Verso la fine degli anni Sessanta
alla Maserati si pensò di dar vita a un modello a quattro posti
ad alte prestazioni e l’incarico
di studiarne la realizzazione fu affidato alla Carrozzeria Ghia. Il prototipo
della vettura fu esposto in anteprima al Salone di Torino del 1968 e
denominato - analogamente a quanto avvenuto per la Mistral (1963) e Ghibli
(1966) - con il nome di un vento, il Simùn, che soffia nel Sahara
algerino.
Il telaio era quello della Mexico, modificato, con il V8 di 90° nella versione da 4,2
litri da 260 CV, cui era accoppiato un cambio meccanico a 5
rapporti. Tradizionale la geometria della sospensione, con ruote
anteriori indipendenti e ponte rigido
al retrotreno.
Velocità di punta 240 km orari.
Il disegno della carrozzeria era opera
di Giorgetto Giugiaro, l’ultimo
che il grande stilista avrebbe realizzato per conto terzi, dato che in quello
stesso anno aveva fondato la sua Italdesign. La Simùn, che si
presentava come una grande berlina a due porte con quattro sedili e finiture
molto raffinate, colpì per le linee filanti, tratti sinuose e rette,
allungate, nel cofano con i fari a scomparsa non meno che nella coda
tagliata. Mostrava tratti originali negli sfoghi per l’aria calda del motore sui parafanghi e nella bassa linea di cintura che
cambiava inclinazione sul passaruota posteriore.
La proposta però non convinse
del tutto, ma testimoniò la capacità di Giugiaro, che lo ha accompagnato per
tutta la sua lunghissima carriera, di produrre disegni sempre coerenti e
realizzati con grande controllo dei volumi e delle superfici, così che la
qualità del risultato finale rimane molto alta. In conclusione, il prototipo
rimase tale e la Maserati scelse una contemporanea proposta di Vignale
per la realizzazione di quello che sarebbe diventato uno dei suoi modelli più affascinanti
- la Indy - la cui produzione in serie ebbe inizio l’anno successivo.
Dalla Maserati Indy, la Coupé 2+2
Proprio sull’autotelaio della Indy,
con l’otto cilindri nella sua versione più potente da 5 litri, 335
CV e 280 km/hmontato longitudinalmente sull’avantreno, la Italdesign allestì per il Salone di
Torino del 1974 un coupé 4
posti che intendeva tradurre in termini
realizzabili, precedenti concetti stilistici più estremi o troppo avanzati. Il
riferimento alla Boomerang che Giorgetto Giugiaro aveva proposto
due anni prima non era casuale: anche questo prototipo - rimasto con la sola
denominazione Coupé 2+2
- puntava con evidenza sulla tensione geometrica delle forme ma il
tentativo di ridurne l’esasperazione
approdò a un compromesso che Giugiaro stesso giudicò “non felice”.
Il corpo
vettura, racchiudibile in un parallelepipedo, era alleggerito da un muso
molto affilato che costituiva la parte più attraente del coupé:
privo di calandra, era sormontato da un grande cofano con fari a palpebra
che lo raccordava a un padiglione di forma piramidale dall’aspetto alquanto sfuggente. La fiancata, bassa e
tesa, era segnata da un diedro marcato sulla linea di cintura, su cui si
ergeva la curiosa conformazione della vetratura. Questa era contornata
da un poligono con molti lati, i più corti dei quali, alle estremità anteriore
e posteriore, davano origine a due prese d’aria: queste
richiamavano la soluzione adottata per la Ghibli ma non apparivano altrettanto elegantemente integrate nell’insieme.
Il profilo fast-back spioveva sulla coda
tronca, compatta e ben armonizzata al resto, che alloggiava sei gruppi
ottici: venne al tempo giudicata estrema, e troppo somigliante, alla Lotus
Esprit che lo stesso Giugiaro aveva «firmato» tre anni prima. Il Coupé 2+2
restò esemplare unico, senza dar luogo ad alcun seguito produttivo, oggi parte
della prestigiosa Collezione Panini.
Le spiazzanti Medici I e Medici II di
Italdesign
Sempre al Salone di Torino del 1974,
ed insieme al discusso Coupé 2+2, la Italdesign espose anche un altro prototipocon la stessa
meccanica. Il tema che si era proposto Giugiaro era di realizzazione una grande
berlina di rappresentanza capace di offrire abitabilità ed elevato confort
per 6 persone senza destare nell’osservatore
esterno la tipica impressione data dalle berline di rappresentanza del tempo.
Giugiaro rinunciò alla tradizionale
struttura a tre volumi, sostituita da un profilo fast-back con coda
tronca di intonazione quasi sportiva. La vettura, alla quale fu dato il
nome di Medici, in omaggio alla famosa famiglia fiorentina, aveva un
aspetto spiazzante, ma più compatto e in media più corto di mezzo metro
rispetto alle limousine americane.
L’insieme
richiamava un pò un’altro
progetto di Giugiaro, il coupé 4
posti Asso di Picche realizzato l’anno prima sull’autotelaio
della Audi 80.
Il disegno metteva in risalto un po’
tutti gli stilemi caratteristici dei
progetti firmati Italdesign, concept, prototipi e produzione, ossia piani
lisci e tesi, superfici squadrate e integrate, padiglione di
forma prismatica, estese vetrature e fiancate a diedro. Ma al
di là delle forme esteriori colpiva sopratutto l’originalità mostrata nello studio dello spazio interno, con
quattro sedili posteriori “a salotto”, tetto
in vetro e rivestimenti in velluto chiaro. A questo prototipo fece
seguito una versione ristilizzata, meno sportiva ma più classica, denominata Medici
II, presentata al Salone di Parigi del 1976: muso meno inclinato,
calandra con doppi fari in luogo di quelli a scomparsa adottati in
precedenza, posti ridotti da 6 a 4, rivestimenti in pelle anziché in
velluto. Ciascuna delle due proposte rimase allo stadio di esemplare unico
con il secondo oggi parte del famoso Museo Louwman in Olanda.