Nell’agosto 2026, per celebrare il trentesimo
anniversario dell’Hino Auto Plaza, Hino ha riportato in
movimento due automobili della propria collezione: una Hino Renault 4CV
e la rarissima Contessa 900 Sprint. Le due vetture riassumono la breve
ma ambiziosa stagione nella quale il costruttore oggi conosciuto per camion e
autobus tentò di affermarsi anche nel settore automobilistico.
La
Sprint, presentata al Salone di Torino del 1962, fu il primo risultato
visibile della collaborazione fra Hino e Giovanni Michelotti, destinata
a culminare nella Contessa 1300.
Dai
camion alla Contessa
Le
origini di Hino risalgono alla Tokyo
Gas Industry, fondata nel 1910. Divenuta Tokyo Gas and
Electric Industry, nel 1917 realizzò il camion TGE-A. Dopo diverse riorganizzazioni, nel 1942
lo stabilimento di Hino divenne la Hino
Heavy Industries.
Nel
dopoguerra l’azienda si concentrò su
camion, autobus e motori diesel. Sotto la guida di Shoji Okubo, nel 1953
avviò una collaborazione tecnica con Renault e produsse su licenza la 4CV, inizialmente
assemblata con componenti francesi e poi progressivamente localizzata. Compatta
e robusta, trovò largo impiego anche come taxi. La sua architettura, con motore
e trazione posteriori, fornì a
Hino la base per una vettura propria.
Sviluppata
dal 1957 e presentata nel 1961, la Contessa 900 conservava l’esperienza della 4CV e guardava alla più moderna Renault
Dauphine, senza esserne una copia. Il quattro cilindri posteriore
raffreddato ad acqua di 893 cc erogava circa 35 CV: disposto
longitudinalmente e inclinato lateralmente, aveva testata a flusso incrociato;
le sospensioni posteriori adottavano assi oscillanti di derivazione Renault. Il
cambio poteva essere affiancato dal dispositivo elettromagnetico Shinko-Hinomatic.
Prima
automobile sviluppata internamente da Hino, la Contessa 900 superò i 47.000
esemplari, e dalla stessa esperienza nacque il commerciale leggero Briska, con motore anteriore e
trazione posteriore.
Michelotti,
il primo ponte italiano
Con
la voglia di aprirsi al mondo, quando Hino cercò uno stilista europeo,
Michelotti aveva già aperto una strada nei rapporti fra Italia e Giappone:
difatti nel giugno 1959 la Prince
Motor Company gli affidò due telai della Skyline 1900, e a
Torino ne disegnò e fece costruire una coupé e una cabriolet, presentate come Prince Skyline Sport al Salone di Torino
del novembre 1960, come anche a quello di Tokyo.
Michelotti
divenne così il primo designer italiano chiamato a progettare automobili per
un costruttore giapponese. Le Skyline Sport furono le prime vetture
nipponiche di design italiano e le prime automobili del Paese presentate all’estero prima del debutto nazionale. Rispetto
alla massiccia berlina d’origine, le carrozzerie
apparivano basse e slanciate: cofano disteso, abitacolo arretrato, coda
allungata e doppi fari anteriori (che al tempo iniziavano a spopolare) disposti obliquamente componevano
un’elegante gran turismo. La
produzione, iniziata nel 1962, rimase limitatissima, ma dimostrò come tecnica
giapponese e stile italiano potessero convivere.
È plausibile
che questo precedente abbia orientato Hino verso Michelotti, ma decisivo fu l’ingegnere Tsunenori Yamauchi, impegnato
nei rapporti con Renault a Parigi: incaricato nel 1960 di cercare uno stilista
in Italia, individuò in Michelotti l’interlocutore per la futura
Contessa 1300.
La
900 Sprint: forma e sicurezza
Durante
gli incontri del 1961 Michelotti propose autonomamente di trasformare il
pianale della Contessa 900 in una piccola gran turismo. Il responsabile dello
sviluppo Hino, Saburo Iwasaki, sostenne l’iniziativa
e mise a disposizione una piattaforma da esportazione. La distinzione è significativa:
Hino commissionò la 1300; Michelotti propose la 900 Sprint.
Realizzata
in pochi mesi, la coupé 2+2
non conservava quasi nulla dell’aspetto della berlina. Alta
appena 1,20 metri e pesante circa 650 kg, aveva un frontale
sottile, cofano lungo e quasi orizzontale, parabrezza inclinato, montanti
leggeri e un padiglione che scendeva senza interruzioni verso la coda. La
grande superficie vetrata e l’uso misurato delle cromature
le davano l’aspetto di una gran turismo
italiana in scala ridotta.
L’innovazione non riguardava soltanto la forma.
Michelotti dedicò particolare attenzione alla sicurezza passiva: sotto
il rivestimento, il cruscotto incorporava un sistema di molle destinato
a deformarsi e attenuare l’urto degli occupanti contro
la plancia. Anche montanti, porte e bordi del tetto erano protetti e gli
elementi sporgenti ridotti. Era la traduzione di una convinzione profonda del
designer, che considerava l’automobile anche «l’arma
legalizzata più diffusa al mondo».
La
preparazione meccanica fu affidata a Enrico Nardi. Grazie anche all’alimentazione Weber, il motore GP20 passò da
35 a circa 45 CV. Il cambio aveva quattro rapporti con leva a pavimento
e la velocità dichiarata raggiungeva i 140 km/h. Le targhette “Hino-Michelotti” e “Body by G. Michelotti” esplicitavano
la doppia identità del prototipo.
Dopo
l’esordio al 44° Salone di
Torino, aperto il 31 ottobre 1962, la Sprint fu mostrata a New York e, nel
1963, a Tokyo. Non entrò in produzione, ma indicò la direzione stilistica della
futura Hino.
La
Contessa 1300: il vincolo diventa stile
La Contessa 1300 definitiva
debuttò nel settembre 1964. Michelotti trasformò la meccanica posteriore nel
principale carattere della berlina: il muso corto, basso e privo di una
calandra tradizionale contrastava con la coda più lunga, necessaria a contenere
il motore. Quattro fari circolari, una sottile fascia cromata e superfici
laterali tese alleggerivano il frontale; l’ampio
lunotto e le aperture posteriori per il raffreddamento dichiaravano invece la
funzione della coda. Ampio e luminoso l’abitacolo, una prerogativa importante
per lo stilistica torinese.
Il
quattro cilindri GR100 di 1.251 cc, con cinque supporti di banco,
sviluppava circa 55 CV e raggiungeva i 130 km/h. Nel 1965 arrivò la Contessa
1300 Coupé: il
padiglione più basso, i montanti assottigliati, le porte lunghe e la coda
rastremata rendevano ancora più evidente la continuità con la Sprint. Due
carburatori SU e un rapporto di compressione più elevato portarono la potenza a
65 CV e la velocità a 145 km/h; i freni anteriori erano a disco.
La
nascita della 1300 lasciò anche un ricordo privato: Edgardo Michelotti,
figlio di Giovanni, raccontò che, quando il prototipo della berlina fu caricato
sul camion per partire verso il Giappone, con la targa “Torino–Tokyo”, gli
artigiani che lo costruirono si commossero. Non era soltanto la partenza di un’automobile, in quel modello erano confluiti
mesi di lavoro, decisioni e affezione.
La
Contessa fu esportata e assemblata anche in Israele, e negli Stati Uniti
gareggiò attraverso il Team
Samurai, legato al designer e preparatore Peter Brock.
La
scelta di Matsukata
Nel
1966 il presidente Masanobu Matsukata, alla guida di Hino dal 1961,
negoziò l’alleanza con Toyota. Accettò di abbandonare
progressivamente la Contessa in cambio di un ruolo industriale stabile, così
Hino tornò a concentrarsi su camion e autobus, continuando ad assemblare alcuni
modelli Toyota. La collaborazione con Michelotti proseguì anche nella ricerca
stilistica relativa ai veicoli industriali, estendendo ai mezzi da
lavoro l’attenzione per forma e
riconoscibilità.
Nel
1996 fu istituito a Hachiōji l’Hino Motors 21st Century Center; l’Auto Plaza aprì al
suo interno l’anno seguente. Il museo
conserva camion, autobus, motori e le rare automobili della marca. Nel 2026
Hino ne celebra il percorso trentennale riportando sulla strada la 4CV e la 900
Sprint: l’origine francese e la svolta
italiana di una storia industriale giapponese.