Quella che doveva essere una svolta storica per la mobilità
urbana di Bologna si è trasformata in un nuovo terreno di scontro politico e
giuridico. A distanza di poco più di un anno dall’annuncio ufficiale della
“Città 30”, il Tribunale Amministrativo Regionale dell’Emilia-Romagna ha
annullato il provvedimento che fissava il limite di velocità a 30 km/h su gran
parte del territorio comunale. Una decisione che non mette in discussione i
benefici sulla sicurezza stradale, ma che colpisce il metodo con cui il Comune
ha agito.
Quando, nel giugno 2023, Palazzo d’Accursio aveva presentato
la nuova politica della mobilità, lo aveva fatto con toni celebrativi: meno
traffico, più sicurezza, una città più vivibile per pedoni e ciclisti. E,
almeno secondo i numeri diffusi nei mesi successivi, i risultati sembravano
confermare la bontà dell’iniziativa. Incidenti in calo, meno feriti e una
drastica riduzione delle vittime sulle strade urbane: dati che avevano
rafforzato la convinzione dell’amministrazione di essere sulla strada giusta.
Alla base della decisione il ricorso presentato dai tassisti
Il Tar, però, è intervenuto su un piano diverso. Accogliendo
il ricorso presentato dai tassisti, i giudici amministrativi hanno stabilito
che l’istituzione della Zona 30 così come concepita dal Comune non rispetta le
norme del Codice della Strada. Il problema non è il limite in sé, né tantomeno
la sua finalità, ma la sua applicazione generalizzata.
Secondo la normativa
vigente, infatti, i limiti inferiori ai 50 km/h devono essere motivati e
stabiliti caso per caso, strada per strada, e non estesi automaticamente a
un’intera area urbana.
In altre parole, Bologna avrebbe forzato la mano,
trasformando un’eccezione regolamentare in una regola generale. Un errore
procedurale che, per il Tar, è sufficiente a far cadere l’intero impianto del
provvedimento.
Le parole del sindaco e le polemiche suscitate dalla decisione
La reazione del sindaco non si è fatta attendere. Per il
primo cittadino si tratta di una battuta d’arresto di natura burocratica, non
di una bocciatura politica o sostanziale. L’obiettivo della Città 30 ha
ribadito, resta invariato e risponde a una richiesta precisa: quella di
aumentare la sicurezza sulle strade, soprattutto per gli utenti più
vulnerabili. Un messaggio rafforzato dal richiamo alle famiglie delle vittime
della strada, che da anni chiedono interventi strutturali e non simbolici.
La vicenda, tuttavia, ha immediatamente superato i confini
locali. A livello nazionale, la decisione del Tar è stata salutata con
soddisfazione dal ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Matteo
Salvini, da tempo critico verso le politiche di riduzione generalizzata dei
limiti di velocità. Una presa di posizione che ha riacceso il confronto
ideologico tra chi vede nelle Zone 30 uno strumento di civiltà urbana e chi le
considera un ostacolo alla mobilità e al lavoro.
Resta un dato difficilmente ignorabile: durante il periodo
di applicazione del limite, Bologna ha registrato un calo significativo degli
incidenti complessivi, una riduzione marcata delle vittime e un minor numero di
feriti. Numeri che, pur non avendo valore giuridico, continuano ad alimentare
il dibattito pubblico.
Ora il Comune dovrà decidere come muoversi: riscrivere il
provvedimento, adeguandolo alle prescrizioni del Codice della Strada, oppure
cercare una strada normativa diversa per riproporre il modello della Città 30.
Quel che è certo è che la questione non si esaurisce con una sentenza. Bologna
resta un laboratorio urbano osservato da molte altre città italiane, e il
futuro della mobilità lenta passa anche da qui.