Biodiesel: la risposta italiana al caro carburanti che nessuno vuole sentire

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di Simone Bocca
05 maggio 2026, 14.45
Immagine generata con ChatGPT di un biodiesel
C'è una tecnologia che non ha bisogno di essere inventata, né di aspettare che qualcuno la finanzi con un comunicato stampa ottimista. È già qui, funziona, ed è prodotta in Italia. Si chiama biodiesel, e il convegno "Il biodiesel riaccende i motori", organizzato da ASSITOL in occasione della Giornata Nazionale del Made in Italy 2026, è stata l'occasione per ricordarlo a chi sembra esserselo dimenticato.

Una storia che parte dagli anni Ottanta

Il biodiesel italiano non è una startup né un progetto pilota. È una filiera costruita decennio dopo decennio, a partire dagli anni Ottanta, attraverso ricerca applicata e ingegneria concreta. Oggi l'Italia produce circa 800.000 tonnellate annue di biodiesel, collocandosi tra i principali player europei, ed è uno dei pochi Paesi del continente ad avere l'intera catena produttiva in casa: dalla materia prima alla distribuzione, fino ai veicoli che lo utilizzano.
L'ultimo tassello normativo è arrivato con il Decreto 245/2025 del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, che ha finalmente definito le regole per l'omologazione e l'installazione dei kit retrofit, i sistemi che permettono di adattare motori diesel esistenti all'utilizzo del B100, ovvero il biodiesel in forma pura. Un cerchio che sembrava non volersi chiudere mai, e che ora è chiuso.

I numeri che contano

Sul piano ambientale, i dati sono difficili da ignorare. Il B100 può ridurre fino al 90% le emissioni di CO2 rispetto ai carburanti fossili, abbatte significativamente il particolato e ha il vantaggio di essere biodegradabile. In più preserva il motore nel tempo, riducendo l'usura rispetto ai carburanti tradizionali.
Non si tratta di stime teoriche su tecnologie future: il biodiesel è compatibile con il parco circolante esistente, oggi, senza aspettare che il mercato si rinnovi o che qualcuno costruisca una rete di ricarica. Per un Paese dove il parco auto è tra i più vecchi d'Europa, questo dovrebbe essere un argomento che vale la pena ascoltare.

Il problema che si chiama fiscalità

E invece il nodo rimane sempre lo stesso. Come ha sottolineato Marina Barbanti di Unem durante il convegno, la neutralità carbonica non si raggiunge puntando su una sola tecnologia, e ignorare soluzioni già mature significa allungare deliberatamente la strada verso la decarbonizzazione. Il biodiesel parte svantaggiato non perché sia meno efficiente o meno pulito del diesel fossile, ma perché il trattamento fiscale non è adeguato. Senza una fiscalità che riconosca il valore ambientale del prodotto, il consumatore al distributore farà sempre i conti con un prezzo sfavorevole, e la transizione resterà sulla carta.
È un copione che in Italia si ripete spesso: la tecnologia c'è, la filiera c'è, il quadro normativo si è allineato. Manca l'ultimo pezzo, che non è tecnico né scientifico, ma politico.

Una questione di sicurezza energetica

C'è anche un aspetto che va oltre la sostenibilità ambientale, e che negli ultimi anni è tornato prepotentemente al centro del dibattito: la dipendenza energetica. In un contesto geopolitico dove l'approvvigionamento di combustibili fossili è tutt'altro che scontato, avere in casa una filiera capace di produrre carburante rinnovabile — compatibile con i veicoli esistenti, distribuibile attraverso la rete già attiva, potenzialmente accessibile a tutti — non è un lusso. È una forma di sovranità industriale che pochi altri Paesi europei possono vantare allo stesso livello.
Ignorarla, o lasciarla competere ad armi impari con il diesel fossile, sarebbe un errore che potremmo rimpiangere prima di quanto pensiamo.
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