C'è una tecnologia che non ha bisogno di essere inventata,
né di aspettare che qualcuno la finanzi con un comunicato stampa ottimista. È
già qui, funziona, ed è prodotta in Italia. Si chiama biodiesel, e il
convegno "Il biodiesel riaccende i motori", organizzato da ASSITOL in
occasione della Giornata Nazionale del Made in Italy 2026, è stata
l'occasione per ricordarlo a chi sembra esserselo dimenticato.
Una storia che parte dagli anni Ottanta
Il biodiesel italiano non è una startup né un progetto
pilota. È una filiera costruita decennio dopo decennio, a partire dagli anni
Ottanta, attraverso ricerca applicata e ingegneria concreta. Oggi l'Italia
produce circa 800.000 tonnellate annue di biodiesel, collocandosi tra i
principali player europei, ed è uno dei pochi Paesi del continente ad avere
l'intera catena produttiva in casa: dalla materia prima alla distribuzione,
fino ai veicoli che lo utilizzano.
L'ultimo tassello normativo è arrivato con il Decreto
245/2025 del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, che ha
finalmente definito le regole per l'omologazione e l'installazione dei kit
retrofit, i sistemi che permettono di adattare motori diesel esistenti
all'utilizzo del B100, ovvero il biodiesel in forma pura. Un cerchio che
sembrava non volersi chiudere mai, e che ora è chiuso.
I numeri che contano
Sul piano ambientale, i dati sono difficili da ignorare. Il
B100 può ridurre fino al 90% le emissioni di CO2 rispetto
ai carburanti fossili, abbatte significativamente il particolato e ha il
vantaggio di essere biodegradabile. In più preserva il motore nel tempo,
riducendo l'usura rispetto ai carburanti tradizionali.
Non si tratta di stime teoriche su tecnologie future: il
biodiesel è compatibile con il parco circolante esistente, oggi, senza
aspettare che il mercato si rinnovi o che qualcuno costruisca una rete di
ricarica. Per un Paese dove il parco auto è tra i più vecchi d'Europa, questo
dovrebbe essere un argomento che vale la pena ascoltare.
Il problema che si chiama fiscalità
E invece il nodo rimane sempre lo stesso. Come ha
sottolineato Marina Barbanti di Unem durante il convegno, la neutralità
carbonica non si raggiunge puntando su una sola tecnologia, e ignorare
soluzioni già mature significa allungare deliberatamente la strada verso la
decarbonizzazione. Il biodiesel parte svantaggiato non perché sia meno
efficiente o meno pulito del diesel fossile, ma perché il trattamento
fiscale non è adeguato. Senza una fiscalità che riconosca il valore
ambientale del prodotto, il consumatore al distributore farà sempre i conti con
un prezzo sfavorevole, e la transizione resterà sulla carta.
È un copione che in Italia si ripete spesso: la tecnologia
c'è, la filiera c'è, il quadro normativo si è allineato. Manca l'ultimo pezzo,
che non è tecnico né scientifico, ma politico.
Una questione di sicurezza energetica
C'è anche un aspetto che va oltre la sostenibilità
ambientale, e che negli ultimi anni è tornato prepotentemente al centro del
dibattito: la dipendenza energetica. In un contesto geopolitico dove
l'approvvigionamento di combustibili fossili è tutt'altro che scontato, avere
in casa una filiera capace di produrre carburante rinnovabile — compatibile con
i veicoli esistenti, distribuibile attraverso la rete già attiva,
potenzialmente accessibile a tutti — non è un lusso. È una forma di sovranità
industriale che pochi altri Paesi europei possono vantare allo stesso livello.
Ignorarla, o lasciarla competere ad armi impari con il
diesel fossile, sarebbe un errore che potremmo rimpiangere prima di quanto
pensiamo.