"L'ibrido ha vinto, ma il termico non è morto": intervista al CEO Lamborghini Stephan Winkelmann

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16 settembre 2026, 13.50
stephan winkelmann
Lo avevamo incontrato a Monterey, in occasione della presentazione della Revuelto SV. Ma con Stephan Winkelmann, CEO di Automobili Lamborghini, parlare di un nuovo modello significa quasi inevitabilmente allargare lo sguardo al futuro della Casa di Sant’Agata. Perché dietro l’auto più estrema si intrecciano questioni che riguardano l’intero brand: l’accettazione dell’ibrido, il difficile equilibrio tra crescita ed esclusività, una clientela sempre più giovane e internazionale e le incognite poste dalle normative europee. Senza dimenticare ciò che una Lamborghini, indipendentemente dalla tecnologia, dovrà continuare a essere. E soprattutto ciò che non dovrà diventare mai.
Con la Revuelto SV portate l’ibrido Lamborghini alla sua espressione più estrema. Dopo questi primi anni di elettrificazione, possiamo dire che i clienti abbiano definitivamente accettato questa tecnologia oppure esiste ancora una parte della clientela che rimpiange la supersportiva puramente termica?
L’hanno accettata, come dimostrano sia i risultati di vendita, sia le vetture che stiamo ancora producendo e per quelle già ordinate dai clienti. Detto questo, è altrettanto chiaro che, più in generale, continuerà a esistere uno spazio di mercato per automobili esclusivamente a combustione interna. Quanto a lungo non possiamo saperlo: in alcuni mercati probabilmente più a lungo, in altri meno. Molto dipenderà anche dalla legislazione.
Lamborghini continua a crescere, ma il lusso vive anche di esclusività e poco prodotto disponibile. Dove si trova il limite oltre il quale vendere più automobili rischierebbe di togliere valore al marchio?
Siamo presenti in segmenti differenti con Temerario, Revuelto e Urus. Quest’ultima appartiene a un segmento molto più ampio, ma anche in quel contesto i nostri volumi rappresentano una quota estremamente contenuta. Vendiamo tra le 10 e le 11 mila unità in un mercato globale di circa 80 milioni di automobili: una presenza su strada che non rischia di compromettere l’esclusività del marchio. Se guardiamo al mondo degli orologi, anche le maison più piccole producono decine di migliaia di pezzi. Tutto dipende quindi dal segmento, dal numero di modelli e dalla quantità di mercati serviti. Rispetto a venti o trent’anni fa sono aumentate le persone che possono permettersi questo genere di vetture, ma i nostri volumi restano limitati e credo che sarà così anche in futuro.
La Revuelto SV sarà prodotta in 1.963 esemplari, destinati prioritariamente ai clienti e ai collezionisti più fedeli. Quanto è importante oggi per voi scegliere il cliente, oltre che essere scelti dal cliente?
Abbiamo clienti profondamente legati al marchio, che lo dimostrano a ogni nuova presentazione acquistando non soltanto i modelli nuovi, ma anche le vetture storiche. Quando la disponibilità è limitata, possiamo offrire loro una sorta di diritto di prelazione. Il sistema è trasparente e ciascuno conosce la propria posizione. Per noi una clientela così fedele è molto importante, ma non escludiamo mai nessuno. Chi si avvicina per la prima volta a Lamborghini deve semplicemente accettare, come tutti, la lista d’attesa, anche quando si tratta di un modello non limitato nel numero di esemplari. Non abbiamo mai voluto scoraggiare l’entusiasmo di chi desidera e può permettersi una Lamborghini.
Negli ultimi anni avete ampliato notevolmente la vostra clientela. Il proprietario di una Lamborghini oggi è diverso da quello di dieci o quindici anni fa? È più giovane? E, soprattutto, che cosa cerca oggi in una vettura del Toro?
Oggi i nostri clienti sono più giovani e sono aumentate anche le donne, soprattutto grazie alla Urus. È un’evoluzione positiva per il marchio, ma ciò che cercano è rimasto lo stesso: qualcosa di esclusivo, capace di dare forma ai loro sogni e superare le aspettative. Il cliente è più sofisticato rispetto a qualche anno fa, nonostante l’età media si sia abbassata. Chi ama il Made in Italy pretende però che rimanga autentico. Il mercato automobilistico sta diventando sempre più regionale, con vetture pensate specificamente per l’Europa, l’America o l’Asia; noi, invece, continuiamo a costruire un’automobile per il mondo, perché il Made in Italy resta una delle chiavi del successo di Lamborghini.
L’industria europea deve affrontare normative sempre più stringenti, mentre altri mercati si muovono con tempi e regole differenti. Quanto è difficile pianificare oggi una Lamborghini che arriverà sul mercato tra cinque o sette anni?
È vero che il mercato e le regole possono cambiare in modo inatteso e che questo rende le previsioni più complesse. Ma, nelle grandi linee, sappiamo che cosa accadrà nei prossimi cinque o dieci anni. La grande maggioranza dei mercati continuerà a consentire la vendita di vetture dotate di motore a combustione interna; sono quindi sicuro che, nei prossimi anni, le nostre auto potranno continuare a essere commercializzate. Il contesto più difficile è quello europeo, il nostro mercato domestico. Essendo un costruttore di nicchia, rientriamo tuttavia nel regime previsto per gli Small Volume Manufacturer: dobbiamo dimostrare una progressiva riduzione delle emissioni di CO₂.
Avete sempre costruito automobili in qualche modo “irrazionali”, nel senso più positivo del termine: vetture capaci prima di tutto di far sognare. In un’industria sempre più dominata da software, elettrificazione e sistemi di assistenza alla guida, come si protegge questa irrazionalità?
Può sembrare paradossale, ma la si protegge con una grande disciplina e un’attenzione costante da ciò che accade nel mercato. Poi, naturalmente, occorre il coraggio di agire e di fare cose inaspettate. Per una Casa come la nostra, almeno fino a oggi, questo approccio ha dato risultati. Ma, essendo un costruttore di piccole dimensioni, abbiamo un margine di errore molto ridotto. Per questo valutiamo sempre, con estrema attenzione, ogni nostra mossa futura.
Da qualche anno si è affermata la tendenza dei restomod, che ha coinvolto anche alcuni modelli Lamborghini. Che cosa significa, per un’azienda che produce vetture estreme, vedere un’automobile del passato reinterpretata in chiave contemporanea? È un bene?
Devo ammettere di non avere ancora un’opinione definitiva sui restomod. Istintivamente continuo a pensare ciò che ho sempre sostenuto: le vetture storiche dovrebbero rimanere originali. Comprendo l’interesse per queste reinterpretazioni, ma le considero più adatte a modelli prodotti in grandi volumi che a serie limitate, nelle quali l’originalità incide anche sul valore. Naturalmente ogni cliente è libero di fare ciò che vuole con la propria automobile, ma deve valutare attentamente l’effetto della trasformazione sul valore della vettura. Sono molte le aziende che propongono restomod, ma poche quelle che hanno ottenuto un successo concreto.
Se dovesse indicare una sola cosa che Lamborghini non dovrà mai diventare, indipendentemente dalla tecnologia, dalle normative e dal mercato, quale sarebbe?
Una commodity: un’automobile concepita soltanto per spostarsi da A a B.
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