"Si ruppe le gambe per colpa nostra, ma tacque". Domenicali rompe il silenzio su Schumacher e svela il retroscena su Putin

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22 luglio 2026, 15.18
stefano domenicali nuovo team principal ferrari
Dagli esordi come controllore dei pass all'Autodromo di Imola fino ai vertici assoluti del motorsport mondiale, passando per gli anni d'oro in Ferrari. Stefano Domenicali, attuale Presidente e Amministratore Delegato del Formula One Group, si è raccontato a tutto tondo ai microfoni del podcast Il Fienile condotto da Luca Zaia. Un'intervista che ha squarciato il velo su alcuni dei momenti più delicati della recente storia della Formula 1, svelando retroscena inediti su Michael Schumacher e sulle complesse dinamiche geopolitiche che governano il "Circus".

Il patto di sangue con Schumacher: la lealtà oltre l'errore

Il passaggio più intenso dell'intervista riguarda il rapporto con Michael Schumacher, sette volte campione del mondo e icona indiscussa della scuderia di Maranello. Domenicali ha offerto un ritratto intimo del pilota tedesco, delineando la figura di un uomo abituato a flirtare costantemente con il limite, anche fuori dalla pista.
L'ex Team Principal ha ripercorso il drammatico incidente del 1999 a Silverstone, quando Schumacher si fratturò le gambe andandosi a schiantare contro le barriere. Un episodio che, rivela Domenicali, definì la statura umana del campione:
  • «Si ruppe le gambe per un errore della squadra, ma non accusò mai nessuno. Una cosa ovvia, ma che ti dà la dimensione di una persona».
Un'attitudine alla sfida continua che il pilota sfogava anche negli sport estremi: «A Dubai, facendo paracadutismo, aprì una o due volte il paracadute d'emergenza. Sulle due ruote, invece, ebbe un incidente bruttissimo in cui rischiò di rompersi l'osso del collo».
Sulle attuali condizioni di salute del fuoriclasse tedesco, Domenicali mantiene un rigoroso e rispettoso riserbo, allineandosi alla volontà della famiglia: «La situazione è difficile, tutelano la sua privacy. Voglio ricordarmelo com'era: un ragazzo che ha sfidato tante volte il destino. [...] All'inizio aveva un approccio tedesco, molto quadrato, poi ha capito il valore del gruppo: facevamo spogliatoio, il giovedì si giocava a pallone e si organizzavano grigliate in qualunque parte del mondo fossimo».

Il "No" a Putin: la decisione più difficile

Il ruolo di CEO della Formula 1 non comporta solo la gestione sportiva, ma impone scelte geopolitiche di enorme peso. Domenicali ha svelato quello che definisce il "no" più difficile della sua carriera, arrivato in concomitanza con lo scoppio del conflitto russo-ucraino.
Nonostante gli ingenti capitali già mossi dal Cremlino, i vertici della F1 decisero di recidere i legami con Mosca. «Quando scoppiò la guerra, ho chiamato il governo russo dicendo che non potevamo andare a correre, nonostante Putin avesse investito molto per spostare la gara da Sochi a San Pietroburgo», ha spiegato il manager imolese, ribadendo la ferma posizione assunta dall'organizzazione di fronte alla crisi internazionale.

La stoccata alle nuove generazioni e la telefonata di Audi

Il percorso professionale di Domenicali è iniziato dal basso. Da ragazzino, a Imola, il suo compito era controllare i pass dei camion durante i weekend di gara («Un italiano li falsificava e li vendeva, divenne un cruccio per Ecclestone», ricorda sorridendo). Laureato in Economia e assunto in Ferrari nel 1991, è diventato Team Principal nel 2008 dopo una spiazzante telefonata di Jean Todt e Luca Cordero di Montezemolo ricevuta mentre si trovava in vacanza a Dubai.
Un'etica del lavoro ferrea che oggi, dal suo punto di osservazione privilegiato (la F1 riceve circa 300 curriculum a settimana), fa fatica a ritrovare nelle nuove generazioni:
«Oggi trovo che tanti ragazzi facciano subito presente i loro vincoli. Prima di dire "sono felice di poter lavorare qui", ti dicono che vogliono avere tempo libero, il sabato e la domenica. Forse hanno sbagliato posto...»
La chiusura dell'esperienza in Ferrari, avvenuta con le dimissioni nel 2014 dopo 23 anni di militanza, non ha segnato una pausa per il manager. L'uscita di scena da Maranello si tradusse in una nuova e immediata opportunità professionale. «Alle 8 del mattino seguente alle mie dimissioni, un tedesco mi telefonò: era Rupert Stadler, CEO di Audi. Mi disse: "Adesso, finalmente, non puoi dirmi di no"». Fu l'inizio del percorso che lo avrebbe portato alla guida di Lamborghini e, infine, al vertice assoluto della Formula 1.

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