Il governo interviene nuovamente sulla fiscalità legata al
mondo del lavoro e della mobilità, introducendo un'attesa correzione alla
riforma delle auto aziendali concesse in uso promiscuo (sia per scopi
lavorativi sia per il tempo libero). Il nuovo provvedimento modifica i criteri
di calcolo del cosiddetto fringe benefit, ovvero il compenso in natura
che concorre a formare il reddito imponibile del dipendente, introducendo un
netto inasprimento fiscale per i veicoli più datati o a maggiori emissioni
inquinanti.
La misura punta a una duplice finalità: accelerare il
rinnovo delle flotte aziendali in chiave ecologica e rimodulare il prelievo
fiscale direttamente sulle buste paga dei lavoratori che usufruiscono di
vetture meno green.
Come cambia il calcolo del fringe benefit
Fino ad oggi, la tassazione sulle auto aziendali a uso
promiscuo è stata determinata sulla base di una percentuale del costo
chilometrico convenzionale (calcolato sulle tabelle ACI per una percorrenza
media di 15.000 km all'anno), variabile in funzione delle emissioni di CO2 del
veicolo. Minori sono le emissioni, più bassa è la quota di reddito tassata in
capo al dipendente.
La correzione introdotta dall'esecutivo va a modificare
queste percentuali, concentrando i rincari sui veicoli più vecchi. In sintesi,
i pilastri dell'intervento prevedono:
- Inasprimento
sulle fasce alte di emissione: Per le vetture endotermiche obsolete
(tipicamente Euro 4 o Euro 5 con emissioni di CO2 elevate) la quota
percentuale del valore ACI considerata come reddito imponibile subisce un
incremento significativo.
- Mantenimento
delle agevolazioni per l'elettrico e l'ibrido: Le vetture a zero o
ridotte emissioni mantengono aliquote di favore, volte a non penalizzare i
dipendenti che scelgono veicoli di ultima generazione.
- Revisione
dei parametri di anzianità: Viene introdotto un coefficiente di
penalizzazione legato all'età anagrafica del veicolo inserito nella flotta
aziendale.
Gli effetti diretti sulla busta paga dei dipendenti
L'impatto di questa correzione normativa si farà sentire
direttamente sul netto mensile dei lavoratori. Poiché il fringe benefit
non è un bonus monetario erogato in busta paga, ma una cifra teorica su cui si
calcolano le trattenute IRPEF e i contributi previdenziali, l'aumento del suo
valore determina un incremento delle tasse da pagare.
A parità di stipendio lordo, un dipendente a cui è affidata
un'auto aziendale datata o ad alte emissioni vedrà salire l'imponibile fiscale
e, di conseguenza, diminuire l'importo netto percepito ogni mese.
Il meccanismo penalizza non solo le auto storicamente più
inquinanti, ma anche i contratti di noleggio a lungo termine aziendali non
rinnovati di recente, spingendo di fatto i fleet manager e le imprese a
rinegoziare i contratti di fornitura per evitare malumori tra il personale
dipendente.
Gli obiettivi macroeconomici della misura
La decisione del governo di correggere la riforma risponde
alle pressioni europee in merito alla decarbonizzazione dei trasporti e alla
necessità di gettito per le casse dello Stato, senza andare a colpire
direttamente le aliquote IRPEF generali.
Le associazioni di categoria del settore automotive seguono
con attenzione l'evoluzione del provvedimento, evidenziando come una stretta
troppo repentina rischi di pesare eccessivamente sui quadri e sui dipendenti
delle medie imprese, dove il ricambio dei parchi auto aziendali richiede cicli
temporali più lunghi rispetto alle grandi multinazionali.