La Beta fu il terzo modello della
produzione Lancia, dopo la derivata Dialfa. Rispettando in pieno gli obiettivi
del fondatore, portò in dote una grande innovazione, anticipando molti altri
costruttori e ponendosi tra quelli più innovativi e propositivi del tempo. La prima vettura costruita dalla Lancia fu l’Alfa, che fu
inizialmente presentata con il nome di 12 hp, nel quale il numero indicava la potenza fiscale,
similmente a quanto in uso presso la maggior parte dei costruttori. Poi, nel
1919, su suggerimento del fratello, studioso di Lettere classiche, Vincenzo
Lancia decise di assegnare alle sue vetture, con effetto retroattivo, un’identificazione costituita da una lettera dell’alfabeto greco, crescente con il progredire degli anni, senza
correlazione con classe, dimensioni o prezzo di vendita della vettura. La
lettera greca, trascritta per esteso in caratteri latini, poteva essere
preceduta dal prefisso ordinale greco “di”, “tri”, “tetra”
ecc., nei modelli derivati, cui erano state apportate leggere modifiche, per lo
più riguardanti l’apparato
propulsivo: ad esempio, la Dialfa del 1908, fu un’automobile
con autotelaio derivato da quello dell’Alfa,
semplicemente allungandone i longheroni e, conseguentemente, il passo, con l’applicazione di un motore più potente a sei cilindri,
ricavato con tre blocchi da due cilindri, identici a quelli dell’Alfa.
Un’intermezzo
chiamato Dialfa
Nel 1908 infatti l’Alfa fu affiancata la Dialfa, la cui denominazione originale era Lancia 18 hp.
Il passo fu portato da 2,820 a 3,235 mm, con longheroni di maggiore
lunghezza, conservando sostanzialmente invariati tutti gli altri componenti
dell’autotelaio; il motore a sei cilindri
in ghisa con basamento in alluminio fu realizzato con tre blocchi, così la cilindrata
fu aumentata a 3.817 cc per 40 CV a 1800 giri/minuto per 110 km/h; la
maggiore potenza rese insufficiente la ventilazione, per questo motivo, fu
adottato un ventilatore comandato dal motore. Di questa vettura, il cui
autotelaio era posto in vendita a 14.000 lire, furono prodotte solamente 23
unità.
L’arrivo
del motore monoblocco
La Beta
(commercializzata in origine con il nome di 15-20 hp), fu costruita in 150 esemplari nel corso del 1909, ed è da
considerarsi un modello derivato dall’Alfa, in quanto ne
assunse l’architettura
di base, seppure con l’introduzione
di alcuni miglioramenti di sostanza, soprattutto nel motore. L’autotelaio in acciaio stampato a longheroni e traverse fu
allungato nel passo, portato quindi a 2,932 mm, ma furono realtà realizzati quattro
allestimenti di telaio distinti da lettere dell’alfabeto latino:
la A, detta versione comune, quella sopracitata, la B a passo allungato, la C e
la D con piantone del volante abbassato per uso sportivo, in cui la C era
dotata anche del passo accorciato, mentre la D fruiva del passo comune. Il motore,
pur ispirato nelle forme a quello dell’Alfa, denunciava profondi cambiamenti, oltre all’evidente aumento di alesaggio e di corsa, portati
rispettivamente a 95 e 110 mm, con una cilindrata totale di 3.117 cc per 34 CV
a 1850 giri/minuto. Pur pesando 30 kg più della Dialfa e ben 70 più della Alfa,
la Beta poteva raggiungere comunque i 95 km/h. Per il modello Beta si propose l’architettura monoblocco
(una delle prime di questo tipo), diventando il primo modello Lancia a
portare questa innovazione, che richiedeva attenzioni particolari nell’esecuzione dei modelli di fonderia.
Tecnica raffinata
L’accensione avveniva sempre attraverso magnete ad alta tensione con
anticipo variabile manualmente, il raffreddamento era ad acqua con
radiatore a nido d’ape,
carburatore monocorpo a gravità, frizione pluridisco a bagno d’olio, cambio a 4 marce più retromarcia,
sospensioni anteriori ad assale rigido con balestre longitudinali
semiellittiche e posteriori omologhe ma a 3/4 di ellisse, ruote in legno, freno a pedale meccanico sulla trasmissione e a mano meccanico
sulle ruote posteriori e peso di circa 780 kg. Inoltre la Beta venne dotata di
un modernissimo sistema di lubrificazione, attivata dalla pressione generata
da una pompa a ingranaggi, mossa dall’asse a camme. Anche in questo caso, si trattava di una
delle prime realizzazioni di questo tipo. La miglior lubrificazione permise di
aumentare il regime massimo del motore. La guida era del tipo
irreversibile a vite senza fine e ruota elicoidale, e mostra la presenza su una
razza del volante di un manicotto girevole, impiegato per controllare, senza
distogliere le mani dalla guida, la posizione di minimo dell’acceleratore a pedale, posto, come d’uso
a quei tempi, fra i pedali della frizione (a sinistra) e del freno sulla
trasmissione (a destra).
Una rarità
La Beta era posta in vendita a 10.500 lire. La produzione
totale, nell’arco
di un solo anno, arrivò a 150 esemplari,
ottenendo quindi per quel tempo e per l’ancora limitata capacità produttiva della fabbrica
torinese, un interessante successo. Diversi clienti la utilizzarono in
versione con carrozzeria da corsa (simile a quella della Alfa Sport) per
cimentarsi nelle competizioni, sia in Italia che all’estero ottenendo buoni successi. All’interno della collezione di Stellantis Heritage Hub
a Torino troviamo uno straordinario esemplare con carrozzeria Double Phaeton senza portiere anteriori come parte della prestigiosa Collezione
Lancia.