Maserati Simùn, Coupè 2+2 e Medici. Prove di futuro

Storiche
16 gennaio 2026, 8.30
2.(Immagine di copertina)
Verso la fine degli anni Sessanta alla Maserati si pensò di dar vita a un modello a quattro posti ad alte prestazioni e l’incarico di studiarne la realizzazione fu affidato alla Carrozzeria Ghia. Il prototipo della vettura fu esposto in anteprima al Salone di Torino del 1968 e denominato - analogamente a quanto avvenuto per la Mistral (1963) e Ghibli (1966) - con il nome di un vento, il Simùn, che soffia nel Sahara algerino. Il telaio era quello della Mexico, modificato, con il V8 di 90° nella versione da 4,2 litri da 260 CV, cui era accoppiato un cambio meccanico a 5 rapporti. Tradizionale la geometria della sospensione, con ruote anteriori indipendenti e ponte rigido al retrotreno.
Velocità di punta 240 km orari. Il disegno della carrozzeria era opera di Giorgetto Giugiaro, l’ultimo che il grande stilista avrebbe realizzato per conto terzi, dato che in quello stesso anno aveva fondato la sua Italdesign. La Simùn, che si presentava come una grande berlina a due porte con quattro sedili e finiture molto raffinate, colpì per le linee filanti, tratti sinuose e rette, allungate, nel cofano con i fari a scomparsa non meno che nella coda tagliata. Mostrava tratti originali negli sfoghi per laria calda del motore sui parafanghi e nella bassa linea di cintura che cambiava inclinazione sul passaruota posteriore.
La proposta però non convinse del tutto, ma testimoniò la capacità di Giugiaro, che lo ha accompagnato per tutta la sua lunghissima carriera, di produrre disegni sempre coerenti e realizzati con grande controllo dei volumi e delle superfici, così che la qualità del risultato finale rimane molto alta. In conclusione, il prototipo rimase tale e la Maserati scelse una contemporanea proposta di Vignale per la realizzazione di quello che sarebbe diventato uno dei suoi modelli più affascinanti - la Indy - la cui produzione in serie ebbe inizio l’anno successivo.
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Dalla Maserati Indy, la Coupé 2+2

Proprio sull’autotelaio della Indy, con l’otto cilindri nella sua versione più potente da 5 litri, 335 CV e 280 km/hmontato longitudinalmente sull’avantreno, la Italdesign allestì per il Salone di Torino del 1974 un coupé 4 posti che intendeva tradurre in termini realizzabili, precedenti concetti stilistici più estremi o troppo avanzati. Il riferimento alla Boomerang che Giorgetto Giugiaro aveva proposto due anni prima non era casuale: anche questo prototipo - rimasto con la sola denominazione Coupé 2+2 - puntava con evidenza sulla tensione geometrica delle forme ma il tentativo di ridurne l’esasperazione approdò a un compromesso che Giugiaro stesso giudicò “non felice”.
Il corpo vettura, racchiudibile in un parallelepipedo, era alleggerito da un muso molto affilato che costituiva la parte più attraente del coupé: privo di calandra, era sormontato da un grande cofano con fari a palpebra che lo raccordava a un padiglione di forma piramidale dall’aspetto alquanto sfuggente. La fiancata, bassa e tesa, era segnata da un diedro marcato sulla linea di cintura, su cui si ergeva la curiosa conformazione della vetratura. Questa era contornata da un poligono con molti lati, i più corti dei quali, alle estremità anteriore e posteriore, davano origine a due prese daria: queste richiamavano la soluzione adottata per la Ghibli ma non apparivano altrettanto elegantemente integrate nell’insieme.
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Il profilo fast-back spioveva sulla coda tronca, compatta e ben armonizzata al resto, che alloggiava sei gruppi ottici: venne al tempo giudicata estrema, e troppo somigliante, alla Lotus Esprit che lo stesso Giugiaro aveva «firmato» tre anni prima. Il Coupé 2+2 restò esemplare unico, senza dar luogo ad alcun seguito produttivo, oggi parte della prestigiosa Collezione Panini.

Le spiazzanti Medici I e Medici II di Italdesign

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Sempre al Salone di Torino del 1974, ed insieme al discusso Coupé 2+2, la Italdesign espose anche un altro prototipocon la stessa meccanica. Il tema che si era proposto Giugiaro era di realizzazione una grande berlina di rappresentanza capace di offrire abitabilità ed elevato confort per 6 persone senza destare nell’osservatore esterno la tipica impressione data dalle berline di rappresentanza del tempo. Giugiaro rinunciò alla tradizionale struttura a tre volumi, sostituita da un profilo fast-back con coda tronca di intonazione quasi sportiva. La vettura, alla quale fu dato il nome di Medici, in omaggio alla famosa famiglia fiorentina, aveva un aspetto spiazzante, ma più compatto e in media più corto di mezzo metro rispetto alle limousine americane.
L’insieme richiamava un pò un’altro progetto di Giugiaro, il coupé 4 posti Asso di Picche realizzato l’anno prima sull’autotelaio della Audi 80. Il disegno metteva in risalto un po’ tutti gli stilemi caratteristici dei progetti firmati Italdesign, concept, prototipi e produzione, ossia piani lisci e tesi, superfici squadrate e integrate, padiglione di forma prismatica, estese vetrature e fiancate a diedro. Ma al di là delle forme esteriori colpiva sopratutto l’originalità mostrata nello studio dello spazio interno, con quattro sedili posteriori a salotto”, tetto in vetro e rivestimenti in velluto chiaro. A questo prototipo fece seguito una versione ristilizzata, meno sportiva ma più classica, denominata Medici II, presentata al Salone di Parigi del 1976: muso meno inclinato, calandra con doppi fari in luogo di quelli a scomparsa adottati in precedenza, posti ridotti da 6 a 4, rivestimenti in pelle anziché in velluto. Ciascuna delle due proposte rimase allo stadio di esemplare unico con il secondo oggi parte del famoso Museo Louwman in Olanda.
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