Prima che l’incendio di Capodanno a Crans-Montana trasformasse
Le Constellation in uno dei luoghi simbolo di una tragedia europea, Jacques
Moretti e Jessica Maric erano già finiti sotto la lente delle autorità
svizzere. Non per questioni di sicurezza o per violenze, ma per un dettaglio
che oggi assume un valore quasi emblematico: le auto di lusso.
Nel 2020, mentre il settore della ristorazione e della
nightlife era paralizzato dalla pandemia, la coppia ottenne un prestito Covid
da 75.500 franchi, pensato per garantire la sopravvivenza delle imprese
colpite dai lockdown. A far scattare l’attenzione degli inquirenti del
Canton Vallese fu però una segnalazione della Banca Cantonale: parte di quel
denaro pubblico sarebbe stato utilizzato per acquistare una Maserati dal valore
di circa 33 mila franchi.
Formalmente, nulla di illecito. L’auto venne
immatricolata come veicolo aziendale, intestata alla società che gestiva il
locale. Ma per i magistrati non fu solo una questione contabile. A pesare fu il
contesto: la Maserati non era un’eccezione, bensì l’ultimo tassello di un parco
auto di altissima gamma.
Secondo quanto ricostruito dalla stampa svizzera, i Moretti
disponevano già di una Mercedes-AMG, una Bentley e una Porsche Cayenne.
Quattro vetture di lusso, quattro marchi simbolo di potenza, status e
ostentazione. Un garage che mal si conciliava con l’immagine di imprenditori in
difficoltà, costretti a ricorrere agli aiuti statali per restare a galla.
I dettagli dell’inchiesta sul prestito Covid
L’inchiesta sul prestito Covid durò circa un anno e si
concluse con un’archiviazione. Nessuna violazione formale: l’auto risultava nei
conti della società e non nel patrimonio personale dei titolari. Tuttavia,
anche dopo la chiusura del fascicolo, il caso lasciò una traccia. Non
penale, ma reputazionale. Perché l’uso di fondi pubblici per alimentare uno
stile di vita già segnato dal lusso apparve, a molti, come il segnale di una gestione
disallineata rispetto alla realtà economica del periodo.
Le auto divennero così il simbolo di un approccio
imprenditoriale basato sull’immagine e sull’eccesso. Lo stesso approccio
che caratterizzava Le Constellation: bottiglie con bengala accesi,
spettacolarizzazione del servizio, un locale pensato per stupire più che per
rassicurare.
Nel 2022 un nuovo intervento delle autorità contribuì a
rafforzare questo quadro. L’ispettorato del lavoro ricevette segnalazioni su
presunte irregolarità: turni massacranti, notturni non pagati, riposi ridotti.
Anche in quel caso non ci furono conseguenze penali immediate, ma il
ritratto che emergeva era coerente: spendere in alto, comprimere in basso.
A fare da sfondo restava la figura di Jacques Moretti, già
noto alla giustizia francese per una condanna del 2008 per induzione aggravata
alla prostituzione. Un precedente che, secondo la legge vallese, avrebbe potuto
ostacolare la gestione di locali aperti al pubblico. Ma i permessi
arrivarono comunque, probabilmente perché alle autorità fu richiesto solo il
casellario svizzero.
Oggi, dopo la morte di quaranta persone e oltre cento
feriti, quel garage pieno di supercar torna sotto i riflettori non come
curiosità mondana, ma come chiave di lettura. Le auto non sono più solo beni
materiali, ma il segno di una mentalità: ostentazione, successo esibito,
confini spinti al limite.
Quello che è certo è che la passione per le automobili veloci dell'imprenditore svizzero è ben nota: in passato, infatti, Jacques Moretti e Sébastien Bottinelli hanno anche partecipato insieme a un rally di auto d'epoca in Corsica alla guida di una Abarth 131 perfettamente restaurata.
Un parco auto di lusso dietro falle evidenti
Nel fascicolo della procura emergono dettagli che parlano di
porte di sicurezza chiuse, di uscite di emergenza assenti o invisibili, di
materiali installati direttamente dai titolari. In questo contesto, la distanza
tra il lusso delle auto e la fragilità delle misure di sicurezza diventa
stridente.
Mentre il tribunale si prepara a decidere sulla conferma del
carcere per Jacques Moretti e sui domiciliari chiesti per Jessica Maric, resta
una domanda che va oltre le responsabilità penali: com’è possibile che
un’impresa capace di sostenere un parco auto da sogno abbia operato per anni
con controlli minimi e falle evidenti?