Mentre in Europa ci si divide aspramente su cosa accadrà
dopo il 2035, in Etiopia la discussione è già finita. La decisione è
netta: vietata la vendita e l’importazione di nuove auto a combustione interna.
Non dal 2035. Ora.
Una scelta che potrebbe sembrare ideologica, ma che in
realtà nasce da una logica molto più semplice: i conti devono tornare.
La scelta non è ambientale. È economica
Nel 2023 l’Etiopia ha speso circa 4 miliardi di dollari
per importare carburanti fossili. Una cifra enorme per un’economia che ha
bisogno di investire in infrastrutture, sviluppo e servizi essenziali.
Parallelamente, negli ultimi dieci anni il Paese ha
investito in modo massiccio nell’energia idroelettrica. Oggi produce
elettricità rinnovabile a costi bassissimi: circa 0,1 dollari per kWh.
Il risultato? Alimentare un’auto elettrica costa pochissimo.
Un proprietario di BEV spende mediamente 4 dollari al mese per la
ricarica.
Per rifornire un’auto termica servono circa 27 dollari al mese, in un
Paese dove il reddito medio individuale si aggira attorno ai 50 dollari
mensili.
Non è una transizione romantica. È pura matematica.
Le strade di Addis Abeba stanno cambiando
Chi passeggia oggi per Addis Abeba nota già la differenza.
Il rumore dei motori a benzina sta lasciando spazio al silenzio delle
elettriche. Non è un’utopia futura: è una trasformazione in corso.
Il governo ha accelerato ulteriormente la transizione
eliminando dazi doganali, IVA e sovrattasse sulle auto elettriche
importate. Risultato? Le EV non sono solo più ecologiche, ma anche più
convenienti rispetto alle auto tradizionali, che restano gravate da imposte
pesanti.
Una strategia simile a quella della Cina
Non è un caso che analisti come Colin McKerracher di
BloombergNEF abbiano acceso i riflettori su questa scelta. Ridurre la
dipendenza dal petrolio significa trattenere valuta nel Paese, migliorare la
qualità dell’aria urbana e costruire una maggiore autonomia economica.
È una strategia che ricorda da vicino quella della Cina:
massicci investimenti in rinnovabili, produzione interna di elettricità e
sviluppo della mobilità elettrica per ridurre importazioni di carburanti e
inquinamento.
La differenza? In Etiopia la transizione non è guidata da
un’industria automobilistica da difendere, ma da un’esigenza economica
immediata.
Il nodo cruciale: le colonnine
Se le auto elettriche aumentano, serve infrastruttura. Ed è
qui che il Paese sta giocando la partita più interessante. Addis Abeba è il
cuore della rivoluzione.
La logica è semplice: installarle dove le persone già vivono
e lavorano, rendendo la ricarica parte della routine quotidiana.
Si trovano principalmente:
• Colonnine Level 2 (AC)
Ideali per soste di un’ora o più. Permettono di recuperare tra 40 e 80 km di
autonomia ogni ora.
• DC Fast Charger (Level 3)
Le più veloci: dal 20% all’80% in circa 30-45 minuti. Fondamentali per chi
viaggia o lavora con l’auto.
L’ultra-fast charging cambia le regole
La vera svolta però arriva con le nuove stazioni
ultra-rapide.
La società statale Ethio Telecom ha inaugurato hub con fino
a 32 punti di ricarica simultanei, di cui otto ultra-fast capaci di
erogare fino a 600 kW.
Tradotto: un’auto compatibile può ricaricare quasi
completamente in circa 15 minuti.
Per taxi, flotte commerciali e servizi di consegna è un
cambio di paradigma. L’elettrico non è più solo per uso privato: diventa uno
strumento di lavoro.
In parallelo, la rete è sviluppata in collaborazione con la
utility nazionale Ethiopian Electric Utility, mentre aziende private come
Master Trading Plc stanno investendo in infrastrutture rapide nell’area di
Bole.
Una rete nazionale entro pochi anni
Il piano del governo è ancora più ambizioso: installare
stazioni di ricarica ogni 50-120 chilometri lungo le principali arterie
nazionali.
Inoltre, il Ministero dei Trasporti ha imposto alle aziende
che importano o assemblano EV di contribuire alla costruzione delle
infrastrutture. Vendere auto elettriche significa anche partecipare allo
sviluppo della rete.
Un modello integrato che lega mercato e infrastruttura.
E noi?
Mentre in Italia si festeggia la possibilità di continuare a
vendere motori termici dopo il 2035, pagando carburanti composti per oltre metà
da tasse e accise, un Paese africano con reddito medio molto più basso ha
scelto di svincolarsi dal petrolio per necessità economica.