Un testimone sul cruscotto: Mark Samson incastrato dalla dashcam. È stata lei a svelare il piano dell’omicidio di Ilaria Sula

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20 gennaio 2026, 15.40
schermo della televisione che mostra mark samson che guida la vettura con il telefono in mano
Diritti di TG3
Spesso, nel mondo dell’automotive, discutiamo dell’utilità delle dashcam come strumenti di tutela assicurativa o di sicurezza stradale. Ma nell’aula bunker di Rebibbia, un dispositivo montato sul parabrezza è diventato il testimone chiave in un processo per omicidio. È la tecnologia di bordo ad aver tradito Mark Samson, svelando i retroscena agghiaccianti della morte di Ilaria Sula, studentessa de La Sapienza uccisa dall'ex fidanzato.
Mentre l'imputato sedeva impassibile accanto ai suoi legali, l'impianto audio della Corte d'Assise ha riprodotto ciò che quel "terzo occhio" elettronico aveva registrato ben prima del delitto. La vettura, solitamente considerata un abitacolo privato e isolato dal mondo, si è trasformata in una scatola nera che ha captato la premeditazione e la furia dell'assassino.

L’auto come confessionale

Dalle analisi peritali depositate nel processo dai tecnici del Pubblico Ministero, emerge un quadro inquietante. La dashcam, che solitamente registra il traffico, ha immortalato i monologhi di Samson mentre era alla guida, ignaro che quelle parole sarebbero diventate la prova regina contro di lui. «Non è giusto che soffro solo io, deve soffrire anche lei, non lo vede come soffro», recita la voce metallica riprodotta in aula. E ancora, minacce dirette che prefiguravano l'orrore: «Se inizia a dirmi le ca...te la metto nell’acquario. La affogo». L'abitacolo dell'auto ha raccolto lo sfogo di una rabbia covata nel tempo, basata su un'ossessione di controllo: «Non mi fa neanche male chiamarla p.....a, perché quello è, ho visto con i miei occhi sul computer».

La dinamica e il depistaggio digitale

Se la dashcam ha fornito la prova delle intenzioni, la ricostruzione dei fatti ha confermato la brutalità dell'esecuzione, avvenuta non in strada ma nell'abitazione del ragazzo. Samson ha confessato di aver colpito Ilaria con due fendenti alla schiena usando un coltello da cucina, mentre la vittima faceva colazione. «Ha gridato poco», ha riferito freddamente agli inquirenti. Successivamente, il corpo è stato occultato in una valigia e gettato in un dirupo nelle campagne di Capranica Prenestina, un’operazione per la quale è stata condannata a due anni anche la madre dell'imputato, accusata di aver aiutato il figlio.
Ma la tecnologia ha giocato un ruolo duplice in questa vicenda. Se da un lato la dashcam ha incastrato Samson, dall'altro l'assassino ha tentato di usare i dispositivi digitali per costruire un alibi. Utilizzando lo smartphone della vittima, il ventitreenne ha simulato l'esistenza in vita di Ilaria, inviando messaggi a parenti e amici e fingendo che la ragazza si trovasse in Campania con un altro uomo. Un controllo ossessivo che è proseguito anche post-mortem: fingendosi Ilaria, Samson ha contattato conoscenti della ragazza su Messenger per indagare sulle sue precedenti frequentazioni.

La tecnologia forense

«È un mosaico che si sta componendo», ha dichiarato l’avvocato Giuseppe Sforza, legale della famiglia Sula. L'analisi incrociata dei supporti informatici — dai dati della dashcam a quelli dello smartphone — ha permesso di smontare il castello di bugie dell'imputato. Secondo l'accusa, non si tratta di un delitto d'impeto o di gelosia, ma di «affermazione del sé» e di «piena premeditazione».
Il caso Sula dimostra come, nell'era moderna, l'auto non sia più solo un mezzo di trasporto, ma un archivio di dati capace di restituire la verità giudiziaria. Quella telecamera sul cruscotto, installata forse per prevenire truffe stradali, ha finito per documentare la cronaca annunciata di un omicidio.
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