L'Ue alza i muri, la Cina li abbatte: ecco come Pechino sta aggirando i dazi sulle auto elettriche

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13 luglio 2026, 12.04
L'immagine raffigura un grafico con una freccia che ha un andamento crescente. Sullo sfondo si vede la bandiera cinese
Una nuova analisi di Transport & Environment evidenzia il calo delle importazioni complessive, ma avverte: i veicoli di Pechino restano il 21% più economici. Allarme sulla filiera delle batterie, per cui si chiedono tariffe mirate.
A distanza di tempo dall'introduzione delle misure tariffarie sulle auto elettriche prodotte in Cina, i primi bilanci industriali delineano uno scenario complesso e a doppia velocità. I dazi applicati dall'Unione Europea hanno parzialmente ridisegnato i flussi della catena di fornitura globale, ma non sono bastati a frenare l'avanzata commerciale dei costruttori asiatici.
Secondo l'ultimo rapporto pubblicato da Transport & Environment (T&E), la principale organizzazione indipendente europea per la decarbonizzazione dei trasporti, la quota di mercato dell'Unione Europea detenuta dai veicoli elettrici a batteria (BEV) assemblati in Cina è scesa al 17% nel primo trimestre del 2026, registrando una contrazione di computationally cinque punti percentuali rispetto al picco del 22% toccato nel 2024. Un risultato che tuttavia fotografa una realtà asimmetrica: a ritirarsi sono soprattutto i marchi occidentali, mentre i brand cinesi aumentano la propria penetrazione sul mercato interno.

Il riposizionamento dei costruttori occidentali

La flessione delle importazioni complessive dalla Cina è da attribuire in larga misura alle scelte strategiche dei grandi gruppi automobilistici europei e statunitensi. Case come Tesla, BMW e Volvo hanno progressivamente delocalizzato parte delle proprie linee produttive, riportandole dalla Cina al territorio europeo per evitare i dazi.
I dati statistici confermano questo trend di rimpatrio industriale:
  • Costruttori europei: La loro quota sulle importazioni di veicoli elettrici dalla Cina è crollata dal 38% del 2024 al 23% nei primi tre mesi del 2026.
  • Tesla: Ha registrato una contrazione della propria fetta di importazioni cinesi verso l'UE, passata dal 26% al 19% nello stesso periodo.
Di conseguenza, la composizione del flusso importato ha cambiato radicalmente fisionomia: oggi oltre la metà dei veicoli elettrici che arrivano dalla Cina appartiene a brand interamente cinesi.

La reazione di Pechino: prezzi competitivi, stabilimenti locali e boom dell'ibrido

L'efficacia delle tariffe doganali ha mostrato forti discrepanze in base alle aliquote applicate ai singoli gruppi industriali. Il colosso SAIC, gravato da un dazio del 35%, ha visto quasi dimezzarsi le proprie esportazioni verso il blocco comunitario tra il 2023 e il 2025. Al contrario, BYD, soggetta a un'aliquota più contenuta del 17%, ha più che raddoppiato i propri volumi commerciali verso l'Europa.
A sostenere l'offensiva dei marchi orientali rimane un forte divario di costo: in media, un'auto elettrica di un brand cinese conserva un vantaggio di prezzo del 21% rispetto ai concorrenti europei, dazi inclusi.
Le barriere commerciali hanno inoltre innescato due contromisure strategiche da parte delle aziende cinesi:
  1. Investimenti diretti in Europa: Dall'annuncio dell'indagine anti-sovvenzioni a oggi, i costruttori cinesi hanno già programmato l'apertura di dieci nuovi stabilimenti produttivi sul suolo europeo.
  2. Diversificazione sulle ibride plug-in (PHEV): Sfruttando segmenti meno presidiati dalle tariffe, i marchi di Pechino hanno incrementato la propria quota nel mercato europeo delle PHEV, balzando dal 3% del 2024 al 13% attuale.

Il nodo batterie: importazioni moltiplicate per 7

Il vero squilibrio competitivo si gioca però sul fronte della componentistica essenziale. Tra il 2020 e il 2025, le importazioni di batterie dalla Cina – attualmente quasi esenti da dazi – sono aumentate di sette volte. La controparte produttiva europea appare strutturalmente debole: meno del 25% delle batterie realizzate all'interno dell'UE proviene da aziende a capitale europeo, esponendo il settore a forti incertezze.
"I dazi europei hanno funzionato, ma solo in parte. I produttori occidentali hanno riportato la produzione in Europa e quelli cinesi hanno iniziato a investire nella produzione locale. Tuttavia, la competitività dell'industria morale delle auto elettriche e delle batterie resta a rischio. Se l'UE vuole costruire una filiera solida servirà una strategia che combini incentivi industriali e adeguate misure di protezione commerciale." — Andrea Boraschi, Direttore di T&E Italia
Per evitare che l'Europa si trasformi in una mera piattaforma di assemblaggio finale o in un mercato di sfogo per l'eccesso di capacità produttiva cinese, T&E propone l'introduzione di un dazio mirato del 20% sulle batterie cinesi. Secondo le simulazioni dell'organizzazione, questa misura proteggerebbe la filiera locale comportando un ricarico medico sul prezzo finale delle auto elettriche prodotte in UE stimato in appena il 2,8%.

Il dibattito normativo a Bruxelles e il rischio stagnazione

L'analisi di T&E lancia infine un monito ai legislatori europei, attualmente impegnati nella revisione del regolamento sulle emissioni di CO₂ per i nuovi veicoli. Sotto la lente dell'organizzazione sono finite le proposte di allentamento dei target vigenti, in particolare quella avanzata dall'eurodeputato Massimiliano Salini (Forza Italia).
I modelli previsionali indicano che l'adozione di obiettivi di decarbonizzazione più blandi permetterebbe sì ai costruttori europei di rispettare i parametri senza accelerare la transizione elettrica, ma provocherebbe una sostanziale stagnazione del mercato dei veicoli a zero emissioni. In questo scenario di ridotta competitività interna, i marchi cinesi finirebbero per occupare gli spazi lasciati vuoti: secondo lo studio, con la proposta Salini la quota di mercato dei brand cinesi nei canali delle auto elettriche in UE potrebbe toccare il 30% entro il 2035, contro il 15% previsto mantenendo la tabella di marcia originaria della Commissione Europea.
Le raccomandazioni di T&E ai decisori politici:
  • Inasprire i dazi sulle batterie cinesi, superando l'attuale regime tariffario di fatto prossimo allo zero.
  • Introdurre clausole anti-elusione per impedire l'aggiramento delle sanzioni tramite la triangolazione produttiva in Paesi terzi.
  • Implementare rapidamente l'Industrial Accelerator Act e il regolamento sulle flotte aziendali (Clean Corporate Vehicles Regulation) per consolidare la domanda interna.
  • Blindare la transizione, mantenendo inalterati i target di riduzione della CO₂ fissati per il 2030 e il 2035.
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