La Dilambda nacque da un progetto
destinato agli Stati Uniti, ma divenne una delle più prestigiose automobili
europee del suo tempo. Imponente, raffinata e tecnicamente complessa, portò sulle
grandi vetture di rappresentanza alcune delle più avanzate soluzioni sviluppate
dalla
Lancia.
Quando nel 1922 la Lancia presentò la
rivoluzionaria Lambda, la propria gamma si articolò attorno a due modelli
profondamente diversi. Alla moderna automobile con scocca portante veniva
affiancata la più tradizionale Trikappa, destinata alla clientela che
cercava potenza, prestigio e carrozzerie di grandi dimensioni. Quest’ultima
conservava sostanzialmente il telaio delle precedenti Kappa e Dikappa, ma
adottava un nuovo motore a otto cilindri derivato da un’ambiziosa unità a dodici cilindri
rimasta allo stadio sperimentale.
Il V8 della Trikappa aveva una
cilindrata di 4.592 cc, un angolo fra le bancate di appena 14° ed
erogava 98 CV a 2.500 giri/minuto. Era dunque un motore molto compatto,
caratteristica fondamentale della tradizione tecnica Lancia: la ridotta
apertura permetteva di contenere l’ingombro
trasversale e di alloggiare l’unità entro cofani relativamente stretti. La Trikappa uscì però
di produzione alcuni anni prima che la Casa torinese potesse proporle una vera
erede. Quando quest’ultima
arrivò, la sua origine fu tutt’altro
che convenzionale.
Un’ammiraglia per gli Stati Uniti
Nel 1926 Lancia cominciò a
sviluppare un nuovo autotelaio di lusso, inizialmente dotato di un motore
derivato da quello della Trikappa ma ridotto a circa tre litri. Proprio in quel
periodo Vincenzo Lancia venne avvicinato da un finanziere americano, indicato
da Lorenzo Morello come Mr. Flocker,
che gli propose di avviare negli Stati Uniti la produzione in serie di una
grande automobile con motore a otto cilindri.
Il progetto sembrava offrire
possibilità considerevoli. Si prevedeva di costruire circa 5.000 vetture all’anno, dotate di finiture particolarmente
ricche e vendute a circa 3.500 dollari. Per comprendere il
posizionamento del modello basta confrontare quella cifra con i 385-570 dollari
richiesti per una Ford Model A. La cilindrata del motore Lancia venne quindi
portata a circa quattro litri, mentre il passo avrebbe dovuto attestarsi intorno
ai 3.200 mm.
Alcuni esemplari furono approntati per
essere esposti a New York alla fine del 1927. Vincenzo Lancia volle però verificare
personalmente la solidità dell’operazione
e, arrivato negli Stati Uniti, riscontrò diversi aspetti poco chiari. Dietro la
proposta sembrava nascondersi più un tentativo di raccogliere capitali di
ventura che la concreta intenzione di creare un’attività industriale. L’operazione
venne interrotta prima che potesse danneggiare seriamente l’azienda.
Il lavoro compiuto non andò tuttavia
perduto. L’automobile
venne ripensata per incontrare i gusti europei e nel 1928 nacque la Dilambda, chiamata a occupare il posto
lasciato libero dalla Trikappa. Il nome suggeriva una relazione con la Lambda,
ma le due vetture avevano ben poco in comune: differenti erano motore,
struttura e destinazione commerciale. A unirle rimaneva soprattutto il principio
della sospensione anteriore a ruote indipendenti.
Un telaio tradizionale soltanto in
apparenza
La Lambda aveva reso celebre la scocca
portante, ma una grande ammiraglia destinata a ricevere carrozzerie differenti
richiedeva un autotelaio separato. La Dilambda tornò quindi apparentemente a
una costruzione convenzionale, introducendo però soluzioni strutturali molto
avanzate.
I longheroni e le traverse erano
composti da elementi in lamiera stampata, saldati in modo da ottenere sezioni
rettangolari chiuse, assai più resistenti alla torsione delle comuni travi
aperte a C. Le traverse centrali convergevano inoltre intorno al tubo
contenente l’albero
di trasmissione, formando una struttura a X. Persino il serbatoio posteriore
contribuiva alla rigidezza: saldato fra i longheroni, funzionava come una
grande traversa strutturale.
Per verificare il risultato, i tecnici
applicavano al telaio una coppia torsionale di 125 kgm, simulando il
superamento di un ostacolo con una sola ruota. La già avanzata Lambda subiva
una deformazione di circa un grado; sulla più pesante Dilambda il valore
scendeva a circa 30 primi, ossia la metà. Una prestazione notevole per
un’automobile
il cui solo autotelaio pesava 1.710 kg, circa 400 in più rispetto a
quello della Lambda.
Il passo misurava inizialmente 3.480
mm; dalla seconda serie venne aggiunta una variante di 3.290 mm.
Lancia predispose inoltre dettagliati disegni tecnici per i carrozzieri,
indicando gli ingombri assunti dalle ruote posteriori durante il rollio, le
collocazioni ammesse per quelle di scorta e lo spazio destinabile a un
eventuale baule.
La sospensione indipendente e la
lubrificazione centralizzata
L’avantreno riprendeva il caratteristico
schema Lancia a ruote indipendenti, con elementi telescopici verticali inseriti
in una robusta struttura a portale. Molle e ammortizzatori idraulici erano
contenuti in camere separate, così da ridurre le perdite d’olio che avevano interessato le prime
applicazioni del sistema.
Un piccolo tubo permetteva di
ripristinare il lubrificante negli ammortizzatori. Altre tubazioni collegavano
un serbatoio collocato sul parafiamma ai cuscinetti dello sterzo, alla
frizione, ai pedali e ai leveraggi dei freni. Questo impianto di lubrificazione
centralizzata, prodotto dalla Bijur, divenne una caratteristica delle
Lancia più prestigiose: prima di utilizzare la vettura, il guidatore doveva
azionare una pompa manuale per distribuire l’olio nei diversi punti soggetti a
usura.
Anche l’impostazione dei comandi guardava al
futuro. Il pedale dell’acceleratore
era finalmente collocato all’estremità
destra, come sarebbe poi diventato universale, mentre le leve del cambio e del
freno si trovavano al centro del pavimento anziché all’esterno della carrozzeria.
Un V8 stretto da quattro litri
Il cuore della Dilambda era il motore
numero 81, un otto cilindri a V stretto di 24° con alesaggio e corsa di
79,37x100 mm. La cilindrata raggiungeva 3.956 cc, il rapporto di
compressione era di 5,2:1 e la potenza massima arrivava a 100 CV a 3.800
giri/minuto.
L’aumento dell’angolo fra le bancate rispetto alla
Trikappa consentì di sistemare i condotti di aspirazione nello spazio centrale.
Questi erano raggruppati in due serie di quattro e attraversavano il basamento
per raggiungere il carburatore Zenith 36 DIB a doppio corpo, collocato
sul lato sinistro. I due collettori di scarico terminavano insolitamente nella
parte anteriore del motore, così da allontanare il calore dal parafiamma e
limitare il riscaldamento dell’abitacolo.
La distribuzione impiegava un solo
asse a camme in testa, bilancieri e corte punterie. Il comando era affidato a
un doppio giro di catene silenziose a triplo rango; lo stesso sistema muoveva
anche la pompa dell’acqua,
mentre il ventilatore veniva azionato senza ricorrere a una cinghia. La
Dilambda adottò inoltre la prima accensione a spinterogeno nella storia
della Lancia, un filtro dell’olio
a lamelle pulibile manualmente e un termostato nel circuito di raffreddamento.
Particolarmente elaborata era la coppa
dell’olio,
il cui fondo a doppia parete formava un’intercapedine attraversata dall’aria esterna. L’olio
scaricato dal motore veniva così raffreddato prima di essere recuperato dalla
pompa.
Trasmissione, prestazioni e sicurezza
Motore, frizione e cambio formavano un
unico gruppo. La frizione monodisco a secco era dotata di parastrappi e poteva
essere rimossa senza separare il cambio dal motore. Quest’ultimo disponeva di quattro marce
più retromarcia e conservava il tradizionale sistema a ingranaggi
scorrevoli. Un’apposita
chiave poteva bloccare la leva del cambio, costituendo uno dei primi
dispositivi antifurto applicati a un’automobile.
Nonostante massa e dimensioni, la
Dilambda raggiungeva una velocità compresa fra 120 e 130 km/h. Il solo autotelaio costava nel 1928 60.000
lire, una cifra che ne definiva chiaramente il carattere esclusivo. Tra il
1928 e il 1938 ne furono costruiti 1.696 esemplari, spesso vestiti da
carrozzieri esterni e in particolare da Giovan Battista “Pinin”
Farina.
La Berlina dello Stellantis Heritage
Hub
La Dilambda conservata nello Stellantis
Heritage Hub rappresenta invece un’interpretazione particolarmente
significativa perché la
sua carrozzeria fu realizzata direttamente dalla Lancia. È una grande Berlina
a tre luci, con vetro divisorio fra il posto di guida e il compartimento
posteriore: un’automobile
pensata come mezzo di rappresentanza e concepita per essere condotta da un
autista.
Il lungo cofano precede un abitacolo
alto e arretrato, mentre il radiatore verticale, i grandi proiettori circolari
e i parafanghi separati compongono un frontale autorevole. Le ruote di scorta
sono montate simmetricamente ai lati del cofano; ampie pedane accompagnano la
fiancata e facilitano l’accesso
all’abitacolo.
Posteriormente, la cassa quasi verticale è interrotta da un piccolo lunotto
rettangolare e completata da un portabagagli esterno. Particolarissimi i fanali
che riprendono la forma dello scudetto Lancia.
Le dimensioni generose e la
costruzione severa non cercano di nascondere la massa della vettura: la
trasformano, piuttosto, in una dichiarazione di solidità e prestigio. Proprio
questa Berlina di fabbrica permette di comprendere la Dilambda prima delle
interpretazioni più audaci dei carrozzieri. Dietro il suo aspetto solenne si
nascondeva infatti una meccanica elaboratissima, nata da un progetto americano
mancato e trasformata da Vincenzo Lancia in una delle automobili europee
tecnicamente più raffinate della propria epoca.