L'Italia spegne le auto: record assoluto di ZTL in Europa, ma è il caos totale sulle regole

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09 giugno 2026, 17.51
ztl torino acesso
L'Italia si conferma la capitale europea delle limitazioni al traffico urbano, ma questo primato nasconde una profonda disorganizzazione normativa. Oltre la metà dei divieti di circolazione attualmente in vigore nel Vecchio Continente si trova infatti nelle città italiane. Tuttavia, a differenza degli altri grandi Paesi europei, le nostre amministrazioni locali operano senza una strategia nazionale organica, generando una frammentazione che disorienta cittadini e operatori del settore.
È questo il quadro allarmante tracciato dallo studio “Auto e Città, oltre il divieto”, realizzato dall’Osservatorio Auto e Mobilità della Luiss Business School in partnership con Honda. La ricerca analizza l'impatto degli UVAR (Urban Vehicle Access Regulation), gli strumenti adottati dalle metropoli per limitare l'accesso dei veicoli, ridurre l'inquinamento e decongestionare i centri urbani.

I numeri di un primato frammentato

I dati raccolti dalla Luiss evidenziano un marcato squilibrio tra l'Italia e il resto d'Europa nell'applicazione delle restrizioni veicolari (che includono Congestion Charge, Aree pedonali e limitazioni varie).
Il nostro Paese concentra ben 485 misure di limitazione dell’accesso, rappresentando il 56,2% del totale europeo (che ammonta a 863 interventi). Il dato più eclatante riguarda però le Zone a Traffico Limitato tradizionali: su circa 500 ZTL attive in tutta Europa, ben 446 si trovano in Italia.
Questo primato, tuttavia, evidenzia un approccio obsoleto alla gestione della mobilità. Nel contesto italiano, la ZTL è concepita quasi esclusivamente per tutelare il patrimonio storico e architettonico, ma spesso fallisce nel migliorare la qualità dell'aria, poiché vieta l'accesso a prescindere dalle caratteristiche emissive del veicolo.

La mappa delle Low Emission Zone (LEZ) in Europa

Le Low Emission Zone (LEZ), al contrario delle ZTL, limitano selettivamente gli accessi basandosi unicamente sull'impatto inquinante dei motori. In questo ambito più moderno e funzionale alla transizione ecologica, l'Italia perde la sua leadership:
Posizione Paese Numero di LEZ attive Approccio Normativo
1 Spagna 82 Centralizzato (bollini ambientali e segnaletica uniforme)
2 Francia 63 Centralizzato (criteri nazionali condivisi)
3 Germania 57 Federale (autonomia locale ma standard tecnici comuni)
4 Paesi Bassi 40 Standardizzato
5 Italia 37 Disomogeneo (regole e criteri variabili da città a città)

Il confronto europeo: l'urgenza di una piattaforma unica

Mentre nazioni come Francia, Spagna e Germania hanno adottato sistemi centralizzati con bollini ambientali univoci e una segnaletica standardizzata su tutto il territorio nazionale, l'Italia sconta l'assenza di un'infrastruttura regolatoria unitaria. Le differenze di applicazione delle normative variano non solo tra Nord e Sud, ma anche tra comuni limitrofi.
Secondo il professor Fabio Orecchini, Direttore dell'Osservatorio Auto e Mobilità della Luiss Business School, il problema centrale è la mancanza di coordinamento: "L’esempio di altri Paesi ci dice che per le zone a basse emissioni sono possibili definizioni uniche nazionali, in Italia attualmente inesistenti. Un ulteriore elemento chiave sarebbe l’attivazione di un portale unico nazionale che raccolga tutti i provvedimenti locali, consentendo alle automobili sempre più connesse di accedere in tempo reale alla normativa in vigore in ogni città".

Ambiente contro equità sociale: il rischio di nuove disuguaglianze

L’analisi incrociata di 25 studi internazionali conferma che le politiche di restrizione funzionano: LEZ e sistemi di congestion charge riducono drasticamente emissioni e traffico, incrementando persino il valore immobiliare delle aree interessate e l'attrattività commerciale dei centri urbani (come dimostrato anche dal successo delle Zone 30). Solo in due casi sono stati registrati modesti "effetti spillover", con un temporaneo aumento del traffico nelle aree immediatamente periferiche.
Tuttavia, il report solleva un fondamentale interrogativo etico ed economico: la transizione ecologica urbana rischia di trasformarsi in una tassa sulla povertà. Le restrizioni alla circolazione penalizzano pesantemente le fasce di popolazione a basso reddito, incapaci di sostenere i costi per la sostituzione di un veicolo datato con uno di ultima generazione a basse emissioni.
Per evitare fratture sociali, gli studiosi suggeriscono che i divieti debbano essere sempre accompagnati da misure compensative:
  • Incentivi mirati per il rinnovo del parco auto circolante.
  • Potenziamento massiccio delle reti di trasporto pubblico locale.
  • Monitoraggio costante (KPI) per valutare oggettivamente i risultati reali delle limitazioni.
"Sostenibilità ambientale, accessibilità e inclusione sociale debbano procedere insieme," ha concluso Simone Mattogno, Head of Automobile Division di Honda Motor Europe Ltd. Italia & Svizzera. "Le misure di regolazione possono migliorare la qualità della vita, a condizione che siano accompagnate da un’informazione chiara e da un percorso di transizione attento alle esigenze di tutti i cittadini".
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