L'ammissione dell’ex N1 di Porsche: "Abbiamo sbagliato sulla Macan"

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07 gennaio 2026, 14.57
Oliver Blume Porsche
Il CEO si ritira per concentrarsi sul Gruppo Volkswagen mentre i margini crollano. Al suo posto arriva l'ex Ferrari Michael Leiters. La sfida? Correggere la rotta su elettrico e Cina.
È la fine di un'era e, forse, l'inizio di una fase di profonda autocritica per uno dei marchi più iconici del mondo. Oliver Blume, il manager che ha guidato la doppia quotazione in borsa e la transizione elettrica, lascia il posto di CEO di Porsche.
Una mossa attesa, spinta dalle pressioni interne al gruppo Volkswagen, ma che arriva in un momento drammatico: la casa di Zuffenhausen, abituata a margini operativi stellari superiori al 15%, si ritrova oggi a non generare quasi più profitti.
A sostituirlo sarà Michael Leiters, figura di spicco con un passato in McLaren e Ferrari, chiamato a risollevare un cavallino rampante tedesco che sembra aver perso il suo passo.

La "Tempesta Perfetta": perché i conti non tornano più

Il crollo della redditività di Porsche non è frutto del caso, ma di una congiuntura sfavorevole che Blume ha riassunto in due fattori critici prima di lasciare la scrivania:
  1. La trappola del "Made in Germany": Porsche produce in Germania ed esporta il 100% dei suoi prodotti. Una strategia che garantisce qualità, ma che oggi sconta costi energetici e lavorativi altissimi.
  2. Il crollo dei mercati chiave: Il mercato del lusso in Cina è crollato dell'80% in pochissimo tempo, passando da 100.000 a sole 40.000 unità vendute l'anno. Parallelamente, gli Stati Uniti impongono dazi sempre più pesanti.
"Porsche è fermamente impegnata in Germania come sito di produzione. Questa è la ragione principale della situazione attuale... I mercati cinese e americano rappresentano ciascuno più del 50% delle vendite." – Oliver Blume

Il "Mea Culpa" sulla Macan Elettrica

L'aspetto più sorprendente dell'addio di Blume è l'ammissione di un errore strategico fondamentale. La scommessa "tutto sull'elettrico" per la best-seller Macan si è rivelata prematura e troppo rigida.
Sebbene la vecchia Macan termica non rispondesse più alla normativa europea GSR 2.0 (sulla sicurezza informatica), aver eliminato le alternative a combustione sui mercati globali ha lasciato il marchio scoperto. Oggi, la Macan elettrica è l'unica opzione, ma la domanda non segue l'offerta.
  • L'errore di valutazione: Blume confessa che la gamma ha mancato di flessibilità. L'idea era avere segmenti misti, ma non necessariamente modelli misti.
  • Il passo indietro: Porsche sta correndo ai ripari sviluppando d'urgenza una nuova versione termica di un SUV compatto (probabilmente basato su Audi Q5) per affiancare l'elettrico.
  • La lezione appresa: Con la Cayenne non si ripeterà lo stesso sbaglio: le versioni ibride e termiche resteranno in vendita parallelamente alla futura versione EV.

Il futuro: Michael Leiters e l'incognita Cinese

Il compito di Michael Leiters sarà titanico. Non dovrà solo ristrutturare i costi, ma gestire una transizione tecnologica che il mercato sembra rifiutare, almeno nei ritmi imposti da Bruxelles.
Mentre la Cina rimane un rebus – con Blume che spera ancora in una "coda lunga" del motore termico per altri 10-15 anni supportata dalle autorità locali – la priorità di Leiters sarà ridare a Porsche quella flessibilità che è mancata negli ultimi anni.
L'elettrico rimane una realtà ("Il Cayenne elettrico stabilisce nuovi standard", assicura Blume), ma senza i volumi e i profitti del motore termico, anche un gigante come Porsche rischia di doversi ridimensionare drasticamente.
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