Due icone del design automobilistico italiano analizzano
la crisi del comparto europeo di fronte al sorpasso tecnologico asiatico. Nel
mirino le politiche industriali occidentali, il divieto sui motori termici e la
fuga di talenti.
Il baricentro della storia dell'automobile si è spostato a
Est e l'Europa rischia di soccombere sotto il peso della propria presunzione. È
questo, in sintesi, il severo quadro tracciato da Giorgetto e Fabrizio
Giugiaro, intervenuti lo scorso 20 giugno sul palco dell'evento
"Quattroruote Ignition" organizzato in occasione del settantesimo
anniversario della nota rivista di settore. Intervistati da Gianluca Gazzoli, i
due celebri designer non hanno usato mezzi termini per descrivere la parabola discendente
dell'industria automotive continentale.
La fine della supremazia europea
Secondo Giorgetto Giugiaro, il Vecchio Continente sconta un
eccesso di sicurezza, considerandosi ancora detentore di un'intelligenza e di
un primato nel settore automotive che, nei fatti, non possiede più. La
progressione dell'industria asiatica ha seguito tappe inequivocabili: prima il
Giappone, poi la Corea del Sud e oggi la Cina hanno dimostrato una velocità
d'apprendimento impressionante.
I costruttori di Pechino, non potendo contare sul blasone o
su un patrimonio storico paragonabile a quello dei marchi europei, hanno
trasformato questa mancanza in un vantaggio competitivo: liberi da vincoli di
tradizione, hanno spostato l'intero focus sulla qualità del prodotto. Un
approccio pragmatico che porta alla realizzazione di vetture sempre più evolute
e ben costruite.
Il bivio del mercato e la previsione
Senza nascondersi dietro giri di parole, Fabrizio Giugiaro
ha delineato lo scenario a breve termine del mercato: entro cinque anni la
maggioranza dei consumatori europei si muoverà al volante di vetture cinesi.
Una transizione che, precisa il designer, non sarà guidata dal mero risparmio
economico, ma da un'oggettiva superiorità qualitativa e tecnica dei veicoli.
Per far fronte a questa ondata, l'Europa si trova di fronte
a una scelta complessa: erigere muri protezionistici vietando l'ingresso ai
marchi cinesi (sulla scia di quanto sta accadendo negli Stati Uniti) oppure
accettare la realtà e avviare strategiche joint venture con le aziende
orientali.
Le responsabilità della politica e l'ecosistema elettrico
L'analisi si fa particolarmente critica quando tocca le
recenti scelte del sistema politico europeo. L'imposizione del divieto di
sviluppo per i motori endotermici viene definita come un "processo
innaturale" che non ha aiutato l'industria locale. Al contrario, la Cina
si è mossa con largo anticipo: partendo vent'anni fa, ha avuto il tempo di
costruire un ecosistema industriale completo dedicato all'elettrico e oggi si
trova già nella fase di sviluppo successiva, sperimentando soluzioni ibride
avanzate come i range extender.
Anche sul fronte stilistico, il divario si sta riducendo. I
produttori cinesi hanno rapidamente affinato il proprio gusto estetico per
avvicinarlo alle esigenze del pubblico europeo. Nonostante possiedano immensi
centri stile interni, continuano a commissionare consulenze ad aziende
occidentali. Una dinamica confermata dallo stesso studio GFG dei Giugiaro, che
vanta un'ottima collaborazione con l'Oriente, mentre i marchi europei si
rivolgono sempre meno a firme esterne (con la notevole eccezione della rinata
Bizzarrini, firmata proprio da GFG e in arrivo il prossimo anno).
Una classe dirigente "cieca e sorda"
La chiosa di Giorgetto Giugiaro assume i contorni di una
dura requisitoria contro la politica e la società occidentale, accusate di non
possedere più gli strumenti per leggere i cambiamenti in atto.
Manca un reale sostegno all'imprenditoria, lasciata in balia
delle singole iniziative individuali, e l'Italia sconta inoltre un drammatico
problema di ricambio generazionale. Il sistema scolastico e accademico continua
a formare ingegneri, progettisti e designer di alto livello che tuttavia, per
trovare sbocchi professionali adeguati, sono sistematicamente costretti a
trasferirsi all'estero. Un campanello d'allarme che impone all'industria e alle
istituzioni europee di risvegliarsi dal proprio torpore, prima che l'idea
stessa di automobile del Vecchio Continente svanisca definitivamente.