Mentre il debutto formale è fissato per il 2027, migliaia
di vetture del colosso tecnologico circolano già nel Vecchio Continente. Un
boom spinto dai canali d'importazione parallela che vede il marchio primeggiare
in Germania, Spagna e Italia, nonostante prezzi raddoppiati e assenza di
garanzia ufficiale.
Secondo la roadmap ufficiale di Pechino, le auto a marchio
Xiaomi non dovrebbero toccare il suolo europeo prima del 2027. Eppure, basta
osservare con attenzione le strade di Milano, Monaco o Madrid per imbattersi in
una realtà che anticipa i piani industriali: la berlina
SU7 e il SUV
YU7
sono già qui. E non si tratta di pochi esemplari isolati, ma di un flusso
costante che ha reso
Xiaomi, paradossalmente, un "leader di vendite"
nel mercato delle importazioni parallele.
I numeri del fenomeno
A scattare la fotografia di questa anomalia di mercato è China
EV Marketplace (CEVM), una delle principali piattaforme commerciali
specializzate nell'export di veicoli dalla Cina verso il resto del mondo. I
dati del 2025 sono inequivocabili: la piattaforma ha registrato una crescita
del 224%, consegnando oltre 11.000 unità.
All'interno di questo volume,
Xiaomi si è imposta come il
marchio più richiesto in assoluto dagli acquirenti europei. Secondo il report,
la casa tecnologica domina le preferenze in mercati chiave come
Germania,
Paesi Bassi, Spagna e Italia, oltre ad altri dodici Paesi dell'Unione.
Sebbene non vi siano cifre ufficiali della casa madre (che non riconosce queste
vendite), le stime parlano di oltre
3.200 vetture Xiaomi già targate e
circolanti sulle strade europee.
Il mix di vendita: vince la berlina
Le preferenze degli importatori privati riflettono il
successo domestico cinese. Il 70% degli ordini riguarda la berlina SU7,
con una nicchia di appassionati (il 10% del totale SU7) che ha optato per la
versione ad alte prestazioni SU7 Ultra. Il restante 30% è coperto dal
più recente SUV YU7.
Il prezzo della fretta: da 30.000 a 70.000 euro
Ma quanto costa anticipare il futuro? Il desiderio di
possedere un'auto
Xiaomi prima del lancio ufficiale comporta un esborso
economico ingente e una serie di rischi calcolati. Se sul listino cinese una
SU7 base si aggira attorno all'equivalente di
30.000 euro, portarla in
Europa attraverso canali come CEVM fa lievitare il prezzo finale in modo
vertiginoso.
Tra i costi da sostenere figurano:
- Trasporto
marittimo: circa 6.000 euro.
- Dazi
e sdoganamento: oltre al dazio base del 10%, bisogna considerare le
complesse variabili tariffarie attuali tra UE e Cina.
- Burocrazia:
spese di gestione, adattatori di ricarica (lo standard cinese GB/T è
diverso dal CCS2 europeo) e, soprattutto, l'omologazione individuale per
ottenere le targhe nazionali.
- IVA:
da versare al momento dell'ingresso nel Paese di destinazione.
Il risultato è un conto finale che tocca facilmente i 70.000
euro. Una cifra che l'acquirente paga accettando compromessi notevoli:
l'assenza della garanzia ufficiale del costruttore (sostituita talvolta da
polizze offerte dall'importatore) e limitazioni software, dato che
l'infotainment nasce per l'ecosistema digitale cinese.
Uno scenario globale
Il fenomeno dell'importazione parallela non riguarda solo
l'Europa o
Xiaomi. I dati di CEVM mostrano una geografia dell'auto cinese che
si espande a macchia d'olio: in Medio Oriente il marchio più importato è
Maextro
(il brand premium dell'ecosistema Huawei), mentre in Sud America è
Chery
a dominare i flussi non ufficiali.