Nel primo trimestre del 2026, la divisione elettrica di
Ford
(la
Model e) ha chiuso con una
perdita di 777 milioni di dollari.
Settantadue milioni in meno rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente,
il che sulla carta suona come un progresso. Nella pratica, con un fatturato di
1,2 miliardi e una perdita stimata di quasi
23.000 dollari per ogni veicolo
consegnato, i conti restano quelli di un settore che brucia cassa.
Lentamente, forse, ma li brucia.
Un mercato che non perdona
Il contesto non aiuta. Il mercato americano dei veicoli
elettrici è diventato un posto molto più ostile rispetto a dodici mesi fa, e la
ragione principale ha un nome preciso: l'eliminazione del credito d'imposta
federale da 7.500 dollari. Quell'incentivo era spesso l'unico argomento che
faceva pendere la bilancia verso l'elettrico per il compratore medio. Toglierlo
ha contratto la domanda sull'intero settore, e Ford ne ha risentito in modo
diretto.
La risposta più visibile è arrivata a fine 2025, quando il
costruttore di Dearborn ha fermato la produzione del pick-up elettrico F-150
Lightning. Uno dei simboli della scommessa sull'elettrico di Ford, messo in
pausa. Una mossa che dice molto, anche senza comunicati ufficiali.
Il termico che paga i conti
Eppure Ford, come azienda, non è in difficoltà. Nel
trimestre ha registrato 43,3 miliardi di dollari di fatturato e un utile
netto di 2,5 miliardi. Il motore a combustione, insomma, continua a pagare
i conti: quasi 900.000 veicoli termici venduti contro 34.000 elettrici.
Una proporzione che racconta dove si trova ancora, senza mezzi termini, il
centro di gravità del business.
È una fotografia che si ripete, trimestre dopo trimestre,
non solo in casa Ford. L'elettrico perde soldi, il termico li guadagna, e il
termico finanzia la transizione. Fino a quando questa equazione regge, il
sistema funziona. Quando smette di reggere, le cose si complicano.
La strada verso la redditività
Il punto è che Ford non sta cercando la via d'uscita
dall'elettrico. Sta cercando quella verso la redditività, che non è la
stessa cosa. La risposta si chiama piattaforma Universal EV:
un'architettura annunciata diverse settimane fa, progettata per mettere a terra
economie di scala reali, non quelle da presentazione. L'obiettivo è abbassare i
costi di produzione per poter abbassare i prezzi, allargare la base clienti e
smettere di perdere cinque cifre per ogni auto consegnata.
Nel frattempo, il gruppo sta costruendo Ford Energy,
una divisione dedicata allo stoccaggio energetico. L'idea è trasformare
l'infrastruttura elettrica da voce di costo a potenziale centro di ricavo, un
cambio di prospettiva significativo, che guarda all'elettrico non solo come
prodotto da vendere, ma come ecosistema da abitare.
Non una ritirata, ma una correzione di rotta
Il quadro che emerge non è quello di un costruttore che si
ritira. È quello di uno che ha capito, forse in ritardo, che sull'elettrico
non bastava volerci entrare. Serviva un piano industriale capace di stare
in piedi da solo, senza dipendere dagli incentivi statali o da una domanda data
per scontata.
Ford ci sta lavorando. Con 777 milioni di perdita
alle spalle e una piattaforma tutta da costruire, la strada è ancora lunga. Ma
almeno, per la prima volta, sembra che la direzione sia quella giusta.