In questo paese (insospettabile) è già vietato acquistare auto termiche

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di Simone Bocca
23 febbraio 2026, 17.22
Nell'immagine si vede un veicolo elettrico in Etiopia e il guidatore appoggiato fuori sul lato destro della macchina. Sullo sfondo si nota un cavalcavia e dei lampioni
Foto di futuroprossimo.it
Mentre in Europa ci si divide aspramente su cosa accadrà dopo il 2035, in Etiopia la discussione è già finita. La decisione è netta: vietata la vendita e l’importazione di nuove auto a combustione interna. Non dal 2035. Ora.
Una scelta che potrebbe sembrare ideologica, ma che in realtà nasce da una logica molto più semplice: i conti devono tornare.

La scelta non è ambientale. È economica

Nel 2023 l’Etiopia ha speso circa 4 miliardi di dollari per importare carburanti fossili. Una cifra enorme per un’economia che ha bisogno di investire in infrastrutture, sviluppo e servizi essenziali.
Parallelamente, negli ultimi dieci anni il Paese ha investito in modo massiccio nell’energia idroelettrica. Oggi produce elettricità rinnovabile a costi bassissimi: circa 0,1 dollari per kWh.
Il risultato? Alimentare un’auto elettrica costa pochissimo. Un proprietario di BEV spende mediamente 4 dollari al mese per la ricarica. Per rifornire un’auto termica servono circa 27 dollari al mese, in un Paese dove il reddito medio individuale si aggira attorno ai 50 dollari mensili.
Non è una transizione romantica. È pura matematica.

Le strade di Addis Abeba stanno cambiando

Chi passeggia oggi per Addis Abeba nota già la differenza. Il rumore dei motori a benzina sta lasciando spazio al silenzio delle elettriche. Non è un’utopia futura: è una trasformazione in corso.
Il governo ha accelerato ulteriormente la transizione eliminando dazi doganali, IVA e sovrattasse sulle auto elettriche importate. Risultato? Le EV non sono solo più ecologiche, ma anche più convenienti rispetto alle auto tradizionali, che restano gravate da imposte pesanti.

Una strategia simile a quella della Cina

Non è un caso che analisti come Colin McKerracher di BloombergNEF abbiano acceso i riflettori su questa scelta. Ridurre la dipendenza dal petrolio significa trattenere valuta nel Paese, migliorare la qualità dell’aria urbana e costruire una maggiore autonomia economica.
È una strategia che ricorda da vicino quella della Cina: massicci investimenti in rinnovabili, produzione interna di elettricità e sviluppo della mobilità elettrica per ridurre importazioni di carburanti e inquinamento.
La differenza? In Etiopia la transizione non è guidata da un’industria automobilistica da difendere, ma da un’esigenza economica immediata.

Il nodo cruciale: le colonnine

Se le auto elettriche aumentano, serve infrastruttura. Ed è qui che il Paese sta giocando la partita più interessante. Addis Abeba è il cuore della rivoluzione.
La logica è semplice: installarle dove le persone già vivono e lavorano, rendendo la ricarica parte della routine quotidiana.
Si trovano principalmente:
• Colonnine Level 2 (AC) Ideali per soste di un’ora o più. Permettono di recuperare tra 40 e 80 km di autonomia ogni ora.
• DC Fast Charger (Level 3) Le più veloci: dal 20% all’80% in circa 30-45 minuti. Fondamentali per chi viaggia o lavora con l’auto.

L’ultra-fast charging cambia le regole

La vera svolta però arriva con le nuove stazioni ultra-rapide.
La società statale Ethio Telecom ha inaugurato hub con fino a 32 punti di ricarica simultanei, di cui otto ultra-fast capaci di erogare fino a 600 kW.
Tradotto: un’auto compatibile può ricaricare quasi completamente in circa 15 minuti.
Per taxi, flotte commerciali e servizi di consegna è un cambio di paradigma. L’elettrico non è più solo per uso privato: diventa uno strumento di lavoro.
In parallelo, la rete è sviluppata in collaborazione con la utility nazionale Ethiopian Electric Utility, mentre aziende private come Master Trading Plc stanno investendo in infrastrutture rapide nell’area di Bole.

Una rete nazionale entro pochi anni

Il piano del governo è ancora più ambizioso: installare stazioni di ricarica ogni 50-120 chilometri lungo le principali arterie nazionali.
Inoltre, il Ministero dei Trasporti ha imposto alle aziende che importano o assemblano EV di contribuire alla costruzione delle infrastrutture. Vendere auto elettriche significa anche partecipare allo sviluppo della rete.
Un modello integrato che lega mercato e infrastruttura.

E noi?

Mentre in Italia si festeggia la possibilità di continuare a vendere motori termici dopo il 2035, pagando carburanti composti per oltre metà da tasse e accise, un Paese africano con reddito medio molto più basso ha scelto di svincolarsi dal petrolio per necessità economica.
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