"Tra 5 anni guideremo tutti auto cinesi": l'amara profezia dei Giugiaro che gela l'Europa

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23 giugno 2026, 11.06
giugiaro
Due icone del design automobilistico italiano analizzano la crisi del comparto europeo di fronte al sorpasso tecnologico asiatico. Nel mirino le politiche industriali occidentali, il divieto sui motori termici e la fuga di talenti.
Il baricentro della storia dell'automobile si è spostato a Est e l'Europa rischia di soccombere sotto il peso della propria presunzione. È questo, in sintesi, il severo quadro tracciato da Giorgetto e Fabrizio Giugiaro, intervenuti lo scorso 20 giugno sul palco dell'evento "Quattroruote Ignition" organizzato in occasione del settantesimo anniversario della nota rivista di settore. Intervistati da Gianluca Gazzoli, i due celebri designer non hanno usato mezzi termini per descrivere la parabola discendente dell'industria automotive continentale.

La fine della supremazia europea

Secondo Giorgetto Giugiaro, il Vecchio Continente sconta un eccesso di sicurezza, considerandosi ancora detentore di un'intelligenza e di un primato nel settore automotive che, nei fatti, non possiede più. La progressione dell'industria asiatica ha seguito tappe inequivocabili: prima il Giappone, poi la Corea del Sud e oggi la Cina hanno dimostrato una velocità d'apprendimento impressionante.
I costruttori di Pechino, non potendo contare sul blasone o su un patrimonio storico paragonabile a quello dei marchi europei, hanno trasformato questa mancanza in un vantaggio competitivo: liberi da vincoli di tradizione, hanno spostato l'intero focus sulla qualità del prodotto. Un approccio pragmatico che porta alla realizzazione di vetture sempre più evolute e ben costruite.

Il bivio del mercato e la previsione

Senza nascondersi dietro giri di parole, Fabrizio Giugiaro ha delineato lo scenario a breve termine del mercato: entro cinque anni la maggioranza dei consumatori europei si muoverà al volante di vetture cinesi. Una transizione che, precisa il designer, non sarà guidata dal mero risparmio economico, ma da un'oggettiva superiorità qualitativa e tecnica dei veicoli.
Per far fronte a questa ondata, l'Europa si trova di fronte a una scelta complessa: erigere muri protezionistici vietando l'ingresso ai marchi cinesi (sulla scia di quanto sta accadendo negli Stati Uniti) oppure accettare la realtà e avviare strategiche joint venture con le aziende orientali.

Le responsabilità della politica e l'ecosistema elettrico

L'analisi si fa particolarmente critica quando tocca le recenti scelte del sistema politico europeo. L'imposizione del divieto di sviluppo per i motori endotermici viene definita come un "processo innaturale" che non ha aiutato l'industria locale. Al contrario, la Cina si è mossa con largo anticipo: partendo vent'anni fa, ha avuto il tempo di costruire un ecosistema industriale completo dedicato all'elettrico e oggi si trova già nella fase di sviluppo successiva, sperimentando soluzioni ibride avanzate come i range extender.
Anche sul fronte stilistico, il divario si sta riducendo. I produttori cinesi hanno rapidamente affinato il proprio gusto estetico per avvicinarlo alle esigenze del pubblico europeo. Nonostante possiedano immensi centri stile interni, continuano a commissionare consulenze ad aziende occidentali. Una dinamica confermata dallo stesso studio GFG dei Giugiaro, che vanta un'ottima collaborazione con l'Oriente, mentre i marchi europei si rivolgono sempre meno a firme esterne (con la notevole eccezione della rinata Bizzarrini, firmata proprio da GFG e in arrivo il prossimo anno).

Una classe dirigente "cieca e sorda"

La chiosa di Giorgetto Giugiaro assume i contorni di una dura requisitoria contro la politica e la società occidentale, accusate di non possedere più gli strumenti per leggere i cambiamenti in atto.
Manca un reale sostegno all'imprenditoria, lasciata in balia delle singole iniziative individuali, e l'Italia sconta inoltre un drammatico problema di ricambio generazionale. Il sistema scolastico e accademico continua a formare ingegneri, progettisti e designer di alto livello che tuttavia, per trovare sbocchi professionali adeguati, sono sistematicamente costretti a trasferirsi all'estero. Un campanello d'allarme che impone all'industria e alle istituzioni europee di risvegliarsi dal proprio torpore, prima che l'idea stessa di automobile del Vecchio Continente svanisca definitivamente.
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