Il clima sotto le bombe: differenziata e stop ai Diesel in Italia, petrolio in fiamme in Medio Oriente

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17 marzo 2026, 11.50
Un paesaggio desertico devastato dalla guerra. Sullo sfondo, un impianto petrolifero è avvolto da fiamme intense e alte colonne di denso fumo nero che oscurano il cielo.
C'è un cortocircuito logico che l'Europa, e l'Italia in modo del tutto particolare, fatica ad affrontare: la totale asimmetria tra l'estenuante micro-ambientalismo richiesto ai cittadini nella vita di tutti i giorni e i macro-disastri ecologici causati impunemente dalla geopolitica mondiale.
Mentre i nostri governi e le amministrazioni locali discutono i decimi di punto percentuale per i target di riduzione della CO2, chiedendo enormi sforzi economici e logistici alla popolazione civile, c'è un "elefante armato" nella stanza del clima globale di cui la diplomazia preferisce non parlare: il complesso militare e le devastazioni dei conflitti armati.

Il micro-ambientalismo italiano: un comportamento virtuoso che diventa ridicolo

Da anni, il cittadino italiano è sottoposto a un regime ecologico sempre più stringente, costoso e moralizzante. Le nostre vite quotidiane sono state letteralmente ridisegnate attorno alla riduzione dell'impronta carbonica.
Siamo chiamati a districarci in una giungla di normative locali. Nelle grandi città italiane – basti pensare all'Area B di Milano o alle restrizioni in Pianura Padana – i divieti colpiscono vetture Diesel Euro 5 in perfetta efficienza. Le famiglie sono forzate, spesso con grande fatica economica, a indebitarsi per acquistare più costose auto Euro 6, 6b, 6d-Temp e altre sigle sconosciute ai più pur di poter andare a lavorare.
Ci viene richiesto per legge (e per dovere civico) di abbassare di un grado il termostato di casa in inverno e di limitare le ore di accensione dei termosifoni, sorvegliando i consumi del gas con ansia.
Separiamo minuziosamente la plastica dalla carta, arrivando a lavare i vasetti dello yogurt per non contaminare la raccolta differenziata.
Si tratta di sforzi civici nobili, che testimoniano una reale presa di coscienza. Eppure, se allarghiamo lo sguardo oltre i confini del nostro Paese, questi sacrifici appaiono drammaticamente sproporzionati, se non quasi ridicoli, rispetto a ciò che accade altrove.

L'insostenibile impunità della guerra

Dall'altra parte del Mediterraneo e ai confini orientali dell'Europa, la geopolitica se ne infischia delle normative sulle emissioni o delle ZTL. I recenti conflitti tra Israele e Iran, così come la logorante guerra in Ucraina, stanno generando catastrofi ecologiche di proporzioni titaniche, azzerando di fatto i risultati delle nostre politiche green.
Il greggio in fiamme: I bombardamenti mirati alle infrastrutture petrolifere in Medio Oriente rilasciano nell'atmosfera, in poche ore, una quantità di agenti inquinanti (CO2, particolato fine, zolfo, ossidi di azoto) che vanifica decenni di sacrifici imposti agli automobilisti italiani.
I numeri del disastro: Uno studio dell'Initiative on GHG Accounting of War ha calcolato che i primi 24 mesi di guerra in Ucraina hanno generato circa 175 milioni di tonnellate di anidride carbonica equivalente, superando le emissioni annuali di una nazione industrializzata come i Paesi Bassi.
Il buco normativo: A causa di una storica anomalia diplomatica nata con il Protocollo di Kyoto, le emissioni derivanti dalle operazioni militari all'estero godono di un lasciapassare quasi totale. Non esiste un registro obbligatorio nei trattati sul clima. Eppure, si stima che il settore militare globale sia responsabile del 5,5% delle emissioni totali di gas serra, più dell'intera aviazione civile e del trasporto marittimo globale messi insieme.

L'utilitaria contro il cacciabombardiere: un confronto impietoso

Per rendere evidente l'assurdità di questa disparità, basta un rapido confronto sui consumi reali.
Mentre l'Unione Europea penalizza severamente chi guida un'auto che supera i 115 grammi di CO2 per chilometro, spingendo il mercato verso un'elettrificazione forzata, c’è un moderno caccia multiruolo, come l'F-35, che brucia mediamente 5.600 litri di carburante aeronautico all'ora. Questo vuol dire che una singola missione di due ore di un jet militare immette in atmosfera una quantità di inquinanti pari a quella che un automobilista medio europeo produce guidando la sua vettura per due anni interi.
Nel frattempo, e ve ne avevamo già parlato tempo fa, un carro armato moderno consuma circa 300-400 litri di gasolio ogni 100 chilometri, senza, ovviamente, alcun filtro antiparticolato.

La necessità di una "Realpolitik" climatica

Tutto questo non significa che l'Italia debba smettere di perseguire l'efficienza energetica o che differenziare i rifiuti sia inutile. Ridurre le emissioni urbane è fondamentale per salvare vite umane e limitare le malattie respiratorie nelle nostre metropoli.
Tuttavia, questi dati sollevano un problema enorme di realpolitik ambientale. Chiedere alla classe media di sopportare i costi altissimi della transizione ecologica – svalutando (o ancor peggio, rottamando) auto Diesel perfettamente funzionanti e stringendo la cinghia sul riscaldamento – chiudendo contemporaneamente un occhio sulle centinaia di migliaia di tonnellate di greggio bruciate impunemente nei teatri di guerra, rischia di creare una frattura logica e sociale fatale. Finché la diplomazia climatica non avrà il coraggio di esigere il conto anche dagli eserciti e dalle superpotenze in conflitto, l'ambientalismo del cittadino rischia di assomigliare al tentativo disperato di svuotare un oceano in fiamme usando un cucchiaino.
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