Spesso, nel mondo dell’automotive, discutiamo dell’utilità
delle
dashcam come strumenti di tutela assicurativa o di sicurezza stradale. Ma
nell’aula bunker di Rebibbia, un dispositivo montato sul parabrezza è diventato
il testimone chiave in un processo per omicidio. È la tecnologia di bordo ad
aver tradito
Mark Samson, svelando i retroscena agghiaccianti della morte di
Ilaria Sula, studentessa de La Sapienza uccisa dall'ex fidanzato.
Mentre l'imputato sedeva impassibile accanto ai suoi legali,
l'impianto audio della Corte d'Assise ha riprodotto ciò che quel "terzo
occhio" elettronico aveva registrato ben prima del delitto. La vettura,
solitamente considerata un abitacolo privato e isolato dal mondo, si è
trasformata in una scatola nera che ha captato la premeditazione e la furia
dell'assassino.
L’auto come confessionale
Dalle analisi peritali depositate nel processo dai tecnici
del Pubblico Ministero, emerge un quadro inquietante. La dashcam, che
solitamente registra il traffico, ha immortalato i monologhi di Samson mentre
era alla guida, ignaro che quelle parole sarebbero diventate la prova regina
contro di lui. «Non è giusto che soffro solo io, deve soffrire anche lei, non
lo vede come soffro», recita la voce metallica riprodotta in aula. E ancora,
minacce dirette che prefiguravano l'orrore: «Se inizia a dirmi le ca...te la
metto nell’acquario. La affogo». L'abitacolo dell'auto ha raccolto lo sfogo di
una rabbia covata nel tempo, basata su un'ossessione di controllo: «Non mi fa
neanche male chiamarla p.....a, perché quello è, ho visto con i miei occhi sul
computer».
La dinamica e il depistaggio digitale
Se la dashcam ha fornito la prova delle intenzioni, la
ricostruzione dei fatti ha confermato la brutalità dell'esecuzione, avvenuta
non in strada ma nell'abitazione del ragazzo. Samson ha confessato di aver
colpito Ilaria con due fendenti alla schiena usando un coltello da cucina,
mentre la vittima faceva colazione. «Ha gridato poco», ha riferito freddamente
agli inquirenti. Successivamente, il corpo è stato occultato in una valigia e
gettato in un dirupo nelle campagne di Capranica Prenestina, un’operazione per
la quale è stata condannata a due anni anche la madre dell'imputato, accusata
di aver aiutato il figlio.
Ma la tecnologia ha giocato un ruolo duplice in questa
vicenda. Se da un lato la dashcam ha incastrato Samson, dall'altro l'assassino
ha tentato di usare i dispositivi digitali per costruire un alibi. Utilizzando
lo smartphone della vittima, il ventitreenne ha simulato l'esistenza in vita di
Ilaria, inviando messaggi a parenti e amici e fingendo che la ragazza si
trovasse in Campania con un altro uomo. Un controllo ossessivo che è proseguito
anche post-mortem: fingendosi Ilaria, Samson ha contattato conoscenti della
ragazza su Messenger per indagare sulle sue precedenti frequentazioni.
La tecnologia forense
«È un mosaico che si sta componendo», ha dichiarato
l’avvocato Giuseppe Sforza, legale della famiglia Sula. L'analisi incrociata
dei supporti informatici — dai dati della dashcam a quelli dello smartphone —
ha permesso di smontare il castello di bugie dell'imputato. Secondo l'accusa,
non si tratta di un delitto d'impeto o di gelosia, ma di «affermazione del sé»
e di «piena premeditazione».
Il caso Sula dimostra come, nell'era moderna, l'auto non sia
più solo un mezzo di trasporto, ma un archivio di dati capace di restituire la
verità giudiziaria. Quella telecamera sul cruscotto, installata forse per
prevenire truffe stradali, ha finito per documentare la cronaca annunciata di
un omicidio.