Il cantautore si è spento all'età di 91 anni. Dalle corse
clandestine con Luigi Tenco fino all'incontro con Enzo Ferrari: ritratto
inedito di un artista che sognava l'abitacolo perfetto.
La musica italiana perde uno dei suoi padri fondatori. Gino
Paoli si è spento all'età di 91 anni a Genova, la città che lo aveva adottato e
reso il pilastro della celebre "scuola genovese". Nato a Monfalcone
nel 1934, Paoli ha scritto la colonna sonora di intere generazioni con
capolavori immortali come "Il cielo in una stanza", "Sapore
di sale" e "Senza fine". Eppure, dietro l'autore
raffinato e la voce inconfondibile, si celava un lato meno noto al grande
pubblico, ma pulsante e vitale: una passione sfrenata per le
automobili.
Dalla Lambretta alla prima "Big Healey"
Il rapporto di Paoli con i motori è nato da una privazione
giovanile. Come raccontava lui stesso in un'intervista a Repubblica, nonostante avesse la patente, il padre
non gli permise mai di toccare l'auto di famiglia. I primi spostamenti
genovesi, e i primi passi nel mondo della grafica e della musica, avvennero in
sella a una Lambretta. La svolta arrivò nei primi anni '60 con i diritti
d'autore incassati per "La gatta".
Fu allora che la passione esplose, tramutandosi in una vera
e propria collezione. Il primo "capriccio" fu una Austin-Healey
3000 MKII BN7 Roadster, che però fuse poco dopo l'acquisto per colpa del
suo stile di guida. La consolazione arrivò subito con l'Alfa Romeo Giulietta
Spider, rossa con interni neri, carrozzata Pininfarina: "Ne ero
innamorato come se fosse una donna" ricordava Paoli, ammettendo di non
averle mai aperto la portiera, preferendo saltarci dentro al volo come nei film
dell'epoca.
Il garage del Maestro: niente Ferrari rosse
Il successo discografico gli permise di mettersi in garage
capolavori assoluti dell'ingegneria automobilistica. Il suo approccio alle
supercar era estetico e viscerale: le considerava opere d'arte da ammirare,
icone di gusto che rasentavano l'irraggiungibile.
Tra i gioielli passati per le sue mani (e spesso tenuti
parcheggiati nel parco della sua villa genovese per poterli ammirare dal vivo)
figurano:
- Le
fuoriserie del Cavallino: Una 612 Scaglietti, una 208 GTS Turbo, una
leggendaria GTO 250 e una GTS Spider acquistata nel 1965 su consiglio
diretto di Enzo Ferrari, incontrato a Maranello. Una particolarità?
Paoli non ha mai posseduto una Ferrari rossa, scegliendo sempre tinte
grigio-argento o azzurre.
- I
miti internazionali: La rivoluzionaria Lamborghini Miura,
svariate Porsche, una raffinata Lancia Flaminia GT Coupé Touring
e una Triumph TR3.
- Le
ammiraglie: Numerose BMW e Mercedes (inclusa la M130), scelte per i
lunghi viaggi professionali.
La Mini Cooper e la Rolls-Royce sfiorata
Nonostante supercar da sogno, il cuore di Gino Paoli è
sempre appartenuto anche alla Mini Cooper. Fu uno dei primi ad averla in
Italia negli anni '60, acquistandola usata da un amico di Bologna. "Piccola,
scattante, elegante... un'invenzione assoluta", la definiva,
elogiandone tenuta e comfort. Un amore tornato prepotentemente negli ultimi
anni di vita, quando si faceva scarrozzare per Genova dalla moglie Paola Penzo
a bordo di una Mini moderna, avendo ormai appeso al chiodo il volante dopo aver
ammesso di essere diventato "prudente in vecchiaia, dopo aver combinato
troppi guai".
Il grande rimpianto automobilistico di Paoli rimase invece
la Rolls-Royce. L'elegante vettura britannica lo tentò ripetutamente
(celebri i suoi appostamenti davanti a un concessionario romano durante una
tournée con Ornella Vanoni), ma rinunciò all'acquisto a Londra all'ultimo
momento, frenato unicamente dal timore dei controlli fiscali dell'epoca.
Le corse con Tenco e il legame con la strada
Gino Paoli è stato anche un cultore della velocità, un vizio
di gioventù condiviso con un altro grande e compianto artista: Luigi Tenco.
I due si sfidavano spesso in gare clandestine: prima in moto, da Pegli a
Genova, e poi a bordo delle rispettive Porsche sulla tratta Roma-Genova. "Solo
nel periodo in cui ero completamente cretino", chiosava con autoironia
ricordando quegli anni ruggenti.
La musica leggera per lui si ascoltava esclusivamente in
macchina, in movimento, lasciando la classica al silenzio della sua casa.
Guidare non era solo spostarsi, ma sentire la meccanica, l'esaltazione del
motore. Con la sua scomparsa, l'Italia perde non solo un poeta della canzone,
ma anche un autentico gentleman driver che ha saputo vivere la strada
con la stessa, inesauribile poesia dei suoi versi.