"Poteva vincerne 9": Jean Todt svela i due clamorosi errori che sono costati la storia a Michael Schumacher

Motorsport
13 aprile 2026, 10.47
Jean Todt, Michael Schumacher e Luca Cordero di Montezemolo alle Finali Mondiali Ferrari del 2006
Oggi, quando si pronuncia il nome di Michael Schumacher, il pensiero corre inevitabilmente alla drammatica condizione del Kaiser, protetto dall'assoluto e amorevole riserbo della sua famiglia. Eppure, a riportare l'attenzione sull'immenso pilota che ha riscritto la storia della Formula 1 è arrivato Jean Todt, figura chiave dei successi in Ferrari e suo storico compagno di viaggio, con una riflessione che fa discutere.
Ospite del podcast High Performance, l'ex team principal ha offerto uno spaccato inedito: il leggendario fuoriclasse tedesco avrebbe potuto chiudere la carriera con nove titoli mondiali, anziché sette. A impedirglielo? Due clamorosi "cortocircuiti" mentali. Momenti di inspiegabile perdita di controllo che hanno mostrato il lato più irrazionale di un campione altrimenti perfetto.

Il disastro di Jerez '97

Il primo episodio è una ferita storica per gli appassionati della Rossa. Ultima gara del Mondiale 1997: Schumacher arriva a Jerez con un solo punto di vantaggio su Jacques Villeneuve. Gli basterebbe gestire il margine senza sbavature, ma sotto pressione accade l'impensabile. Quando il canadese si infila all'interno per completare il sorpasso, Schumi sterza deliberatamente contro di lui in un disperato tentativo di speronamento.
L'epilogo? La manovra fallisce rovinosamente. La Ferrari finisce insabbiata nella ghiaia, Villeneuve chiude terzo e si laurea Campione del Mondo. Per Schumacher arriva una punizione durissima e senza precedenti: la squalifica dall'intero campionato.

La "farsa" di Monaco 2006

Quasi dieci anni dopo, il copione della frustrazione agonistica si ripete sulle strette strade del Principato. Durante le qualifiche della Q3, Schumacher ha in tasca la pole position provvisoria. Il suo diretto rivale per il titolo, Fernando Alonso, sta però volando nell'ultimo giro lanciato, pronto a soffiargli il primato. A quel punto, a una velocità irrisoria di circa 16 km/h, il tedesco "parcheggia" la sua Ferrari alla curva della Rascasse, simulando un incidente e paralizzando di fatto la sessione.
La FIA non fa sconti, etichettando la manovra come "patetica" e retrocedendo Schumacher in fondo alla griglia. Alonso trionferà a Montecarlo e, a fine stagione, si cucirà sul petto il Mondiale per soli 13 punti di distacco sul ferrarista, complice la "fumata bianca" a Suzuka che frenò definitivamente le ultime speranze di chiudere in bellezza l'ultima stagione alla corte della rossa del Kaiser. 

Il lato umano (e fallibile) del "Cyborg"

Jean Todt non ha usato mezzi termini: in entrambe le occasioni la responsabilità fu interamente e indiscutibilmente di Schumacher. Quei due scatti di lucida follia sportiva gli sono costati due corone iridate. Tuttavia, rileggendo oggi questi episodi, emerge un ritratto affascinante. Quel pilota che per anni è stato celebrato dai media come una macchina inumana e infallibile, ha dimostrato di non essere immune agli errori. E forse, proprio quelle imperfezioni figlie di un'ambizione divorante, ci restituiscono oggi l'immagine di un campione terribilmente e magnificamente umano.
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