Ci sono numeri che, da soli, raccontano la portata di una
crisi. 100.000 posti di lavoro. Quattro fabbriche chiuse. Un
gruppo che, mentre studia il più grande piano di ristrutturazione della propria
storia quasi novantennale, ha appena distribuito dividendi agli azionisti. È
questo il quadro che emerge dalle indiscrezioni pubblicate dalla rivista
economica tedesca Manager Magazin, che cita fonti interne al gruppo di
Wolfsburg.
Volkswagen non ha confermato nulla. Un portavoce ha
declinato qualsiasi commento su "documenti interni riservati",
precisando solo che il consiglio di gestione "ha lavorato intensamente nei
mesi scorsi per elaborare un piano in grado di riorientare il gruppo". Il
silenzio, in questi casi, dice già molto.
Il piano: raddoppio dei tagli e chiusure
Secondo Manager Magazin, l'amministratore delegato Oliver
Blume avrebbe presentato al consiglio di gestione un piano che porta i
tagli all'organico da 50.000 a 100.000 unità, il doppio di quanto
annunciato appena a marzo, con scadenza 2030. Su una forza lavoro globale di
circa 657.000 dipendenti, di cui quasi il 43% concentrato in Germania,
il taglio equivarrebbe a eliminare uno su sei posti di lavoro
dell'intero gruppo.
Le fabbriche nel mirino hanno nomi precisi: gli stabilimenti
Volkswagen di Hannover, Zwickau ed Emden, più il sito Audi
di Neckarsulm. Non si tratterebbe di chiusure immediate, ma di
un'estinzione progressiva: nessun nuovo modello assegnato, produzione che si
esaurisce con i cicli già in corso. La fabbrica muore da sola, senza bisogno di
annunci ufficiali.
Vale la pena sottolineare un paradosso: lo stabilimento di
Zwickau è oggi a piena capacità produttiva, dove vengono assemblati fino a
sette modelli elettrici tra Volkswagen, CUPRA e Audi. E nel frattempo, lo
stabilimento di Osnabrück (dove si produce il T-Roc Cabrio) non figura tra i
quattro segnalati, pur essendo quello che più concretamente si troverà senza
modelli da produrre.
I numeri che spiegano il panico
Nel 2025 gli utili netti di Volkswagen sono calati di quasi
la metà, a 6,9 miliardi di euro. Nel primo trimestre del 2026 le vendite cinesi
sono scese del 15%, quelle americane del 20%, penalizzate dai dazi. Il
risultato operativo del primo trimestre si è fermato al 3,3% di margine, con un
utile netto di 1,56 miliardi di euro, in calo del 28% rispetto allo stesso
periodo dell'anno precedente.
Per assorbire il deterioramento, il gruppo aveva già avviato
obiettivi di riduzione dei costi da 15 miliardi nel 2024 e 18 miliardi nel
2025. Non è bastato. Il nuovo piano punta a tagliare i costi fissi di 11
miliardi entro il 2030 e a ridurre gli investimenti del 15% nei
prossimi cinque anni, portandoli a circa 130 miliardi di euro.
Lo stesso CEO Oliver Blume ha dovuto ammettere
pubblicamente: "La nostra strategia non funziona più." Una frase che,
pronunciata dal numero uno del più grande gruppo automobilistico europeo, pesa
come un macigno.
La pressione cinese, i dazi americani e il mercato interno che non regge
Le cause della crisi sono note e si sommano. I produttori
cinesi, alle prese con un mercato interno saturo, si stanno espandendo in
Europa con l'obiettivo di costruire fabbriche locali per aggirare i dazi,
portando la pressione competitiva direttamente a casa di Wolfsburg. Volkswagen
ha perso il primato di vendite in Germania, storicamente il suo mercato più
solido, scalzata da BYD e Geely. I dazi americani pesano per circa 4 miliardi
di euro sui conti del gruppo. E la transizione all'elettrico, dopo anni di
investimenti massicci, non ha ancora prodotto i ritorni attesi.
Una combinazione che avrebbe messo in difficoltà qualsiasi
azienda, e che ha reso il piano di Blume non più rimandabile.
La reorganizzazione societaria e lo scorporo
Il piano non si limita ai tagli di personale. Il marchio
Volkswagen e la divisione componenti verrebbero separati dall'attuale struttura
del gruppo per confluire in entità distinte, con la prospettiva di possibili
quotazioni in Borsa. Una trasformazione che cambierebbe radicalmente
l'architettura del gruppo così come lo conosciamo, e che aprirebbe scenari
inediti per marchi come Audi, Porsche, SEAT e Skoda.
Quello che è certo è che Volkswagen, il colosso che per
decenni ha definito cosa fosse un'auto di riferimento in Europa, si trova di
fronte a una trasformazione senza precedenti nella propria storia. E la strada
per uscirne passa, almeno per ora, da numeri che nessuno avrebbe voluto
leggere.