méhari e la Renault Rodeo spinse Bertone a esplorare questa nicchia, ipotizzando una versione ricreativa basata sulla FIAT 127, con l’obiettivo di convincere FIAT ad ampliare la propria gamma.
Dal punto di vista strutturale, la 127 utilizzava una scocca portante (monoscocca), quindi rimuovere semplicemente il tetto avrebbe compromesso la rigidità. Per questo motivo fu progettato un complesso telaio tubolare, che sostituiva i montanti originali, integrando un robusto roll-bar (assente su Méhari e Rodeo) e diventando al contempo un elemento distintivo del design.
Una trasformista
La FIAT 127 Village introduceva un innovativo concetto di design modulare, che permetteva di trasformare il veicolo in base alle esigenze: spider, furgone, pick-up e altre configurazioni. Nel contesto della crisi energetica del 1973, Gandini ritenne poco sensato proporre un’auto esclusivamente ricreativa. Per questo motivo progettò un sistema che consentisse di adattare la vettura a diversi utilizzi, grazie all’aggiunta di pannelli modulari rinforzati, caratterizzati da motivi grafici geometrici. Questi pannelli potevano essere montati direttamente dall’utente, rendendo la Village una vera auto trasformabile: perfetta per il tempo libero un giorno, e utilizzabile come pick-up o veicolo da lavoro il giorno successivo.
Dal modello di serie vennero mantenuti sia la base meccanica sia il celebre motore a 4 cilindri in linea da 903 cc e 47 CV. Le dimensioni restavano simili a quelle della 127 standard: lunghezza di 3,5 metri, larghezza di 1,52 metri e altezza di 1,38 metri.