La fine della Seconda guerra
mondiale non segnò soltanto la ricostruzione materiale delle città europee,
ma anche la riattivazione di un immaginario progettuale rimasto sospeso
per anni. L’automobile, che durante il conflitto aveva sostanzialmente interrotto
quasi del tutto la propria evoluzione stilistica e tipologica, si trovò improvvisamente
a dover ridefinire linguaggi, prospettive, e a proporre ed
interpretare un’idea
di futuro.
In questo clima di transizione si
colloca il Salone della Moda di Losanna, svoltosi il 5 e 6 ottobre
1946: un appuntamento apparentemente mondano che in realtà si trasformò in
un banco di prova per il futuro del design automobilistico italiano.
L’evento svizzero difatti mise in dialogo alta moda e carrozzeria in un contesto internazionale,
offrendo ai costruttori italiani la possibilità di presentare le prime
elaborazioni dell’era
postbellica. Sulle rive del Lago di Ginevra
si delineò così un momento di svolta che avrebbe anticipato la successiva “Mostra della Carrozzeria Italiana”, primo salone automobilistico nazionale del dopoguerra
e simbolo della rinascita del settore.
Protagonisti dell’esposizione furono alcuni tra i nomi più autorevoli del
panorama italiano: Carrozzeria Bertone, Pininfarina, Carrozzeria
Ghia, Carrozzeria Touring e Carrozzeria Monviso. Tutti
operarono su basi meccaniche consolidate, come FIAT 1100, Lancia
Aprilia e Alfa Romeo 6C 2500, ma dimostrando che la creatività non era rimasta prigioniera delle contingenze
belliche.
Il “tank style”
Nel complesso, l’esposizione testimoniò il desiderio dei carrozzieri
italiani di liberarsi definitivamente dalle restrizioni progettuali
imposte dalla guerra. Tuttavia, fu lo stand degli Stabilimenti Farina a
concentrare l’attenzione
di pubblico e addetti ai lavori. La carrozzeria torinese, guidata
sin quell’occasione sul piano concettuale e stilistico da Giovanni
Michelotti, scelse di proporre una rottura netta rispetto ai codici
formali allora in uso.
Lo stile assolutamente sorprendente e di rottura delle due vetture presentate — una
coupé e una spider su base Lancia Astura e Aprilia — vennero presto identificate con la definizione di “Tank Style”.
L’espressione sintetizzava efficacemente
la loro presenza scenica: forme piene e compatte, ribassate,
caratterizzate da un’impostazione
volumetrica quasi monolitica.
Le proporzioni erano insolite per l’epoca:
padiglione estremamente basso, linea di cintura continua, fiancate
lisce e tese, praticamente prive di decorazioni. I passaruota carenati,
elemento che richiamava in parte i modelli stilisticamente Flamboyant di personaggi come Figoni & Falaschi e Saoutchik, contribuivano a creare un effetto di massa compatta,
come se la carrozzeria fosse stata scolpita da un unico blocco.
Se le superfici laterali esprimevano sobrietà, il frontale costituì il vero manifesto
estetico del progetto. Una grande calandra a listelli orizzontali a
tutta larghezza, appuntita, frutto di una sorta di scomposizione geometrica
dominava la parte anteriore, assumendo un ruolo quasi scultoreo. I fari, invece di
essere esposti e circolari secondo la tradizione fino a quel momento ancora
consolidata, risultavano incassati e protetti da pannelli trasparenti
squadrati, soluzione che rompeva con le convenzioni e conferiva all’insieme un carattere decisamente futurista. Un modo
per reinventare completamente lo scudetto Lancia (cosa che accadrà anche nel
caso Alfa Romeo).
Uno stile visionario per il futuro
Il Tank Style proponeva un impatto
visivo che dava forza ai volumi e alla centralità del frontale,
senza sovrapposizione decorativa.
In quell’occasione alcuni osservatori vi ravvisarono riferimenti all’Art Déco e al Cubismo per l’uso di geometrie nette e
volumi sfaccettati: come per la calandra, e la forma appuntita del
frontale, che ricordava il “cowcatcher” delle locomotive a vapore, ovvero lo scudo
metallico concepito per liberare i binari da ostacoli potenzialmente
pericolosi. Al netto di questa considerazione, si trattava comunque di
costruire un linguaggio simbolico inedito per l’automobile dell’epoca.
Pur discostandosi dai canoni
tradizionali di bellezza, le Tank Style di Giovanni Michelotti non rinunciavano alla qualità costruttiva
tipica delle realizzazioni su misura di Stabilimenti Farina. L’accuratezza delle finiture, la coerenza
delle proporzioni e la precisione degli assemblaggi
offrivano una garanzia tecnica che bilanciava l’audacia
formale. In un contesto economico ancora
fragile, tale equilibrio tra sperimentazione e affidabilità
risultava determinante.
L’esperimento radicale quanto unico non rimase confinato alle due vetture esposte a Losanna.
Il concetto venne infatti declinato da Giovanni Michelotti in successive
cabriolet, oltre che in una berlina e in una coupé, trasformandosi in una vera e propria famiglia
stilistica. Quella che poteva apparire come una proposta isolata si
consolidò così in una serie coerente,
dimostrando che l’avanguardia poteva tradursi in proposta commerciale; il punto
culminante di questa parabola si ebbe nel 1947, quando una variante berlina entrò
in produzione in piccola serie. Tale passaggio segnò al contempo l’apice e la conclusione della fase più radicale dell’esperienza. Il mercato del dopoguerra, pur aperto
alle novità, mostrava infatti una crescente preferenza per soluzioni più “rassicuranti”,
capaci di intercettare più facilmente le preferenze dei clienti.
Manifesto senza tempo
L’influenza del Tank Style, tuttavia, non si esaurì bruscamente
con la fine della produzione: la Lancia Aprilia Cabriolet (1947) e Berlina Gran Lusso (1946) può essere interpretata come un omaggio
conclusivo a quell’esperienza,
riprendendone alcuni elementi stilistici. Anche la FIAT 1100
Cabriolet (1947) e le Alfa Romeo 6C 2500 SS ed S (1947) nelle versioni Victoria Cabriolet e Coupé
conservarono tracce della caratteristica calandra appuntita e in
particolare dell’impostazione
frontale sviluppata nel 1946 da Michelotti,
sebbene in forme più morbide e attenuate; a concludere davvero questa
esperienza fu l’Alfa Romeo 6C 2500 S Cabriolet Extralusso (1947), che
mostrò nuovamente un frontale appuntito e geometrico a tutto larghezza, con
fari tondi alle estremità e al centro una interpretazione dello scudo Alfa
Romeo.
Con il consolidarsi della ricostruzione
economica, gli Stabilimenti Farina orientarono progressivamente la
propria produzione verso un linguaggio più convenzionale, allineato alle
aspettative di una clientela desiderosa di stabilità. L’estetica Tank Style
venne così accantonata, ma non dimenticata. Essa aveva dimostrato che, in un
momento storico dominato dall’urgenza
della normalizzazione, era ancora possibile osare. Se il dopoguerra
rappresentò un terreno fertile per la sperimentazione, il Tank Style
ne costituì una delle espressioni più audaci. Non un semplice esercizio
stilistico, ma un manifesto della libertà progettuale riconquistata.
La sua impronta rimase intrecciata nella produzione successiva della carrozzeria
torinese, a dimostrazione di come le idee più coraggiose
possano continuare a influenzare il futuro
ben oltre la loro stagione originaria.