Lo avevamo incontrato a Monterey, in occasione della presentazione della
Revuelto SV. Ma con
Stephan Winkelmann, CEO di Automobili
Lamborghini,
parlare di un nuovo modello significa quasi inevitabilmente allargare lo
sguardo al futuro della Casa di Sant’Agata. Perché dietro l’auto più estrema si
intrecciano questioni che riguardano l’intero brand: l’accettazione
dell’ibrido, il difficile equilibrio tra crescita ed esclusività, una clientela
sempre più giovane e internazionale e le incognite poste dalle normative
europee. Senza dimenticare ciò che una Lamborghini, indipendentemente dalla
tecnologia, dovrà continuare a essere. E soprattutto ciò che non dovrà
diventare mai.
Con la Revuelto SV portate l’ibrido Lamborghini alla sua espressione
più estrema. Dopo questi primi anni di elettrificazione, possiamo dire che i
clienti abbiano definitivamente accettato questa tecnologia oppure esiste
ancora una parte della clientela che rimpiange la supersportiva puramente
termica?
L’hanno accettata, come dimostrano
sia i risultati di vendita, sia le vetture che stiamo ancora producendo e per quelle
già ordinate dai clienti. Detto questo, è altrettanto chiaro che, più in
generale, continuerà a esistere uno spazio di mercato per automobili
esclusivamente a combustione interna. Quanto a lungo non possiamo saperlo: in
alcuni mercati probabilmente più a lungo, in altri meno. Molto dipenderà anche
dalla legislazione.
Lamborghini continua a crescere, ma il lusso vive anche di esclusività
e poco prodotto disponibile. Dove si trova il limite oltre il quale vendere più
automobili rischierebbe di togliere valore al marchio?
Siamo presenti in segmenti
differenti con Temerario, Revuelto e Urus. Quest’ultima appartiene a un
segmento molto più ampio, ma anche in quel contesto i nostri volumi
rappresentano una quota estremamente contenuta. Vendiamo tra le 10 e le 11 mila
unità in un mercato globale di circa 80 milioni di automobili: una presenza su
strada che non rischia di compromettere l’esclusività del marchio. Se guardiamo
al mondo degli orologi, anche le maison più piccole producono decine di
migliaia di pezzi. Tutto dipende quindi dal segmento, dal numero di modelli e
dalla quantità di mercati serviti. Rispetto a venti o trent’anni fa sono
aumentate le persone che possono permettersi questo genere di vetture, ma i
nostri volumi restano limitati e credo che sarà così anche in futuro.
La Revuelto SV sarà prodotta in 1.963 esemplari, destinati
prioritariamente ai clienti e ai collezionisti più fedeli. Quanto è importante
oggi per voi scegliere il cliente, oltre che essere scelti dal cliente?
Abbiamo clienti profondamente
legati al marchio, che lo dimostrano a ogni nuova presentazione acquistando non
soltanto i modelli nuovi, ma anche le vetture storiche. Quando la disponibilità
è limitata, possiamo offrire loro una sorta di diritto di prelazione. Il
sistema è trasparente e ciascuno conosce la propria posizione. Per noi una
clientela così fedele è molto importante, ma non escludiamo mai nessuno. Chi si
avvicina per la prima volta a Lamborghini deve semplicemente accettare, come
tutti, la lista d’attesa, anche quando si tratta di un modello non limitato nel
numero di esemplari. Non abbiamo mai voluto scoraggiare l’entusiasmo di chi
desidera e può permettersi una Lamborghini.
Negli ultimi anni avete ampliato notevolmente la vostra clientela. Il
proprietario di una Lamborghini oggi è diverso da quello di dieci o quindici
anni fa? È più giovane? E, soprattutto, che cosa cerca oggi in una vettura del
Toro?
Oggi i nostri clienti sono più
giovani e sono aumentate anche le donne, soprattutto grazie alla Urus. È
un’evoluzione positiva per il marchio, ma ciò che cercano è rimasto lo stesso:
qualcosa di esclusivo, capace di dare forma ai loro sogni e superare le
aspettative. Il cliente è più sofisticato rispetto a qualche anno fa,
nonostante l’età media si sia abbassata. Chi ama il Made in Italy pretende però
che rimanga autentico. Il mercato automobilistico sta diventando sempre più
regionale, con vetture pensate specificamente per l’Europa, l’America o l’Asia;
noi, invece, continuiamo a costruire un’automobile per il mondo, perché il Made
in Italy resta una delle chiavi del successo di Lamborghini.
L’industria europea deve affrontare normative sempre più stringenti,
mentre altri mercati si muovono con tempi e regole differenti. Quanto è
difficile pianificare oggi una Lamborghini che arriverà sul mercato tra cinque
o sette anni?
È vero che il mercato e le regole
possono cambiare in modo inatteso e che questo rende le previsioni più
complesse. Ma, nelle grandi linee, sappiamo che cosa accadrà nei prossimi
cinque o dieci anni. La grande maggioranza dei mercati continuerà a consentire
la vendita di vetture dotate di motore a combustione interna; sono quindi
sicuro che, nei prossimi anni, le nostre auto potranno continuare a essere
commercializzate. Il contesto più difficile è quello europeo, il nostro mercato
domestico. Essendo un costruttore di nicchia, rientriamo tuttavia nel regime
previsto per gli Small Volume Manufacturer: dobbiamo dimostrare una progressiva
riduzione delle emissioni di CO₂.
Avete sempre costruito automobili in qualche modo “irrazionali”, nel
senso più positivo del termine: vetture capaci prima di tutto di far sognare.
In un’industria sempre più dominata da software, elettrificazione e sistemi di
assistenza alla guida, come si protegge questa irrazionalità?
Può sembrare paradossale, ma la si
protegge con una grande disciplina e un’attenzione costante da ciò che accade
nel mercato. Poi, naturalmente, occorre il coraggio di agire e di fare cose
inaspettate. Per una Casa come la nostra, almeno fino a oggi, questo approccio
ha dato risultati. Ma, essendo un costruttore di piccole dimensioni, abbiamo un
margine di errore molto ridotto. Per questo valutiamo sempre, con estrema
attenzione, ogni nostra mossa futura.
Da qualche anno si è affermata la tendenza dei restomod, che ha
coinvolto anche alcuni modelli Lamborghini. Che cosa significa, per un’azienda
che produce vetture estreme, vedere un’automobile del passato reinterpretata in
chiave contemporanea? È un bene?
Devo ammettere di non avere ancora
un’opinione definitiva sui restomod. Istintivamente continuo a pensare ciò che
ho sempre sostenuto: le vetture storiche dovrebbero rimanere originali.
Comprendo l’interesse per queste reinterpretazioni, ma le considero più adatte
a modelli prodotti in grandi volumi che a serie limitate, nelle quali
l’originalità incide anche sul valore. Naturalmente ogni cliente è libero di
fare ciò che vuole con la propria automobile, ma deve valutare attentamente
l’effetto della trasformazione sul valore della vettura. Sono molte le aziende
che propongono restomod, ma poche quelle che hanno ottenuto un successo
concreto.
Se dovesse indicare una sola cosa che Lamborghini non dovrà mai
diventare, indipendentemente dalla tecnologia, dalle normative e dal mercato,
quale sarebbe?
Una commodity: un’automobile
concepita soltanto per spostarsi da A a B.