Mentre il mercato immatricola in positivo, il “paziente
Italia” mostra sintomi di un malessere profondo nella transizione green. Le
auto a batteria stentano, prigioniere di dinamiche che la politica stenta a
governare e l'industria non riesce a digerire. Così i grandi numeri nascondono
una verità scomoda: il ritardo si sta fossilizzando.
Una crescita a due cifre è solitamente un toccasana per
l’industria. Febbraio 2026 chiude con un rassicurante +14% di auto
immatricolate in Italia rispetto allo stesso mese dell’anno precedente. Un
balzo che sembrerebbe raccontare di un mercato frizzante e in ottima salute.
Eppure, dietro il calice mezzo pieno di questi numeri, si nasconde un'ombra che
l’automotive sta cercando disperatamente di affrontare: la transizione
ecologica italiana viaggia col freno a mano tirato. E quel 14% di incremento –
gonfiato ad arte da un'impennata del noleggio a breve termine, che di suo
varrebbe la metà del surplus – maschera un sistema in affanno cronico
sull'elettrificazione.
Perché oggi la vera unità di misura per la salute del
mercato non si conta più in base a quante auto escono dalle concessionarie, ma
a quali auto entrano nel parco circolante nazionale. E su questo fronte,
i dati di febbraio – che certificano i veicoli completamente elettrici (BEV) ad
un faticoso 7,9% di quota – sono un campanello d’allarme.
La sindrome degli incentivi e la "droga" del noleggio
Il mercato elettrico in Italia non vive di vita propria;
vive attaccato al respiratore degli incentivi statali. L'analisi condotta
dall'UNRAE rivela una dinamica preoccupante: le vendite BEV sono "impattate
in modo importante" dai fondi MASE. Si tratta di un effetto distorsivo
classico, che falsa la reale propensione all’acquisto del consumatore. Nel
momento in cui il rubinetto pubblico si allenta, la domanda crolla; quando si
apre, drogheggia temporaneamente le vendite.
È la sintomatologia perfetta di una transizione che non
si regge sulla sua sostenibilità economica o sull'attrattiva
dell'infrastruttura – l’Italia è solo 16ª in Europa per punti di ricarica –
ma su misure a pioggia. Misure necessarie nel breve termine, certo, ma che nel
lungo periodo denotano un fallimento strutturale nella pianificazione della
decarbonizzazione.
Mentre l'Europa veleggia con medie BEV vicine al 20%, e
paesi comparabili come Germania e Francia corrono tra il 22% e il 28%, l'Italia
rimane ostaggio di una riluttanza sistemica. Questo genera un secondo problema:
la condanna ambientale. Un parco auto che non si elettrizza è un parco auto che
mantiene alte le emissioni medie di CO₂, ancorando il nostro Paese su medie ben
superiori a quelle continentali.
Il motore (spento) delle flotte aziendali
Il paradosso italiano diventa evidente quando si analizza il
mercato nel suo spaccato sociale. La spina dorsale del rinnovamento
automobilistico in Europa sono tradizionalmente le flotte aziendali. Le
aziende, spinte da logiche ESG, vantaggi fiscali e cicli di sostituzione molto
rapidi (spesso ogni 3-4 anni), immettono costantemente nel mercato veicoli
moderni e – sempre di più – elettrificati.
In Italia, questo motore è sostanzialmente spento. A
febbraio, le vendite alle società (escludendo il noleggio) non vanno oltre un
modesto 5% del mercato, addirittura in contrazione. Il motivo? L’UNRAE punta il
dito contro un sistema normativo e fiscale antiquato: "deducibilità dei
costi, detraibilità IVA e ammortamenti meno competitivi penalizzano un canale
che presenta un divario tra 8,5 e 21 punti rispetto ai Major Markets".
Senza una riforma fiscale aggressiva per le flotte, l’Italia
perde il suo principale “influencer” ecologico. Le aziende non comprano auto
green, e di conseguenza non le riverseranno tra qualche anno nel mercato
dell'usato a prezzi accessibili per i privati, bloccando di fatto quel circolo
virtuoso che permette a chi non può permettersi un’auto elettrica nuova di
approcciarsi alla mobilità sostenibile.
Il protezionismo europeo non aiuterà l'Italia
E mentre Roma arranca, Bruxelles rischia di complicare le
cose. Il nuovo "Industrial Accelerator Act" – l’imminente pacchetto
UE pensato per arginare la pressione dei competitor asiatici – minaccia di
imporre il principio del Made in Europe. L'idea è di limitare gli
incentivi pubblici solo a quelle auto che contengano almeno il 70% di
componentistica europea.
Una misura protezionistica che, secondo i vertici
dell’UNRAE, rischia di essere un autogol. In un mercato, come quello italiano,
dove l'elettrico è già fermo per ragioni economiche, limitare ulteriormente le
scelte dei consumatori o spingere l'aumento dei costi dei veicoli attraverso
regole doganali rischia di abbattere del tutto l'interesse per la transizione. “La
competitività si costruisce con investimenti e innovazione, non con misure
protezionistiche che rischiano di penalizzare imprese e consumatori”,
chiosa Roberto Pietrantonio, presidente di UNRAE.
L'Italia si trova quindi a un bivio. Se da un lato il
mercato totale continua a registrare un buon livello di vendite generaliste, il
ritardo sull'elettrificazione non è più derubricabile a "scetticismo del
consumatore". È il risultato di una politica fiscale inerte e di
un’infrastruttura che rende la spina un lusso urbano anziché una normalità
nazionale. Senza una cabina di regia che riformi la fiscalità aziendale e
acceleri la posa delle colonnine, il mercato italiano continuerà a festeggiare
record di cui andare poco fieri.