Ci sono voluti trentatré anni e mezzo. Dal 1° gennaio 1993,
giorno di entrata in vigore del Codice della Strada, l'articolo 142 prevedeva
che le apparecchiature per il controllo della velocità fossero omologate.
Peccato che le procedure tecniche per farlo non siano mai state emanate. Il
risultato? Per più di tre decenni, nessun autovelox in Italia è stato
tecnicamente omologato. Il decreto ministeriale che colma questa lacuna
è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale l'11 luglio 2026 ed è entrato
in vigore il giorno dopo.
Come si è arrivati fin qui
La questione era rimasta nell'ombra fino all'aprile 2024,
quando la Corte di Cassazione ha messo nero su bianco quello che molti addetti
ai lavori sapevano già: solo gli strumenti omologati possono essere considerati
prove valide di una violazione dei limiti di velocità. Una pronuncia che ha
fatto tremare comuni e prefetture di tutta Italia, aprendo la strada a una
valanga di ricorsi contro le multe rilevate con apparecchiature non omologate.
Ovvero, fino al 12 luglio scorso, praticamente tutte.
Il Ministero dei Trasporti aveva tentato di difendersi
sostenendo che, in assenza di procedure di omologazione, fosse sufficiente la
semplice "approvazione ministeriale". La Cassazione ha bocciato
questa tesi più volte, con le ordinanze 10505/2024, 20913/2024 e 12924/2025. A
quel punto il decreto è diventato inevitabile.
Cosa cambia per le multe vecchie
Chi ha ricevuto una multa per eccesso di velocità prima del
12 luglio 2026 può ancora impugnarla, citando il fatto che al momento della
violazione nessun autovelox era omologato. Il termine per il ricorso è di 30
giorni dalla notifica del verbale se si presenta al giudice di pace, oppure
60 giorni se si ricorre al prefetto. Vale anche per i verbali già
notificati e per quelli che arriveranno nelle prossime settimane (il termine di
notifica è di 90 giorni dalla data della violazione).
Chi ha già presentato ricorso e non ha ancora ricevuto
sentenza o ingiunzione può continuare il proprio iter normalmente: il nuovo
decreto non ha effetti retroattivi, e anzi potrebbe rafforzare la posizione di
chi ricorre.
Cosa cambia per le multe dal 12 luglio in poi
Per le violazioni commesse a partire dal 12 luglio, perché
l'accertamento sia valido devono ricorrere quattro condizioni:
1. L'apparecchio deve essere omologato. Il decreto
riconosce automaticamente come omologati 25 modelli di autovelox già
approvati secondo le norme in vigore dal giugno 2017. Tra i più comuni figurano
il Tutor 3.0, l'Autovelox 106, il T-Exspeed e il Trucam.
Nelle prossime settimane altri modelli potranno ottenere l'omologazione
integrando la documentazione già presentata — il Ministero avrà 60 giorni per
esprimersi.
2. Lo strumento deve essere registrato nella banca dati
del Ministero dei Trasporti, consultabile all'indirizzo velox.mit.gov.it/dispositivi.
Al 12 luglio risultavano censiti 4.060 strumenti, di cui 3.150
omologati. Chi vuole verificare se l'autovelox che l'ha multato è
regolare può farlo direttamente online.
3. Lo strumento deve essere stato tarato. Taratura
iniziale prima della messa in servizio e verifiche periodiche con cadenza
almeno annuale. Se anche uno solo di questi passaggi manca, il verbale è
impugnabile anche se l'apparecchio è omologato e censito.
4. Lo strumento deve essere impiegato correttamente,
nel rispetto delle norme di utilizzo stabilite da un decreto del 2024. Se il
velox è posizionato dove non dovrebbe essere, il verbale può essere contestato.
Da oggi, inoltre, tutti i verbali relativi a violazioni dal
12 luglio in poi devono riportare il riferimento al decreto di omologazione
dell'apparecchio utilizzato. L'assenza di questa indicazione è già di per
sé un motivo di ricorso.
Non è finita: i fronti ancora aperti
Il decreto non ha chiuso tutti i contenziosi. Due nuove
questioni si profilano all'orizzonte. La prima riguarda la legittimità
dell'omologazione "automatica" dei 25 modelli riconosciuti dal
decreto: secondo alcuni esperti, un decreto ministeriale può disciplinare le
procedure future, ma non trasformare retroattivamente le vecchie approvazioni
in omologazioni vere e proprie. La seconda riguarda la competenza del Ministero
dei Trasporti: c'è chi sostiene che l'omologazione spetti al Ministero delle
Imprese, in quanto autorità metrologica nazionale. Il MIT ha risposto
ricordando che fu proprio l'allora Ministero dello Sviluppo Economico a
chiarire per iscritto, nel 2021, la propria incompetenza in materia.
Come spesso accade in Italia, la parola definitiva spetterà
ai giudici. E probabilmente non arriverà a breve.