Al prestigioso Salone dell’Automobile di Torino del 1962, lo stand della Carrozzeria Vignale (fondata da Alfredo Vignale nel 1946) mette in mostra alcune delle sue creazioni più affascinanti. Tra queste spiccano la Maserati Sebring, una Coupè a 4 posti sviluppata su meccanica FIAT 1300/1500 e il prototipo della Lancia Flavia Convertibile, destinata a essere distribuita direttamente dalla rete di vendita della casa madre.
Sebbene l’evento si preannunci ricco di novità come sempre, segna in realtà l'atto finale della storica collaborazione ufficiale con il celebre stilista Giovanni Michelotti, il quale, dopo una lunga riflessione, ha deciso di mettersi in proprio diventando costruttore oltre che designer. Il legame tra Alfredo Vignale e Giovanni Michelotti, iniziato nel 1949, ha rappresentato un sodalizio straordinario che ha letteralmente scritto la storia dell’automobile italiana.
Questo avvicendamento, avvenuto in un clima di profonda amicizia, stima e complicità tra due veri signori d'altri tempi, permette a Michelotti di coronare le proprie legittime aspirazioni, ma decreta purtroppo la fine di una coppia formidabile. Fortunatamente il lavoro a Grugliasco non manca, anzi è in costante crescita. Alfredo Vignale prosegue quindi per la sua strada, concentrandosi sui preparativi per il successivo Salone del novembre 1962. Sarà proprio in quell'occasione che la casa giapponese Hino presenterà la Contessa 900 Sprint, una profilata coupé disegnata e costruita in prototipo proprio da Michelotti.
Il nuovo corso stilistico: Alfredo Zanellato Vignale e Virginio Vairo
Consapevole della necessità di trovare una “nuova matita” per la carrozzeria, Alfredo Vignale inizia a riporre le sue speranze nel giovane nipote, Alfredo Zanellato Vignale. Per metterlo alla prova come designer, gli affida le prime commissioni; i tentativi culminano in quel dinamico 1962 con la realizzazione di un bozzetto a colori della Maserati Sebring destinato a una pagina pubblicitaria. Tuttavia, il giovane nipote è assorbito dagli studi in ingegneria presso il Politecnico di Torino e non può garantire una presenza a tempo pieno.
Lo zio decide così di assumere un nuovo professionista. Curiosamente, la scelta non cade su uno stilista puro, bensì su un disegnatore tecnico proveniente dalla Pininfarina: Virginio Vairo, che fa il suo ingresso ufficiale in azienda l’11 gennaio del 1963.
Vairo si dimostra da subito un tecnico eccellente, anche se inizialmente privo di quella fulminea creatività che aveva caratterizzato i lunghi anni trascorsi con Michelotti. Di conseguenza, le vetture Vignale del “nuovo corso”, pur essendo geometricamente impeccabili, tendono a configurarsi più come pregevoli “fuoriserie di serie” che come creazioni puramente originali e di rottura. La cifra stilistica aziendale subisce un evidente cambio di paradigma, un’evoluzione che non va letta come una perdita di valore, ma come una naturale metamorfosi della storia creativa del marchio.
L’assalto giapponese e la commessa Daihatsu
Siamo nel pieno del boom economico italiano ma, verso l’autunno del 1963, si manifestano i primi segnali di rallentamento del mercato, i primi dal dopoguerra, un periodo che passerà alla storia con il termine di “congiuntura”.
A garantire l'ossigeno necessario alla Carrozzeria Vignale sono, da un lato, i solidi rapporti con Lancia e Maserati e, dall'altro, i nuovi contatti con i costruttori giapponesi. Questi ultimi si sono affacciati da poco sul mercato europeo, inizialmente con scarso successo. Determinati a colmare il divario con l’Occidente, i tecnici del Sol Levante presidiano i saloni automobilistici armati di macchine fotografiche, pronti a catturare ogni segreto di designer e carrozzieri.
Ben presto, però, i giapponesi comprendono che scattare foto non basta per fare proprio quel prezioso know-how: la strategia più efficace diventa quella di commissionare direttamente dei prototipi ai costruttori italiani. Questo permette loro non solo di studiare le vetture, ma anche di inviare i propri tecnici a seguire dal vivo ogni singola fase di progettazione e lavorazione. Dopo aver già coinvolto Michelotti per i marchi Prince e Hino, l'attenzione si sposta su Vignale. È la Daihatsu di Osaka a presentarsi a Grugliasco con una nutrita delegazione per affidare all’azienda lo studio e la costruzione dei prototipi di una nuova gamma di modelli. Il team giapponese si stabilisce all'interno della fabbrica per mesi, supervisionando i lavori fino al completamento della commessa.
La nascita della famiglia Compagno
È proprio Alfredo Zanellato Vignale a ricordare quegli anni intensi in cui, diviso tra le lezioni universitarie e l'officina, incrociava i tecnici giapponesi intenti a osservare ogni dettaglio. Lo zio lo coinvolge attivamente nella commessa, spingendolo a tracciare i primi schizzi. Il primo risultato di questo lavoro è il “Light Van”, una piccola giardinetta prototipale caratterizzata da una soluzione innovativa per la doppia apertura del portellone posteriore.
Nel corso dell’estate prende forma il prototipo di una berlina a due porte estremamente compatta: la Daihatsu Compagno (1963). Da questa matrice nasceranno successivamente le varianti Wagon (1963), Spider (1965) e la versione a quattro porte Compagno 1000 (1965). La moderna famiglia di vetture è equipaggiata con un motore a quattro cilindri da 797 cc e 41 CV (successivamente aggiornato a 55 CV per la versione 1000), abbinato a un cambio manuale a quattro marce o a un automatico a due rapporti.
Il successo sul mercato interno giapponese è straordinario, con circa 120.000 unità vendute, merito di linee equilibrate, proporzioni indovinate e un abitacolo spazioso, luminoso e razionale. La vettura riscuote invece meno successo in Europa, a causa della diffidenza dell’epoca verso la produzione automobilistica nipponica. Il contratto con la Daihatsu include inoltre lo sviluppo, sulla medesima piattaforma meccanica ma con una motorizzazione potenziata, di una variante sportiva in configurazione coupé e spider, al cui design partecipa in prima persona lo stesso giovane Alfredo Zanellato Vignale.
Il Salone di Torino del 1963 e il destino della Daihatsu Sport
I frutti di questo lavoro vengono svelati al pubblico il 30 ottobre del 1963 in occasione del 45° Salone dell’Automobile di Torino. Da due anni l’area riservata ai Carrozzieri è stata trasferita presso il Palaghiaccio; qui gli spazi espositivi più imponenti appartengono a Pininfarina e Bertone. Vignale, tuttavia, raddoppia la sua presenza: oltre allo stand principale, cura uno spazio al piano superiore interamente dedicato alla Daihatsu. È proprio il giovane nipote Alfredo a progettare l'allestimento dello stand, facendolo realizzare in un raffinato stile giapponese capace di fondere tradizione e modernità.
La Daihatsu Sport viene presentata in veste Coupé nello stand Vignale e in versione Spider in quello Daihatsu. Entrambe le vetture sfoggiano un frontale molto caratteristico, dominato da un’ampia griglia con fitte bacchette verticali e fari circolari, da cui diparte una fiancata pulita che, nel caso della Coupè, sfocia in una coda di tipo fastback. Un dettaglio curioso è rappresentato dai gruppi ottici posteriori, presi in prestito dalla Lancia Flavia Cabriolet. Nel 1966 debutta una seconda interpretazione della coupé, caratterizzata da un posteriore ridefinito a tre volumi e spinta dal motore della 1000 GT da 65 CV.
Una scuola per il mondo
Il promettente progetto si interrompe bruscamente nel 1967, quando il marchio viene assorbito dalla Toyota. L'unico esemplare superstite oggi noto di questa serie è stato rinvenuto anni dopo in un garage nel Principato di Monaco; acquistato da un commerciante di Lione, ha lasciato la Francia nel 2004 per tornare in Giappone ed entrare a far parte del patrimonio storico del marchio, dove è stato sottoposto a un restauro completo nel 2006.
Sebbene le premesse facessero sperare in un canale di cooperazione stabile con l'industria del Sol Levante, per la Carrozzeria Vignale l’avventura rimase un caso isolato. Ciononostante, l’esperienza contribuì in modo decisivo ad aprire le porte del mercato giapponese allo stile e al saper fare italiano, a testimonianza di un'epoca in cui il design automobilistico del nostro Paese tracciava la rotta per il mondo intero.