C'è una data che, nel mondo dell'automobile, segna la fine
di un'era: il 24 aprile 2026, quando Porsche ha annunciato ufficialmente la
cessione di tutte le proprie quote in
Bugatti Rimac e nel Rimac Group a un
consorzio di investitori guidato dal fondo newyorkese HOF Capital. Quasi
trent'anni dopo che Ferdinand Piëch aveva scelto di riportare in vita il
marchio francese sotto l'ala di Wolfsburg, il Gruppo Volkswagen dice addio a
Bugatti. Non è un crac, non è una crisi: è la fine consapevole di un capitolo straordinario
e l'inizio di qualcosa di nuovo.
1998: quando Piëch decise di resuscitare un mito
Per capire il peso di questa notizia, bisogna tornare
indietro. Era il 1998 e Bugatti usciva dall'avventura italiana di Romano
Artioli, quella della EB110, bella e maledetta, con le casse vuote e il futuro
incerto. Fu Ferdinand Piëch, allora numero uno del Gruppo Volkswagen e uomo
dalla visione tanto ambiziosa quanto controversa, a volerla a tutti i costi. La
trasferì a Molsheim, in Alsazia, sede storica della Casa fondata da Ettore
Bugatti nel 1909, e la trasformò nel laboratorio dell'impossibile.
Da quella scelta sono nate alcune delle automobili più
estreme della storia: la Veyron, con il suo motore W16 quadriturbo da oltre
mille cavalli che nel 2005 ridefinì il concetto stesso di hypercar, e poi la
Chiron, ancora più potente, ancora più lussuosa, ancora più cara. Automobili
che non erano solo prodotti: erano dichiarazioni d'intenti, dimostrazioni di
cosa potesse fare un gruppo industriale quando decideva di non porsi limiti.
2021: il primo passo indietro
Il distacco, però, aveva già cominciato a consumarsi qualche
anno fa. Nel 2021, Volkswagen aveva dato vita alla joint venture Bugatti Rimac,
cedendo il 100% di Molsheim in cambio del 45% della nuova società, il restante
55% era nelle mani di Rimac Group. Fu un passaggio di testimone parziale, quasi
silenzioso, ma significativo: per la prima volta Bugatti non era più una
creatura esclusivamente tedesca, ma una realtà condivisa con una giovane
azienda croata fondata da un ingegnere trentenne che aveva costruito la sua
fortuna sulle hypercar elettriche.
Da quella joint venture è nata la Bugatti Tourbillon, prima
hypercar ibrida della Casa: motore V16 aspirato abbinato a tre unità
elettriche, addio al W16 che aveva fatto la storia. Un segnale chiaro della
direzione che Rimac intendeva dare al marchio.
2026: l'uscita definitiva
Ora il quadro si completa. Porsche ha ceduto il suo 45% in
Bugatti Rimac insieme al 20,6% che deteneva nel Rimac Group a un consorzio
composto da HOF Capital come capofila, BlueFive Capital come principale
azionista e un gruppo di investitori istituzionali europei e statunitensi. I
termini economici dell'accordo restano riservati, come concordato dalle parti,
ma Reuters stima il valore complessivo di Bugatti Rimac a oltre un miliardo di
dollari: il che lascia intuire che Porsche abbia incassato una cifra
considerevole, in un momento in cui ne aveva bisogno.
Perché la cessione arriva in un contesto tutt'altro che
sereno per Zuffenhausen: Porsche ha registrato un calo delle vendite globali
del 10% nel 2025, trainato soprattutto dalle difficoltà sul mercato cinese, e
le proiezioni sull'utile operativo per l'anno in corso parlano di una
contrazione da 1,8 miliardi di euro. In questo quadro, vendere un asset non
strategico, per quanto prestigioso, per concentrare risorse sul core business è
una mossa comprensibile, forse inevitabile. Lo ha detto apertamente anche il
CEO di Porsche, Michael Leiters: "Con la cessione delle nostre quote,
dimostriamo che vogliamo concentrare Porsche sul business principale."
Rimac: da startup a proprietario di Bugatti
Chi guadagna davvero da questa operazione è Mate Rimac.
Fondatore di Rimac Automobili a soli ventitré anni, oggi quarantenne, ha
costruito in poco più di un decennio un'azienda che produce la Nevera, hypercar
elettrica da oltre 2.100 cavalli nella versione R, ed è diventata fornitore di
tecnologia per costruttori di mezzo mondo. Ora si ritrova a guidare Bugatti,
uno dei marchi più iconici e irraggiungibili della storia dell'automobile.
È una storia che in pochi avrebbero immaginato anche solo
dieci anni fa. E c'è qualcosa di affascinante nel pensare che il futuro di
Bugatti, nata in Alsazia e cresciuta sotto un colosso tedesco, sia ora nelle
mani di un imprenditore croato che ha convinto il mondo intero che l'elettrico
poteva essere sinonimo di emozione e performance.
Con HOF Capital come nuovo grande azionista e una struttura
più snella rispetto all'era VW, Rimac avrà meno interferenze e più libertà per
definire la direzione di Bugatti. Si parla già di una possibile quotazione in
Borsa del gruppo Rimac, e il nuovo assetto potrebbe essere il primo passo
proprio in quella direzione.
Cosa cambia per Bugatti
Sul piano pratico, Bugatti rimarrà a Molsheim. La produzione
delle hypercar continuerà, la Tourbillon è già in fase di sviluppo avanzato, e
l'identità del marchio (esclusività assoluta, tirature limitatissime, prezzi
nell'ordine dei milioni di euro) non è in discussione. Quello che cambia è la
bussola tecnologica: con Rimac al comando, l'ibridizzazione e
l'elettrificazione saranno temi centrali, anche se difficile immaginare una
Bugatti full-electric nel breve periodo.
Quello che finisce, invece, è qualcosa di più difficile da
quantificare: la certezza che dietro ogni Bugatti ci fosse la potenza
industriale di un gruppo capace di assorbire qualsiasi perdita pur di portare
avanti un progetto visionario. Piëch poteva permettersi di farlo. Rimac dovrà
essere più efficiente, più veloce, più pragmatico.
La scommessa è aperta. E il mondo dell'automobile guarda con
curiosità e un pizzico di nostalgia come andrà a finire.