L’Europa del dopoguerra
guardava al futuro con rinnovato entusiasmo, e tra le innovazioni
destinate a trasformare l’automobile vi era un materiale destinato a
incarnare questa visione: il plexiglass. Nome commerciale del
polimetilmetacrilato (PMMA), era stato inventato negli anni ’30 dal chimico
tedesco Otto Röhm.
I chimici avevano scoperto che il metacrilato di metile poteva essere polimerizzato
in un foglio resistente e trasparente, dando vita a una plastica leggera,
praticamente indistruttibile e dotata di una “trasmissione quasi
perfetta della luce visibile”.
Già alla
fine di quegli anni ’30 il materiale era stato registrato come marchio in Europa –
Perspex in Gran Bretagna e Plexiglass in Germania – e
durante la Seconda
guerra mondiale
venne utilizzato sia dalle forze alleate sia da quelle dell’Asse
per parabrezza di aerei, tettoie e periscopi sottomarini.
In quel contesto, questo “vetro acrilico” dimostrò qualità straordinarie:
trasparente quanto la migliore silice, ma molto più leggero (meno
della metà della densità del vetro) e praticamente infrangibile. Non
presentava la tipica tinta verdastra del vetro
automobilistico e resisteva all’ingiallimento anche sotto il sole
più intenso. Non sorprende quindi che, dopo il 1945, venisse celebrato
come un materiale rivoluzionario, una vera e propria “tela
cristallina”
per i sogni dei designer.
I
primi segni
Tra
i settori più entusiasti nell’abbracciare le nuove possibilità fornite dall’innovativo materiale vi fu quello automobilistico
e, in particolare, quello in fermento della Carrozziera italiana: sempre
alla ricerca di innovazione, videro nel plexiglas l’incarnazione del futuro,
in quanto era un materiale che poteva essere piegato e modellato in parabrezza
avvolgenti,
cupole a bolla e tetti panoramici, elementi che sembravano usciti
direttamente dalla fantascienza dei primi fumetti “space age”.
Inoltre, oltre all’impatto estetico, offriva vantaggi
pratici: era leggero, quindi migliorava le prestazioni, ed
era facilmente lavorabile, in linea con le tecniche costruttive
ispirate all’aviazione già diffuse tra i designer italiani,
grazie ad un naturale spostamento di conoscenze da un settore all’altro.
Già nei
primi anni ’30, Carrozzeria Bertone aveva introdotto il
concetto “Luminosa”, cercando di
aumentare luce e visibilità nelle auto attraverso un’articolata quanto
inventiva organizzazione delle superfici trasparenti. Al Salone di
Milano del 1933 presentò la Lancia Astura Berlina Superluminosa,
progettata da Mario Revelli di Beaumont, con tetto apribile e finestrature
panoramiche superiori. Lo stesso anno, Bertone mostrò una FIAT 527 S Ardita 2500, dove aveva sperimentato un parabrezza in sezioni
esteso fin sul padiglione, insieme ad una 518 Ardita detta Berlina
Panoramica che univa tetto aprile e parabrezza esteso in sezioni.
Queste
soluzioni, pur limitate dai materiali dell’epoca, anticipavano
chiaramente l’obiettivo: creare abitacoli luminosi e
ariosi. Anche Stabilimenti Farina e Pinin Farina esplorarono concetti
simili.
Comfort
al massimo
Negli
anni immediatamente successivi al conflitto,
l’Italia
visse un momento di straordinaria creatività.
I Carrozzieri
iniziarono
a utilizzare il nuovo plexiglass sia nelle concept
car sia in produzioni limitate. Zagato fu tra i pionieri con
le sue “Panoramica” (dal 1946), vetture
su base FIAT 500, 1100, 1400, Maserati A6 1500, Ferrari
166, Alfa Romeo 8C 2300 M, Lancia Ardea ed MG Y dotate
di ampie superfici trasparenti curve che si estendevano fino al padiglione. Le aperture
in plexiglas
erano fisse e creavano un effetto continuo, simile a quello di
una cabina di pilotaggio: per quanto la ventilazione era
limitata, visibilità ed abitabilità erano eccezionali,
specialmente rispetto alla media delle automobili da corsa del tempo.
Altri Carrozzieri
seguirono la strada del plexiglass: Touring
introdusse il concetto “Aerlux”
(da aria + lux, aria e luce) con tettuccio trasparente integrato sull’Alfa Romeo 6C 2500 SS del 1948, Michelotti
e Balbo crearono la FIAT 6C 1500 Vittoria Belvedere (1948) anch’essa con lunotto
panoramico, mentre costruttori come Stanguellini e Nardi utilizzavano
il plexiglas per le coperture prime aerodinamiche dei
fari.
Francis Lombardi 1956 realizzò la FIAT 600 “Lucciola” (1956) con un grande lunotto
avvolgente in plexiglass. In sintesi, gli interni diventarono luminosi,
ariosi, dando la percezione d’essere più ampi e
confortevoli.
Nel mondo
delle corse, il plexiglas trovò applicazione
per ridurre il peso. Già nel 1938, l’Alfa Romeo 8C 2900 B
Le Mans
utilizzò finestrature in plexiglas. Negli anni ’50, l’Alfa Romeo Giulietta
Sprint Veloce “Alleggerita” adottò lo stesso
principio, con una riduzione significativa del peso, ma anche vetture
come la Panhard Dyna 750 Coupé
Allemano
del 1955
sfruttavano l’acrilico per ottenere prestazioni superiori.
Da
menzionare le copertura trasparente sul cofano motore della Ferrari
246 Dino F1 (1958) che mostrava l’iconico V6.
Dalle
sportive alle concept car
Parallelamente,
il plexiglas diventava protagonista anche nelle concept
car. La serie Supersonic di Ghia (1953)disegnata da Giovanni
Savonuzzi introdusse tetti e lunotti avvolgenti. La Lincoln
Futura del 1955, costruita da Ghia,
portò il
concetto all’estremo con una doppia cupola trasparente
retrattile, Michelotti realizzò per la Carrozzeria Monviso la FIAT 1100 TV Stella Filante (1954) con tetto removibile aerodinamico
interamente realizzato in plexiglas. Una leggendaria show car
costruita da Ghia per Ford fu la Lincoln Futura (1955), che
sfoggiava due cupole trasparenti modellate per i rispettivi occupanti,
formando una doppia bolla retrattile.
Da
menzionare anche la straordinaria Nardi Raggio Azzurro I (1955) di Michelotti
per Vignale, che presentava una spettacolare cupola blu. Pininfarina
realizzò la Cadillac Starlight (1959), con un tetto
interamente in plexiglas e pannelli parasole interni regolabili.
Parallelamente, la serie delle Alfa Romeo “Super Flow” di Aldo Brovarone sperimentava
elementi trasparenti innovativi, come i parafanghi in plexiglas
della Super Flow I (1956).
Il
materiale trovò spazio anche negli interni: Castagna
introdusse volanti e maniglie in plexiglas sulla FIAT 1100 E Vistotal
(1950), come anche Ghia e Stabilimenti Farina.
Emergendo
dallo stesso spirito sperimentale che ha prodotto la serie Super Flow,
la collaborazione di Pininfarina con Abarth portò
a due concept car compatte e lungimiranti basate sulla FIAT 850: la 1000 Spider e Coupé
Speciale
(1964 e 1965),
con fari racchiusi all'interno di una ampia copertura unica trasparente,
come avvenne anche sulla Dino Berlinetta Speciale (1965).
Tra
possibilità e limiti
Nonostante
i vantaggi – leggerezza, modellabilità, trasparenza
e resistenza agli urti – il plexiglas mostrava però limiti importanti: era sensibile
ai graffi, poteva causare surriscaldamento dell’abitacolo e non soddisfaceva le
normative di sicurezza emergenti sempre più stringenti. Essendo una plastica
rigida, non si frantuma in pezzi innocui come il vetro temperato
e può deformarsi in modi che potrebbero essere pericolosi per gli occupanti
(spigoli taglienti). Anche le coperture dei fari: a metà degli
anni ’60 ad esempio, la legge statunitense richiedeva fari a
luce sigillata senza coperture, il che iniziò ad uccidere la tendenza
dei fari con rivestimento in plexi sui modelli per il
mercato USA (le auto europee li utilizzarono ancora negli anni ’80) Inoltre la produzione
su larga scala risultava complessa e costosa.
Con il miglioramento
del vetro curvo e l’evoluzione delle tecnologie, il suo utilizzo
nelle auto di serie diminuì a partire dai tardi
anni ’60; tuttavia, le idee sopravvissero e
riemersero decenni dopo, nei tetti panoramici, nei fari in
policarbonato e nelle coperture motore trasparenti delle prime supercar moderne, come la Ferrari F40.
Oggi,
quegli esperimenti appaiono ancora straordinariamente moderni.
Non rappresentavano solo esercizi di stile, ma vere anticipazioni del
futuro. Il plexiglas non fu soltanto un materiale:
fu un simbolo di ottimismo, un ponte tra tecnologia e immaginazione.
La sua eredità vive ancora oggi. Ogni tetto panoramico,
ogni superficie trasparente integrata nel design automobilistico
contemporaneo deve qualcosa a quella stagione irripetibile.