Verso il futuro. Giovanni Michelotti e il “Tank Style”

Storiche
27 marzo 2026, 8.30
Un esemplare di Lancia Astura Coupè Farina
La fine della Seconda guerra mondiale non segnò soltanto la ricostruzione materiale delle città europee, ma anche la riattivazione di un immaginario progettuale rimasto sospeso per anni. L’automobile, che durante il conflitto aveva sostanzialmente interrotto quasi del tutto la propria evoluzione stilistica e tipologica, si trovò improvvisamente a dover ridefinire linguaggi, prospettive, e a proporre ed interpretare un’idea di futuro.
In questo clima di transizione si colloca il Salone della Moda di Losanna, svoltosi il 5 e 6 ottobre 1946: un appuntamento apparentemente mondano che in realtà si trasformò in un banco di prova per il futuro del design automobilistico italiano. L’evento svizzero difatti mise in dialogo alta moda e carrozzeria in un contesto internazionale, offrendo ai costruttori italiani la possibilità di presentare le prime elaborazioni dell’era postbellica. Sulle rive del Lago di Ginevra si delineò così un momento di svolta che avrebbe anticipato la successiva Mostra della Carrozzeria Italiana”, primo salone automobilistico nazionale del dopoguerra e simbolo della rinascita del settore. Protagonisti dell’esposizione furono alcuni tra i nomi più autorevoli del panorama italiano: Carrozzeria Bertone, Pininfarina, Carrozzeria Ghia, Carrozzeria Touring e Carrozzeria Monviso. Tutti operarono su basi meccaniche consolidate, come FIAT 1100, Lancia Aprilia e Alfa Romeo 6C 2500, ma dimostrando che la creatività non era rimasta prigioniera delle contingenze belliche.

Il “tank style”

Nel complesso, l’esposizione testimoniò il desiderio dei carrozzieri italiani di liberarsi definitivamente dalle restrizioni progettuali imposte dalla guerra. Tuttavia, fu lo stand degli Stabilimenti Farina a concentrare l’attenzione di pubblico e addetti ai lavori. La carrozzeria torinese, guidata sin quell’occasione sul piano concettuale e stilistico da Giovanni Michelotti, scelse di proporre una rottura netta rispetto ai codici formali allora in uso. Lo stile assolutamente sorprendente e di rottura delle due vetture presentate — una coupé e una spider su base Lancia Astura e Aprilia — vennero presto identificate con la definizione di Tank Style”. L’espressione sintetizzava efficacemente la loro presenza scenica: forme piene e compatte, ribassate, caratterizzate da un’impostazione volumetrica quasi monolitica. Le proporzioni erano insolite per l’epoca: padiglione estremamente basso, linea di cintura continua, fiancate lisce e tese, praticamente prive di decorazioni. I passaruota carenati, elemento che richiamava in parte i modelli stilisticamente Flamboyant di personaggi come Figoni & Falaschi e Saoutchik, contribuivano a creare un effetto di massa compatta, come se la carrozzeria fosse stata scolpita da un unico blocco.
Un esemplare di Lancia Aprilia Cabriolet Farina
Se le superfici laterali esprimevano sobrietà, il frontale costituì il vero manifesto estetico del progetto. Una grande calandra a listelli orizzontali a tutta larghezza, appuntita, frutto di una sorta di scomposizione geometrica dominava la parte anteriore, assumendo un ruolo quasi scultoreo. I fari, invece di essere esposti e circolari secondo la tradizione fino a quel momento ancora consolidata, risultavano incassati e protetti da pannelli trasparenti squadrati, soluzione che rompeva con le convenzioni e conferiva all’insieme un carattere decisamente futurista. Un modo per reinventare completamente lo scudetto Lancia (cosa che accadrà anche nel caso Alfa Romeo).

Uno stile visionario per il futuro

Un esemplare di Alfa Romeo 6C 2500 SS Victoria Cabriolet
Il Tank Style proponeva un impatto visivo che dava forza ai volumi e alla centralità del frontale, senza sovrapposizione decorativa. In quell’occasione alcuni osservatori vi ravvisarono riferimenti all’Art Déco e al Cubismo per l’uso di geometrie nette e volumi sfaccettati: come per la calandra, e la forma appuntita del frontale, che ricordava il cowcatcher delle locomotive a vapore, ovvero lo scudo metallico concepito per liberare i binari da ostacoli potenzialmente pericolosi. Al netto di questa considerazione, si trattava comunque di costruire un linguaggio simbolico inedito per l’automobile dellepoca. Pur discostandosi dai canoni tradizionali di bellezza, le Tank Style di Giovanni Michelotti non rinunciavano alla qualità costruttiva tipica delle realizzazioni su misura di Stabilimenti Farina. L’accuratezza delle finiture, la coerenza delle proporzioni e la precisione degli assemblaggi offrivano una garanzia tecnica che bilanciava l’audacia formale. In un contesto economico ancora fragile, tale equilibrio tra sperimentazione e affidabilità risultava determinante.
L’esperimento radicale quanto unico non rimase confinato alle due vetture esposte a Losanna. Il concetto venne infatti declinato da Giovanni Michelotti in successive cabriolet, oltre che in una berlina e in una coupé, trasformandosi in una vera e propria famiglia stilistica. Quella che poteva apparire come una proposta isolata si consolidò così in una serie coerente, dimostrando che l’avanguardia poteva tradursi in proposta commerciale; il punto culminante di questa parabola si ebbe nel 1947, quando una variante berlina entrò in produzione in piccola serie. Tale passaggio segnò al contempo l’apice e la conclusione della fase più radicale dell’esperienza. Il mercato del dopoguerra, pur aperto alle novità, mostrava infatti una crescente preferenza per soluzioni più rassicuranti”, capaci di intercettare più facilmente le preferenze dei clienti.

Manifesto senza tempo

Foto a colori di un esemplare di Alfa Romeo 6C 2500 S Cabriolet Extra Lusso
L’influenza del Tank Style, tuttavia, non si esaurì bruscamente con la fine della produzione: la Lancia Aprilia Cabriolet (1947) e Berlina Gran Lusso (1946) può essere interpretata come un omaggio conclusivo a quell’esperienza, riprendendone alcuni elementi stilistici. Anche la FIAT 1100 Cabriolet (1947) e le Alfa Romeo 6C 2500 SS ed S (1947) nelle versioni Victoria Cabriolet e Coupé conservarono tracce della caratteristica calandra appuntita e in particolare dell’impostazione frontale sviluppata nel 1946 da Michelotti, sebbene in forme più morbide e attenuate; a concludere davvero questa esperienza fu l’Alfa Romeo 6C 2500 S Cabriolet Extralusso (1947), che mostrò nuovamente un frontale appuntito e geometrico a tutto larghezza, con fari tondi alle estremità e al centro una interpretazione dello scudo Alfa Romeo.
Con il consolidarsi della ricostruzione economica, gli Stabilimenti Farina orientarono progressivamente la propria produzione verso un linguaggio più convenzionale, allineato alle aspettative di una clientela desiderosa di stabilità. L’estetica Tank Style venne così accantonata, ma non dimenticata. Essa aveva dimostrato che, in un momento storico dominato dall’urgenza della normalizzazione, era ancora possibile osare. Se il dopoguerra rappresentò un terreno fertile per la sperimentazione, il Tank Style ne costituì una delle espressioni più audaci. Non un semplice esercizio stilistico, ma un manifesto della libertà progettuale riconquistata. La sua impronta rimase intrecciata nella produzione successiva della carrozzeria torinese, a dimostrazione di come le idee più coraggiose possano continuare a influenzare il futuro ben oltre la loro stagione originaria.
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