"Troppe auto elettriche"? No, troppa ipocrisia. Vi spiego l'ultima presa in giro ai danni dei romani

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13 febbraio 2026, 13.31
Immagine che ritrae i turisti che affollano la zona del pantheon di roma sotto il sole e con ua 500 d'epoca in primo piano
Il Comune di Roma sta valutando di far pagare fino a 1.000 euro l’anno il permesso ZTL anche alle auto elettriche, che finora entravano gratuitamente. La motivazione ufficiale è che sono diventate troppe e congestionano il Centro. Il messaggio politico che passa, però, è un altro.

Sopravvivenza urbana, non mobilità

Vivo a Roma. In centro. Ho la fortuna di viverla a piedi, ogni giorno, perché quando abiti dentro questo patrimonio dell’umanità l’unico modo sensato di attraversarlo è farlo lentamente, osservandolo. L’auto la uso solo quando devo uscire dalla città. Di rado prendo i mezzi pubblici, più per dovere civico che per convinzione, e ogni volta mi domando se davvero questa sia una capitale europea del 2026: ritardi cronici, mezzi affollati, borseggiatori, ubriachi molesti. Un’esperienza urbana più vicina alla sopravvivenza che alla mobilità.

L’auto come "male assoluto"

Per questo, quando leggo che l’ennesimo bersaglio della politica capitolina diventa l’auto elettrica, non posso non provare una sensazione di déjà-vu. Da anni, nella Capitale, l’automobile è raccontata come il male assoluto. Poco importa se termica, ibrida o elettrica: il problema non è il mezzo, è l’idea stessa che qualcuno possa muoversi senza chiedere il permesso. Le giunte cambiano, ma non la filosofia. Pentastellati e centrosinistra hanno dimostrato di condividere un comune denominatore: auto uguale male assoluto.
Ricordo bene – e non era una battuta – quando ascoltai quello che sarebbe poi diventato vicesindaco sostenere che si potessero assegnare più punti in graduatoria per una casa popolare a chi non possedeva un’auto. Una proposta illuminata, certo. Peccato che le zone 167, notoriamente, vengano edificate in aree periferiche, spesso sperdute e mal collegate. Togli loro anche l’automobile ed ecco servito il quartiere-ghetto. Altro che centro storico.

Ciclabili e occasioni perse

La lotta al lato oscuro delle quattro ruote si è fatta feroce con la giunta Raggi, che ha disseminato Roma di piste ciclabili realizzate togliendo spazio senza creare alternative – in alcuni casi persino pericolose per gli stessi ciclisti – con l’effetto di esasperare i residenti più che di educare alla mobilità sostenibile. Gregorio VII, il Lungotevere: esempi evidenti.
E viene spontaneo chiedersi: farle sulle banchine del Tevere non sarebbe stato meglio? Più sicure, più protette, capaci di ridare vita a spazi abbandonati, sottraendoli al degrado. Certo, già sento l’obiezione: “e se piove, se il Tevere straripa?”. Vero. Ma immagino che, in condizioni meteo avverse, anche i più integralisti delle due ruote riscoprano, con discrezione, il conforto delle quattro.

Il tradimento "Green"

La giunta di Roberto Gualtieri rischia ora di passare alla storia per qualcosa di ancora più paradossale: aver colpito a morte proprio l’auto elettrica, quella che fino a ieri veniva indicata come la soluzione morale – prima ancora che tecnica – al traffico urbano. Se l’Europa fa un parziale passo indietro, riconoscendo che il motore inventato da Eugenio Barsanti e Felice Matteucci non può essere cancellato per decreto e allungandone la vita, a Roma, in Campidoglio, poco lontano da dove fu assassinato Giulio Cesare, la giunta Gualtieri infligge il colpo di grazia all’elettrico.
E qui la maschera cade: il problema non è il motore a scoppio, è l’individuo. È l’idea che una persona possa disporre del proprio patrimonio e scegliere come muoversi. Tutti in bici, possibilmente in fila.

Ideologia contro realtà

Lo stesso riflesso lo si vede in altri ambiti: dai tentativi di rendere sempre più ostile l’avvio di piccole attività, come i B&B, accusati di “uccidere la città”. In questo quadro si inserisce la scelta dell’assessore alla Mobilità Eugenio Patanè di togliere l’ultimo incentivo reale a chi aveva scelto l’elettrico: l’accesso alla ZTL. La motivazione ufficiale è che “sono troppe”. Tradotto: l’auto elettrica va bene finché resta simbolica. Quando diventa reale, concreta, quotidiana, allora diventa un problema anche lei.
Da romano, da residente, faccio fatica a non leggere questa scelta come ideologica. Perché se il tema fosse davvero la vivibilità del Centro, allora bisognerebbe guardare la città per intero.
Ci sono ciclisti che vanno sistematicamente in contromano. Monopattini usati in due, senza casco, sulle strade e sui marciapiedi. Pedoni che attraversano ovunque, spesso in tratti scarsamente illuminati. Non perché siano irresponsabili, ma perché Roma è una città mal progettata, male illuminata, male manutenuta. Forse investire seriamente sull’illuminazione degli attraversamenti pedonali, sulla manutenzione del manto stradale, sulla sicurezza reale – non solo annunciata – renderebbe la città più sicura di qualsiasi limite imposto per decreto.

Sicurezza o cassa?

E qui arriviamo all’altra grande scelta simbolo di questa stagione: i 30 km/h nel centro storico. Ufficialmente per proteggere pedoni e mobilità dolce. Nobile intento. Ma viene da chiedersi se, oltre alla sicurezza, non ci sia anche un’altra motivazione meno dichiarata: ridurre il numero di risarcimenti per incidenti causati da buche, asfalto dissestato, segnaletica invisibile. A pensar male si fa peccato, diceva qualcuno, ma spesso ci si azzecca.
Per ora, va detto, si tratta di una proposta. Non sappiamo se il sindaco Gualtieri deciderà di assecondare il suo assessore. Mi auguro di no. Perché questo sarebbe un precedente pesante: il segnale definitivo che a Roma non esiste una visione equilibrata della mobilità, ma solo una successione di divieti. Ennio Flaino diceva che “i romani vivono di un presente eterno, senza passato e senza futuro”. A volte sembra che anche la politica romana faccia lo stesso: rincorre simboli, slogan, bandiere ideologiche, senza chiedersi come vive davvero chi questa città la attraversa ogni giorno. Roma non ha bisogno di crociate. Ha bisogno di buon senso.
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