L’Unione Europea ha svelato il Clean Industrial Deal, un piano con cui promette di salvare l’industria e il clima senza farci finire tutti sotto un ponte. In sintesi: meno burocrazia, bollette meno assassine e più soldi per decarbonizzare senza svendere le fabbriche a Pechino. Il tutto condito con l’idea rivoluzionaria che produrre qualcosa in Europa non sia un peccato mortale.
Von der Leyen ci rassicura: “Taglieremo i lacci che frenano le imprese.” Peccato che gli stessi lacci siano stati annodati da Bruxelles con regolamenti su regolamenti, come se l’Europa fosse un esperimento di sadomasochismo amministrativo. Ora la cura? Un cocktail di miliardi e riforme, con una spruzzata di “semplificazione”. Tradotto: le aziende dovranno ancora fare il limbo sotto regolamenti cervellotici, ma almeno avranno un cerotto per le ginocchia. L’energia? Si punta sulle rinnovabili (100 GW in più all’anno), ma nel frattempo i produttori di acciaio e cemento continueranno a pagare bollette che sembrano il riscatto di un ostaggio. L’idea di “armonizzare le metodologie di contabilizzazione del carbonio” suona bene, ma rischia di trasformarsi in una nuova stagione di Bruxelles Got Talent, dove ogni paese si esibisce con regole diverse e vince chi ha il commercialista più creativo. E poi c’è il capitolo fondi.
Oltre 100 miliardi per l’industria, aiuti di Stato meno lenti di una tartaruga su sonniferi e una “banca per la decarbonizzazione industriale”. Ma chi gestirà il bancomat? Gli stessi geni che hanno trasformato il Recovery Fund in un labirinto di carte bollate? Infine, la protezione dalla concorrenza sleale. L’UE dice di voler difendere le sue imprese, ma finora è stata più severa con i fornai italiani che con le sovvenzioni cinesi. Ora ci raccontano di un hub per gli acquisti congiunti e di “partenariati globali”, come se i minerali critici piovessero dal cielo e non fossero già stati ipotecati da Pechino e Washington.
Insomma, il Clean Industrial Deal è un Green Deal con l’elastico: promesse nobili, obiettivi ambiziosi e una realtà in cui la manifattura europea continua a spostarsi altrove. Speriamo che Bruxelles questa volta abbia davvero capito la lezione. Altrimenti, più che un futuro industriale, ci resta solo quello da museo a cielo aperto.