L'esecutivo corre ai ripari per evitare la stangata di
primavera sui carburanti, ma la coperta è corta. La proroga del taglio delle
accise costa carissima, l'effetto alla pompa è quasi impercettibile e, per
finanziare la misura, spunta un'ipotesi controversa: utilizzare i proventi
destinati alla transizione ecologica.
Il governo italiano si prepara a varare in extremis la
proroga del taglio delle accise sui carburanti, una misura necessaria per
disinnescare la potenziale rabbia sociale legata ai rincari in vista dei ponti
primaverili. Con il termine fissato al 7 aprile, l'esecutivo – che naviga in
acque politicamente complesse a causa delle recenti turbolenze interne e dei
ritardi su Transizione 5.0 – si trova costretto a prolungare lo sconto almeno
fino alla fine del mese.
Tuttavia, un'analisi approfondita della manovra rivela criticità
economiche e strutturali di grande rilevanza, sollevando dubbi sulla reale
efficacia e sulla provenienza delle coperture finanziarie.
Lo "sconto fantasma" e il peso sui conti pubblici
La misura ha un impatto massiccio sulle casse dello stato,
con un costo stimato in oltre 20 milioni di euro al giorno. Per coprire
il provvedimento fino alla fine di aprile, serviranno almeno 460 milioni di
euro, cifra che non include i crediti d'imposta per settori specifici come
l'autotrasporto e la pesca.
Nonostante l'esborso miliardario, il beneficio reale per gli
automobilisti si è assottigliato drasticamente. A causa delle crescenti
tensioni geopolitiche in Medio Oriente e del conseguente rialzo delle
quotazioni energetiche internazionali, gran parte dello sconto iniziale è stato
assorbito dal mercato.
- Sconto
teorico: 24,4 centesimi al litro.
- Sconto
reale residuo: circa 7 centesimi al litro.
Nel frattempo, i prezzi alla pompa continuano a salire. I
dati del ministero delle Imprese e del made in Italy evidenziano che il gasolio
in modalità self-service ha superato i 2 euro al litro sulla rete
ordinaria e i 2,14 euro in autostrada. La benzina si attesta
rispettivamente a 1,7 e 1,8 euro al litro.
Il paradosso delle coperture: fondi verdi per i combustibili fossili
Il nodo centrale del dibattito riguarda il reperimento delle
risorse. Esclusa la possibilità di attingere dai bilanci dei ministeri, come
avvenuto in passato, il governo starebbe puntando su un mix finanziario che fa
discutere:
- Extragettito
Iva: circa 200 milioni di euro deriverebbero dai maggiori incassi
fiscali generati proprio dall'aumento dei prezzi alla pompa.
- Sistema
Ets: altri 300 milioni di euro verrebbero prelevati dai proventi delle
aste delle quote di emissione di Co2.
È proprio quest'ultimo punto a generare le maggiori
perplessità. Il sistema europeo Ets nasce con il preciso scopo di
disincentivare l'uso di combustibili fossili, obbligando chi inquina a pagare e
vincolando i paesi membri a reinvestire i proventi in politiche climatiche e
di decarbonizzazione (come mobilità sostenibile, tecnologie a basse
emissioni ed efficienza energetica). Utilizzare questi fondi per abbattere il
prezzo di benzina e gasolio rappresenta, di fatto, una palese contraddizione
rispetto agli obiettivi climatici fissati dall'Unione europea, configurando un
sussidio indiretto alle fonti fossili pagato con i soldi destinati
all'ambiente.
Un aiuto iniquo e il rischio cartelli
Oltre alle questioni ambientali, la misura "a
pioggia" continua a sollevare critiche per la sua natura regressiva. I
dati storici dell'Ufficio parlamentare di bilancio, relativi ai tagli varati
dal governo Draghi, dimostrano che gli sconti generalizzati sui carburanti
favoriscono sproporzionatamente le fasce più agiate: il 10% più ricco della
popolazione ottiene un vantaggio economico sei volte superiore rispetto al 10%
più povero. Diversi economisti suggeriscono che l'erogazione di bonus
mirati, come social card o sconti diretti legati all'Isee, risulterebbe
fiscalmente più sostenibile e socialmente più equa.
A complicare il quadro si aggiungono i rilievi dell'Autorità
garante della concorrenza e del mercato. Se da un lato il ministero rivendica
l'efficacia del monitoraggio sui prezzi, l'antitrust – come ricordato anche dal
Servizio bilancio del Senato – avverte che l'eccessiva diffusione dei prezzi
medi raccomandati potrebbe, paradossalmente, facilitare meccanismi collusivi
tra le compagnie. Un rischio tutt'altro che teorico, confermato dalla sanzione
di oltre 936 milioni di euro inflitta nel settembre 2025 a sei compagnie
petrolifere per aver fatto "cartello" sulla componente bio dei
carburanti.