C'è un cortocircuito
logico che l'Europa, e l'Italia in modo del tutto particolare, fatica ad
affrontare: la totale asimmetria tra l'estenuante micro-ambientalismo richiesto
ai cittadini nella vita di tutti i giorni e i macro-disastri ecologici causati
impunemente dalla geopolitica mondiale.
Mentre i nostri governi e
le amministrazioni locali discutono i decimi di punto percentuale per i target
di riduzione della CO2, chiedendo enormi sforzi economici e logistici alla
popolazione civile, c'è un "elefante armato" nella stanza del clima
globale di cui la diplomazia preferisce non parlare: il complesso militare e le
devastazioni dei conflitti armati.
Il micro-ambientalismo italiano: un comportamento virtuoso che diventa ridicolo
Da anni, il cittadino
italiano è sottoposto a un regime ecologico sempre più stringente, costoso e
moralizzante. Le nostre vite quotidiane sono state letteralmente ridisegnate
attorno alla riduzione dell'impronta carbonica.
Siamo chiamati a
districarci in una giungla di normative locali. Nelle grandi città
italiane – basti pensare all'Area B di Milano o alle restrizioni in Pianura
Padana – i divieti colpiscono vetture Diesel Euro 5 in perfetta efficienza. Le
famiglie sono forzate, spesso con grande fatica economica, a indebitarsi per acquistare
più costose auto Euro 6, 6b, 6d-Temp e altre sigle sconosciute ai più pur di poter andare a lavorare.
Ci viene richiesto per
legge (e per dovere civico) di abbassare di un grado il termostato di casa
in inverno e di limitare le ore di accensione dei termosifoni, sorvegliando
i consumi del gas con ansia.
Separiamo minuziosamente
la plastica dalla carta, arrivando a lavare i vasetti dello yogurt per
non contaminare la raccolta differenziata.
Si tratta di sforzi
civici nobili, che testimoniano una reale presa di coscienza. Eppure, se
allarghiamo lo sguardo oltre i confini del nostro Paese, questi sacrifici
appaiono drammaticamente sproporzionati, se non quasi ridicoli, rispetto a ciò
che accade altrove.
L'insostenibile impunità della guerra
Dall'altra parte del
Mediterraneo e ai confini orientali dell'Europa, la geopolitica se ne infischia
delle normative sulle emissioni o delle ZTL. I recenti conflitti tra Israele e
Iran, così come la logorante guerra in Ucraina, stanno generando catastrofi
ecologiche di proporzioni titaniche, azzerando di fatto i risultati delle
nostre politiche green.
Il greggio in fiamme: I bombardamenti mirati alle infrastrutture
petrolifere in Medio Oriente rilasciano nell'atmosfera, in poche ore, una
quantità di agenti inquinanti (CO2, particolato fine, zolfo, ossidi di azoto)
che vanifica decenni di sacrifici imposti agli automobilisti italiani.
I numeri del disastro: Uno studio dell'Initiative on GHG Accounting
of War ha calcolato che i primi 24 mesi di guerra in Ucraina hanno generato
circa 175 milioni di tonnellate di anidride carbonica equivalente, superando le
emissioni annuali di una nazione industrializzata come i Paesi Bassi.
Il buco normativo: A causa di una storica anomalia diplomatica nata
con il Protocollo di Kyoto, le emissioni derivanti dalle operazioni militari
all'estero godono di un lasciapassare quasi totale. Non esiste un registro
obbligatorio nei trattati sul clima. Eppure, si stima che il settore militare
globale sia responsabile del 5,5% delle emissioni totali di gas serra,
più dell'intera aviazione civile e del trasporto marittimo globale messi
insieme.
L'utilitaria contro il
cacciabombardiere: un confronto impietoso
Per rendere evidente
l'assurdità di questa disparità, basta un rapido confronto sui consumi reali.
Mentre l'Unione Europea
penalizza severamente chi guida un'auto che supera i 115 grammi di CO2 per
chilometro, spingendo il mercato verso un'elettrificazione forzata, c’è un
moderno caccia multiruolo, come l'F-35, che brucia mediamente 5.600
litri di carburante aeronautico all'ora. Questo vuol dire che una singola
missione di due ore di un jet militare immette in atmosfera una quantità di
inquinanti pari a quella che un automobilista medio europeo produce guidando la
sua vettura per due anni interi.
Nel frattempo, e ve ne
avevamo già parlato tempo fa, un carro armato moderno consuma circa 300-400
litri di gasolio ogni 100 chilometri, senza, ovviamente, alcun filtro
antiparticolato.
La necessità di una
"Realpolitik" climatica
Tutto questo non
significa che l'Italia debba smettere di perseguire l'efficienza energetica o
che differenziare i rifiuti sia inutile. Ridurre le emissioni urbane è
fondamentale per salvare vite umane e limitare le malattie respiratorie nelle
nostre metropoli.
Tuttavia, questi dati
sollevano un problema enorme di realpolitik ambientale. Chiedere alla
classe media di sopportare i costi altissimi della transizione ecologica – svalutando
(o ancor peggio, rottamando) auto Diesel perfettamente funzionanti e stringendo
la cinghia sul riscaldamento – chiudendo contemporaneamente un occhio sulle
centinaia di migliaia di tonnellate di greggio bruciate impunemente nei teatri
di guerra, rischia di creare una frattura logica e sociale fatale. Finché la diplomazia
climatica non avrà il coraggio di esigere il conto anche dagli eserciti e dalle
superpotenze in conflitto, l'ambientalismo del cittadino rischia di
assomigliare al tentativo disperato di svuotare un oceano in fiamme usando un
cucchiaino.