Nell’Italia del secondo
dopoguerra,
con i primi segnali del boom economico, la diffusione degli scooter
raggiunge il suo apice. Gli utenti iniziano tuttavia ad avvertire la necessità di
maggiore protezione dalle intemperie e di un abitacolo più confortevole
rispetto alla semplice sella. Nascono così le piccole utilitarie,
veicoli dal prezzo contenuto e dai consumi ridotti, capaci di
offrire a giovani coppie e lavoratori spostamenti più comodi e anche la
possibilità di qualche gita fuori porta.
In
quegli anni la Piaggio vive un periodo di grande espansione, ma
all’interno
dell’azienda
si inizia a ragionare sull’idea di entrare nel settore automobilistico,
sfruttando ancora una volta il talento dell’ingegner Corradino D’Ascanio, già progettista
della Vespa e di numerosi altri progetti. In realtà non
si trattava di qualcosa di tecnicamente troppo complesso, anche se inedito
per il marchio: sarà piuttosto la FIAT a complicare la situazione.
Si
può dire che tutto ebbe origine all’indomani dei primi
successi della Vespa.
Enrico Piaggio si rese conto che molti utenti, oltre a un mezzo
economico per la mobilità essenziale, iniziavano a desiderare anche un veicolo
più comodo e protetto. Piaggio osservava con interesse i primi tentativi
nel campo delle microvetture, portati avanti soprattutto da costruttori
stranieri come Messerschmitt, Goggomobil e Lloyd,
ma anche da realtà italiane come la brillante ISO Isetta (1953). Era
convinto di poter offrire un modello più concreto e razionale, che
consentisse alla sua clientela di scendere dalla sella della Vespa per
accomodarsi al volante, al riparo dalle cadute e dalle intemperie.
Il
progetto e l’altolà di FIAT
Nell’estate del 1952 Piaggio mise su
strada il primo prototipo, uno dei quattro esemplari inizialmente
realizzati. I risultati dei test, però, furono molto al di sotto delle
aspettative. Tra il 1952 e il 1954 vennero quindi completati anche
gli altri tre prototipi. Il terzo risultò il più efficace, tanto
da essere testato anche fuori dallo stabilimento.
Le
prove avvennero sulla Statale Tosco-Romagnola tra Pontedera e Pisa e
sulle strade spesso sterrate verso la provincia di Siena. I test si
svolgevano in gran segreto e di notte, nell’agosto del 1953, percorrendo anche 200
km a sera. Nonostante la brillantezza e il buon rendimento del motore
due tempi, alcuni elementi penalizzavano fortemente il comportamento su
strada: ruote troppo piccole, meccanica “tutto dietro” e passo
eccessivamente cortocompromettevano la tenuta di strada.
Si
passò così allo sviluppo di un quinto prototipo, denominato “4R”, completato prima della fine del 1955.
Nel
frattempo avvenne il celebre incontro tra Enrico Piaggio e il potente amministratore
delegato della FIAT, Vittorio Valletta, che era stato informato delle
intenzioni dell’azienda di Pontedera. Da questo confronto
nacque un vero e proprio patto di non belligeranza: Piaggio poteva anche
costruire la propria utilitaria, ma non in Italia e, soprattutto, senza
venderla sul mercato italiano.
Nulla
doveva ostacolare la diffusione della Nuova 500, pronta al lancio, e
della sua futura alleata più elegante e rifinita, la Autobianchi Bianchina
Trasformabile (1957).
I
due imprenditori, accomunati da pragmatismo e determinazione, compresero
che uno scontro diretto avrebbe danneggiato soprattutto il più piccolo.
Così, il 18 giugno 1956, Carlo Carbonero, ingegnere capo e
responsabile dello stabilimento di Fourchambault, ricevette da D’Ascanio
e Piaggio
l’incarico
di spiegare ai tecnici francesi come sarebbe stata costruita la nuova
vettura.
Esilio
francese
Proprio
in Francia, già dal 1950, era attiva la A.C.M.A. (Atelier de Construction de Motocycles et Accessoires), una fabbrica creata
da Piaggio per produrre modelli destinati all’estero, evitando gli ingenti
dazi doganali dell’epoca.
Lo
stabilimento occupava una vasta area di 10 ettari, appartenuta alla ex
azienda aeronautica S.N.C.A.C. (Société Nationale des Constructions Aéronautiques du Centre), fondata nel 1936
a Fourchambault, in Bretagna. Tutto venne rapidamente
adattato per la produzione della nuova microvettura.
Questo
imprevisto industriale allungò ulteriormente i
tempi di sviluppo e di industrializzazione. Nel frattempo, a Pontedera,
vennero costruiti quattro ulteriori esemplari migliorati del progetto 4R:
due rimasero in Toscana, mentre due furono inviati in Francia per
permettere ai tecnici locali di studiarli.
Il
risultato di questo ritardo ormai insostenibile fu evidente alla presentazione
nell’autunno del 1957, quando la vettura
apparve al Salone di Parigi come una delle principali vedette dell’esposizione. Tuttavia arrivava pochi
mesi dopo il debutto della Nuova 500 e della Bianchina
Trasformabile, e gran parte degli sforzi risultò ormai vanificata.
Nonostante la simpatia del progetto e i contenuti tecnici ed
economici interessanti, la Vespa 400 verrà prodotta in poco più di 30.000
esemplari.
Una
scelta valida
Per
la motorizzazione si optò per un’unità di derivazione
motociclistica: un bicilindrico verticale a 2 tempi, raffreddato
ad aria, montato posteriormente in posizione longitudinale e inclinato
verso sinistra. Il motore era perfettamente quadro, con alesaggio
e corsa di 63 × 63 mm, per una cilindrata totale di 393 cc. Grazie a
un carburatore Solex 26 AHCD, il propulsore erogava 12 CV a 4700 giri/min.
Le ruote da 10 pollici, se da una parte trasmettevano al guidatore ogni asperità
della strada, dall’altra garantivano una discreta stabilità,
unite a uno sterzo estremamente leggero, anche nelle manovre. Tra le soluzioni
tecniche più raffinate figuravano le quattro ruote indipendenti e l’avantreno di tipo McPherson.
Il
cambio era a 3 marce, con le due più alte sincronizzate, mentre i
freni erano a tamburo su tutte le ruote. Nel complesso, grazie al peso
contenuto di appena 360 kg, la vettura risultava persino piuttosto
briosa da guidare.
In
base agli accordi con la FIAT, la Vespa 400 non arrivò mai
ufficialmente sul mercato italiano. Oltre ai dirigenti di Pontedera, solo alcuni
fidati concessionari riuscirono a ottenere qualche esemplare, per un
totale di non più di un centinaio. Questo fu comunque sufficiente a incuriosire
la stampa, che ebbe modo di provarla e ne sottolineò diversi pregi,
tra cui: la velocità massima di 85 km/h, il
comfort per due persone, la presenza di serie dell’impianto di
riscaldamento.
In Francia era disponibile nelle
versioni “Normale” e “Luxe” (in Italia indicate
come “Semplice” e “Normale”). Le differenze
riguardavano alcuni dettagli: una sola spazzola tergicristallo
nella versione base e due nella versione Luxe, maggiori cromature nella
versione più ricca e dotazioni interne leggermente più ricche.
Dove
ci siamo già visti?
Nella
Vespa 400 si possono effettivamente riconoscere alcune somiglianze
formali con la Autobianchi Bianchina Trasformabile, ma un confronto
ancora più evidente riguarda la Siata Mitzi, disegnata da Giovanni
Michelotti.
La Mitzi era una microvettura
italiana a due posti, presentata dalla torinese SIATA (Società Italiana
Auto Trasformazioni Accessori) al Salone dell’Automobile di Torino
nel 1953.
Pensata come soluzione economica per la motorizzazione di massa, non
riuscì però a entrare in produzione di serie in Italia, principalmente a
causa anche qui dell’ostruzionismo della FIAT, che la considerava
una potenziale concorrente per i propri modelli utilitari in fase di
sviluppo.
Il
motore era un bicilindrico posteriore a quattro tempi da 434 cc, capace
di circa 11 CV, sufficienti a spingere la leggera vettura – dal peso
piuma – fino a una velocità massima di circa 80 km/h. Nonostante le dimensioni
ridotte, la Mitzi presentava soluzioni tecniche molto avanzate per l’epoca, come le sospensioni
a quattro ruote indipendenti e, in alcuni prototipi, persino i freni
a disco.
Il
progetto venne successivamente venduto all’azienda argentina
RYCSA,
tramite la controllata IMEMA, che lo produsse con
il nome di Mitzi B40, assemblandone circa 200 unità tra il 1956
e il 1960.
Nonostante
il fallimento commerciale in Italia,
la Mitzi resta un esempio significativo dell’ingegno
della SIATA
e della lungimirante matita di Giovanni Michelotti nel campo delle prime
utilitarie del secondo dopoguerra. A ben vedere, soprattutto per stile e
impostazione tecnica, proprio la Mitzi rappresentò un importante
riferimento nello sviluppo della Vespa 400 di Piaggio.