ll dopoguerra segnò per Lancia il
ritorno alla produzione civile con le innovative Kappa, Dikappa e Trikappa.
Ripercorriamo allora le vicende che portarono su strada la prima Lancia con
motore a V stretto ad otto cilindri. I modelli Kappa, Dikappa e Trikappa
segnarono il cruciale ritorno della Lancia alla produzione civile dopo la
complessa e faticosa parentesi della Prima guerra mondiale, un periodo
in cui le industrie meccaniche avevano dovuto convertire interamente i propri
sforzi verso le commesse belliche. Queste nuove vetture, costruite
complessivamente tra il 1919 e il 1925 con la denominazione ufficiale di
35 HP legata alla loro potenza fiscale, rappresentavano un ponte
perfetto tra il passato e il futuro del marchio torinese. Se da un lato esse si
basavano sull'evoluzione diretta dell'autotelaio nato originariamente con la
storica 12 HP Alpha del debutto, dall'altro si facevano portatrici di innovazioni
meccaniche straordinarie e sofisticate, soprattutto nell'architettura
dei motori, destinate a fare scuola e a essere applicate diffusamente a
tutta la produzione successiva della Casa.
In quel periodo di transizione, Lancia
decise di seguire la medesima strada intrapresa anche da altri grandi e
blasonati costruttori italiani del calibro di Fiat, Itala, Isotta Fraschini
e Alfa Romeo, dedicandosi con ingenti investimenti allo studio e allo
sviluppo dei motori per l'aviazione, considerati allora un settore
tecnologico dal futuro estremamente promettente e strategico.
Il dopoguerra e l’intuizione nata dai
motori d’aviazione
La progettazione aeronautica
rappresentò per i tecnici di via Monginevro una straordinaria palestra
ingegneristica, poiché imponeva
una sfida del tutto inedita rispetto ai canoni automobilistici tradizionali:
era necessario ottenere prestazioni ed erogazioni di potenza elevatissime
mantenendo al contempo le dimensioni complessive e i pesi delle unità entro
limiti estremamente contenuti. Per aumentare i cavalli a disposizione dei
piloti non era infatti sufficiente ingrandire la cilindrata dei singoli
cilindri, poiché una
simile scelta avrebbe comportato un aumento intollerabile delle masse in
movimento alternato, con un conseguente effetto negativo sulle forze d'inerzia
e sulla velocità massima raggiungibile dal motore stesso.
L'unica risposta
soddisfacente era quindi l'aumento del numero complessivo dei cilindri
per frazionare la cilindrata. Tuttavia, disporre otto o dodici cilindri sulla
classica linea retta avrebbe condotto a gruppi motopropulsori di lunghezza
eccessiva, difficili da alloggiare nelle fusoliere e strutturalmente critici a
causa della pericolosa flessibilità che avrebbe affetto un albero a gomiti così
lungo. Per superare questo ostacolo, l'ingegneria dell'epoca si orientò verso
motori a più bancate, come le configurazioni a stella oppure le disposizioni
a V.
Il brevetto del motore a V stretto e i
primi esperimenti
Fino agli anni immediatamente
precedenti il conflitto mondiale, i motori con architettura a V
presentati da pionieristici costruttori automobilistici come la francese De Dion-Bouton o l'americana Cadillac sfruttavano angoli di apertura molto
ampi tra le bancate, tipicamente di 60 gradi per le unità a dodici
cilindri e di 90 gradi per quelle a otto cilindri, configurazioni
necessarie a garantire la regolarità degli scoppi. I tecnici Lancia intuirono
però che queste soluzioni standard portavano con sé una conseguenza sgradita e
penalizzante, rappresentata dall’eccessivo ingombro in larghezza del vano
motore. Fu proprio in questo scenario che Vincenzo Lancia ebbe un’intuizione
tanto semplice nella sua concezione quanto geniale nella sua applicazione
pratica, che fu regolarmente depositata e brevettata a suo nome: progettare una
disposizione dei cilindri a V ma con le bancate inclinate di pochissimi gradi,
dando vita al celebre concetto del motore a V stretto.
Dal prototipo da Salone alla ricerca
della stabilità
Il primo motore sperimentale di questa
stirpe fu battezzato 50 HP dalla sua potenza fiscale. Questo propulsore
si presentava incredibilmente compatto e mostrava un angolo tra le bancate
di soli 30 gradi, una misura talmente ridotta da consentire la fusione
del blocco cilindri in un unico pezzo di ghisa, un’operazione che richiedeva
accorgimenti di fonderia complessi di cui la Lancia era ormai assoluta padrona.
Con una cilindrata di 6.646 cc su dodici cilindri che erogava 120 CV
al regime di 3000 giri/minuto. L’autotelaio
prototipale completo equipaggiato con la versione definitiva di questo
propulsore da 100 CV, con angolo ulteriormente ridotto a 22 gradi e
valvole in testa, venne esposto con orgoglio al Salone dell’Automobile
di Parigi del 1919. L’idea destò un’enorme ammirazione tra il pubblico e la
stampa specializzata per la straordinaria compattezza e per la pulizia
estetica del motore, che appariva liscio e privo di collettori esterni
visibili, interamente integrati all’interno della fusione della testa.
Su questo stesso lussuoso autotelaio
da Salone, Lancia presentò anche una rivoluzionaria sospensione posteriore,
inventando un sistema a doppia balestra: la prima, montata in modo
convenzionale a una sola lama, serviva a dare al ponte la necessaria rigidità
trasversale contro le sbandate; la seconda balestra, di tipo cantilever,
gestiva i carichi verticali e l’assorbimento dei colpi ed era collegata al
ponte tramite cavi flessibili, potendosi così deformare in senso longitudinale senza
influire sulla traiettoria impostata dallo sterzo. Nonostante il grande
interesse tecnico sollevato a Parigi, questo splendido autotelaio non ebbe un
seguito commerciale, poiché la
delicata situazione economica generale del dopoguerra non era propizia agli
investimenti nel segmento delle auto di massimo lusso.
La produzione di serie con la Kappa e
la Dikappa
Accanto al prototipo a dodici
cilindri, il Salone di Parigi del 1919 ospitò il debutto della nuova vettura di
serie destinata a sostenere i bilanci della compagnia: la Lancia 35 HP Kappa,
chiamata a sostituire la gloriosa Theta. Dal punto di vista estetico la Kappa
manteneva una linea sobria e vicina a quella della serie precedente,
distinguendosi però immediatamente per l’adozione generalizzata delle moderne ruote
a disco in lamiera d’acciaio. La vera e propria svolta tecnologica si
nascondeva tuttavia sotto il cofano: il motore a quattro cilindri da 4.940 cc
da 70 CV a 2.200 giri/minuto fu il primo nella storia della Lancia a
ricevere la testata smontabile, separata dal blocco cilindri. Questa
innovazione geometrica semplificò radicalmente sia le catene di montaggio in
fabbrica sia, soprattutto, le operazioni di manutenzione ordinaria nelle
officine. A quell’epoca, infatti, la pulizia e la smerigliatura delle sedi
delle valvole erano interventi frequenti, e la possibilità di rimuovere la sola
testa senza smontare l’intero motore rappresentava un vantaggio pratico enorme
per i proprietari.
Prodotta nel ragguardevole numero di 1810
esemplari fino al 1922, la Kappa venne affiancata nel 1921 dalla 35
HP Dikappa, la sua declinazione sportiva ad alte prestazioni.
Costruita in soli 160 esemplari nell’arco di due anni, la Dikappa
manteneva lo stesso basamento da 4,9 litri ma adottava una testata specifica
con valvole in testa e una camera di combustione più compatta e raccolta.
Questa configurazione consentiva di innalzare il rapporto di compressione,
portando la potenza massima a ben 87 CV a 2300 giri/minuto e regalando
alla vettura doti velocistiche notevoli (ben 130 km/h), sottolineate
esteticamente dal montaggio di serie di ruote a raggi sportive.
L’ammiraglia Trikappa e l’eredità tecnologica
Nel 1922 la produzione della Kappa e
della Dikappa giunse al termine per consentire alla Lancia di articolare la
propria offerta su due soli modelli: la più accessibile e rivoluzionaria Lambda
e la maestosa Trikappa, un’ammiraglia di altissimo lignaggio
destinata alle carrozzerie più sontuose ed esclusive del tempo. Prodotta in 847
esemplari, la Trikappa ereditava dai modelli precedenti la solida struttura
del telaio, ma accoglieva sotto il cofano la vera e propria sintesi delle
esperienze maturate con i motori a V stretto e con il prototipo da salone. Il
suo cuore pulsante era infatti un raffinatissimo motore a otto cilindri a V
con un angolo incredibilmente stretto, di appena 14 gradi, dotato di valvole e
asse a camme in testa. Con una cilindrata totale di 4.592 cc (alesaggio
e corsa 75x130 mm), questa unità erogava 98 CV a del regime di 2500 giri/minuto, garantendo velocità di 130 km/h, assenza di
vibrazioni e una fluidità di marcia che stupirono la clientela dell’epoca. Il
gruppo trasmissione della Trikappa introduceva un cambio a quattro marce
moderno posizionato al centro del pavimento, integrandolo come elemento
strutturale portante connesso direttamente al ponte posteriore. L’impianto
frenante, inizialmente limitato alle sole ruote posteriori (a leva) e
coadiuvato da un freno a tamburo sulla trasmissione (a pedale), venne
aggiornato nella seconda serie del 1923 con l’adozione dei fondamentali
e innovativi freni sull’asse anteriore,
un dispositivo di sicurezza ormai indispensabile che venne installato anche su
molte vetture della prima serie già circolanti.
Affascinante dentro e fuori
Il motore della Trikappa divenne
celebre per la sua estetica pulita e rigorosa, priva di tubazioni a vista, una
scelta che tuttavia mostrava il fianco a qualche critica tecnica: i condotti di
scarico e aspirazione racchiusi nella fusione allungavano i passaggi dei gas e
provocavano un marcato surriscaldamento dell’acqua di raffreddamento.
Nel traffico rado di quegli anni, che si svolgeva a velocità quasi costanti, i
difetti di carburazione legati a queste temperature elevate erano comunque
quasi impercettibili. A completare la squisita meccanica di questa ammiraglia
contribuivano gli ammortizzatori posteriori ad attrito dotati di un sistema
a cinghia, progettati per non irrigidire l’auto nella fase di compressione
sulle buche profonde, e le balestre interamente rivestite da eleganti foderi
in pelle, studiati per trattenere il grasso lubrificante a lungo nel tempo
ed eliminare alla radice ogni fastidioso cigolio meccanico.
Il poeta Gabriele D’Annunzio
era talmente entusiasta della sua Lancia Trikappa Torpedo da dedicargli il
motto “Parva igni scintilla meo” (una piccola scintilla sufficiente ad
infiammarmi). Inoltre a bordo della propria Trikappa, nel 1922, il maestro Giacomo
Puccini compì un viaggio di oltre 3.000 km attraverso l’Europa e il 21
settembre 1924 re Vittorio Emanuele III inaugurò l’autostrada Milano-Varese
percorrendola a bordo della sua Trikappa.
Venduta al prezzo astronomico di
69.000 Lire (lo stipendio mensile medio oscillava tra 200 e 350 lire), era disponibile
in due serie e due tipologie di carrozzeria Torpedo e Coupè de
Ville, ma il solo autotelaio (a longheroni e traverse in lamiera d’acciaio
con passo da ben 3,384 mm) poteva anche essere interpretato dai Carrozzieri, ai
quali veniva fornito il cosiddetto “scudato”.