Il Comune di Roma sta valutando di far pagare fino a 1.000 euro l’anno
il permesso ZTL anche alle auto elettriche, che finora entravano
gratuitamente. La motivazione ufficiale è che sono diventate troppe e
congestionano il Centro. Il messaggio politico che passa, però, è un altro.
Sopravvivenza urbana, non mobilità
Vivo a Roma. In centro. Ho la fortuna di viverla a piedi, ogni giorno,
perché quando abiti dentro questo patrimonio dell’umanità l’unico modo sensato
di attraversarlo è farlo lentamente, osservandolo. L’auto la uso solo quando
devo uscire dalla città. Di rado prendo i mezzi pubblici, più per dovere civico
che per convinzione, e ogni volta mi domando se davvero questa sia una capitale
europea del 2026: ritardi cronici, mezzi affollati, borseggiatori, ubriachi
molesti. Un’esperienza urbana più vicina alla sopravvivenza che alla
mobilità.
L’auto come "male assoluto"
Per questo, quando leggo che l’ennesimo bersaglio della politica
capitolina diventa l’auto elettrica, non posso non provare una sensazione di
déjà-vu. Da anni, nella Capitale, l’automobile è raccontata come il male
assoluto. Poco importa se termica, ibrida o elettrica: il problema non è il
mezzo, è l’idea stessa che qualcuno possa muoversi senza chiedere il permesso.
Le giunte cambiano, ma non la filosofia. Pentastellati e centrosinistra hanno
dimostrato di condividere un comune denominatore: auto uguale male assoluto.
Ricordo bene – e non era una battuta – quando ascoltai quello che sarebbe
poi diventato vicesindaco sostenere che si potessero assegnare più punti in
graduatoria per una casa popolare a chi non possedeva un’auto. Una proposta
illuminata, certo. Peccato che le zone 167, notoriamente, vengano edificate in
aree periferiche, spesso sperdute e mal collegate. Togli loro anche
l’automobile ed ecco servito il quartiere-ghetto. Altro che centro
storico.
Ciclabili e occasioni perse
La lotta al lato oscuro delle quattro ruote si è fatta feroce con la giunta
Raggi, che ha disseminato Roma di piste ciclabili realizzate togliendo
spazio senza creare alternative – in alcuni casi persino pericolose per gli
stessi ciclisti – con l’effetto di esasperare i residenti più che di educare
alla mobilità sostenibile. Gregorio VII, il Lungotevere: esempi evidenti.
E viene spontaneo chiedersi: farle sulle banchine del Tevere non sarebbe
stato meglio? Più sicure, più protette, capaci di ridare vita a spazi
abbandonati, sottraendoli al degrado. Certo, già sento l’obiezione: “e se
piove, se il Tevere straripa?”. Vero. Ma immagino che, in condizioni meteo
avverse, anche i più integralisti delle due ruote riscoprano, con discrezione,
il conforto delle quattro.
Il tradimento "Green"
La giunta di Roberto Gualtieri rischia ora di passare alla storia
per qualcosa di ancora più paradossale: aver colpito a morte proprio l’auto
elettrica, quella che fino a ieri veniva indicata come la soluzione morale
– prima ancora che tecnica – al traffico urbano. Se l’Europa fa un parziale
passo indietro, riconoscendo che il motore inventato da Eugenio Barsanti e
Felice Matteucci non può essere cancellato per decreto e allungandone la vita,
a Roma, in Campidoglio, poco lontano da dove fu assassinato Giulio Cesare, la
giunta Gualtieri infligge il colpo di grazia all’elettrico.
E qui la maschera cade: il problema non è il motore a scoppio, è l’individuo. È l’idea che una
persona possa disporre del proprio patrimonio e scegliere come muoversi. Tutti
in bici, possibilmente in fila.
Ideologia contro realtà
Lo stesso riflesso lo si vede in altri ambiti: dai tentativi di rendere
sempre più ostile l’avvio di piccole attività, come i B&B, accusati di
“uccidere la città”. In questo quadro si inserisce la scelta dell’assessore
alla Mobilità Eugenio Patanè di togliere l’ultimo incentivo reale a chi aveva
scelto l’elettrico: l’accesso alla ZTL. La motivazione ufficiale è che “sono
troppe”. Tradotto: l’auto elettrica va bene finché resta simbolica.
Quando diventa reale, concreta, quotidiana, allora diventa un problema anche
lei.
Da romano, da residente, faccio fatica a non leggere questa scelta come
ideologica. Perché se il tema fosse davvero la vivibilità del Centro, allora
bisognerebbe guardare la città per intero.
Ci sono ciclisti che vanno sistematicamente in contromano. Monopattini
usati in due, senza casco, sulle strade e sui marciapiedi. Pedoni che
attraversano ovunque, spesso in tratti scarsamente illuminati. Non perché siano
irresponsabili, ma perché Roma è una città mal progettata, male illuminata,
male manutenuta. Forse investire seriamente sull’illuminazione degli
attraversamenti pedonali, sulla manutenzione del manto stradale, sulla
sicurezza reale – non solo annunciata – renderebbe la città più sicura di qualsiasi
limite imposto per decreto.
Sicurezza o cassa?
E qui arriviamo all’altra grande scelta simbolo di questa stagione: i
30 km/h nel centro storico. Ufficialmente per proteggere pedoni e mobilità
dolce. Nobile intento. Ma viene da chiedersi se, oltre alla sicurezza, non ci
sia anche un’altra motivazione meno dichiarata: ridurre il numero di
risarcimenti per incidenti causati da buche, asfalto dissestato,
segnaletica invisibile. A pensar male si fa peccato, diceva qualcuno, ma spesso
ci si azzecca.
Per ora, va detto, si tratta di una proposta. Non sappiamo se il sindaco
Gualtieri deciderà di assecondare il suo assessore. Mi auguro di no. Perché
questo sarebbe un precedente pesante: il segnale definitivo che a Roma non
esiste una visione equilibrata della mobilità, ma solo una successione di
divieti. Ennio Flaino diceva che “i romani vivono di un presente eterno, senza
passato e senza futuro”. A volte sembra che anche la politica romana faccia lo
stesso: rincorre simboli, slogan, bandiere ideologiche, senza chiedersi come
vive davvero chi questa città la attraversa ogni giorno. Roma non ha bisogno
di crociate. Ha bisogno di buon senso.