Paul Breuer
nacque il 7 marzo 1946 a Verviers, in Belgio, in una famiglia
appassionata di automobili. La vicinanza con il circuito di Spa-Francorchamps e
la lettura delle avventure di Michel Vaillant alimentarono un interesse
presente fin dall’infanzia, quando disegnava automobili persino sui muri di
casa.
Studiò presso l’Institut
Saint-Luc di Liegi, inizialmente nelle Arti visive, con l’intenzione di proseguire nell’Industrial
Design. Nell’estate del 1966 inviò i propri lavori a diverse
carrozzerie italiane. A rispondere fu la OSI – Officine
Stampaggi Industriali, che gli offrì
uno stage di un
mese. Arrivato a Torino a vent’anni, Breuer convinse rapidamente Sergio Sartorelli,
direttore del Centro Stile, ottenendo l’assunzione nell’ottobre dello stesso anno.
Alla OSI imparò a
seguire l’intero processo di nascita di una vettura: dal figurino
al piano di forma in grandezza naturale, dal modello alla battitura della
lamiera. Dopo la chiusura dell’azienda, nel 1968 passò al Centro Stile Fiat, dove collaborò con
Pio Manzù alla 127 e disegnò la
Fiat 128 Sport, presentata nel 1971.
Nel novembre 1972
entrò nel Centro Stile Ford Europe di Bruino, poi confluito nella Ghia Operations. Qui realizzò numerose
show car, tra cui Manx, Megastar, Lucano, Microsport e GTK. Successivamente
lavorò con Aldo Sessano e divenne responsabile dello stile di Open
Design, collaborando a progetti per Mitsubishi, Saab, SEAT e De Tomaso. Nel
1985 decise di avviare l’attività
indipendente,
estendendola ad automobili, imbarcazioni, treni, caravan, escavatori e cabine
funiviarie.
Un sogno chiamato
Renault 4
La Ma Pomme nacque da un
desiderio molto più antico. Breuer aveva posseduto una Renault 4 da ragazzo e
sognava di trasformarne una in una piccola automobile da tempo libero, aperta e
leggera. Lo affascinava soprattutto la semplicità costruttiva del modello, dotato di carrozzeria
imbullonata su un pianale e quindi facilmente smontabile.
Nel 1982 acquistò
per la moglie, fresca di patente, una Renault 4 del 1972, già passata attraverso diversi proprietari
e pagata appena 100.000 lire. Dopo qualche intervento alla carrozzeria, il
motore si bloccò davanti a casa. L’inconveniente offrì finalmente a Breuer l’occasione attesa:
invece di demolirla, decise di trasformarla nell’automobile
immaginata da ragazzo.
Il progetto iniziò
nel 1985. Della Renault
vennero conservati pianale, meccanica, parafiamma e parte dei parafanghi
interni; tutto il resto fu progressivamente smontato. L’obiettivo non era
imitare una normale Renault 4, ma sfruttarne le barre di torsione regolabili e
la robustezza per creare una due posti adatta alle gite, alla spiaggia e al
fuoristrada leggero.
Un’automobile
costruita in garage
Lo spazio
limitato del garage influenzò direttamente la progettazione. Breuer ideò una struttura
tubolare sulla quale applicare separatamente i diversi elementi della
carrozzeria. In questo modo poteva costruire e rifinire un pannello alla volta,
montandolo soltanto quando necessario.
Dopo il progetto
in scala reale, realizzò le forme in polistirene espanso, ricavandone gli
stampi e successivamente i pannelli definitivi in vetroresina. Soltanto il
cofano, elemento più grande e visivamente delicato, fu affidato a modellisti
esterni. Un artigiano abituato a realizzare strutture tubolari per attrezzature
da parco giochi costruì
invece la gabbia
sulla base dei disegni di Breuer.
La Ma Pomme fu
quindi il risultato di un lavoro quasi familiare. La figlia Catherine seguiva il padre
nel garage e partecipava alla costruzione dei modelli; il padre di Paul,
falegname ed ebanista, realizzò in legno il particolare cruscotto; la moglie
preparò alcuni rivestimenti amovibili bianco-verdi, fissati con il velcro,
mentre il cognato Andrea lo aiutò nelle ultime fasi di montaggio.
Verde, modulare e
funzionale
La carrozzeria
aveva un’impostazione essenziale, a metà strada tra una spiaggina, un pick-up e una piccola
fuoristrada. Le fiancate basse erano interrotte da aperture che fungevano da
gradini, facilitando l’accesso ai due sedili. Dietro trovava posto un ampio
piano di carico, mentre roll-bar e struttura tubolare rimanevano volutamente
visibili.
I pannelli in
vetroresina erano imbullonati dall’interno: potevano quindi essere smontati, riparati o
persino sostituiti con elementi differenti. Breuer studiò infatti ipotetiche
varianti sportive, da spiaggia, da soccorso e da safari. Il colore verde richiamava
esplicitamente la natura e la vocazione ricreativa del veicolo.
Per la fanaleria
vennero scelti componenti già
omologati, tra
cui proiettori Peugeot 205, integrati in apposite mascherature per modificarne
la percezione. Il parabrezza fu prodotto dalla VIS, azienda collegata a
Bertone, mentre capote e relativi archi furono realizzati grazie ai contatti di
Breuer con maestranze della carrozzeria torinese.
L’interno
conservava gli strumenti e il caratteristico cambio della Renault 4, ma con
grafica ridisegnata, strumenti supplementari e una bussola. I sedili originali
ricevettero poggiatesta aggiunti, mentre il cruscotto in legno, verniciato in
modo da sembrare plastica stampata, introduceva un linguaggio pienamente anni
Ottanta.
La vettura fu
terminata appena in tempo per la Fiera campionaria di Rivalta del marzo 1986.
Breuer e il cognato Andrea lavorarono tutta la notte per completare finiture e
collegamenti elettrici.
L’omologazione si
rivelò però troppo complessa: il Ministero dei Trasporti richiedeva l’approvazione di Renault e una certificazione del
costruttore della nuova carrozzeria. OPAC si dichiarò disponibile a fornire
quest’ultima, ma la Casa francese non mostrò interesse. Le
nuove norme di sicurezza e inquinamento avrebbero inoltre imposto ulteriori
prove e modifiche.
Il nome Ma
Pomme, letteralmente “la mia mela”, fu suggerito dalla moglie. Richiamava una canzone
francese dedicata a un uomo dalla vita libera e girovaga: un’identità
perfetta per una
vettura pensata per andare un po’ dappertutto.
L’incontro con
OPAC e Alejandro de Tomaso
Nel 1990 Breuer
conobbe Giuliano Feroldi, uno dei soci della OPAC di Rivalta, azienda
fondata nel 1986 con Pierangelo Sacco e Giorgio Nardini e specializzata nella
costruzione di prototipi, carrozzerie e capote.
In quel periodo
OPAC assemblava per Zagato le carrozzerie della Maserati Biturbo Spyder.
Prevedendone la prossima uscita di produzione, l’azienda propose
ad Alejandro de Tomaso, allora
proprietario della Maserati, una spider più moderna da presentare al Salone di
Torino. De Tomaso accolse l’idea e ricevette personalmente Breuer e i responsabili
OPAC, chiedendo una vettura ispirata alla Maserati Ghibli di Giorgetto
Giugiaro.
La richiesta
presentava una difficoltà
evidente. La
Ghibli possedeva un cofano lungo e proporzioni da autentica gran turismo,
mentre la base della famiglia Biturbo 420/422 era più corta e massiccia.
Per suggerire visivamente una maggiore lunghezza del muso, Breuer arretrò di 10
centimetri parabrezza, plancia e montanti anteriori, inclinando
maggiormente il cristallo.
Una Maserati
costruita attorno ai vincoli
Per contenere l’investimento furono mantenuti pianale, passo e struttura
interna delle portiere, limitandosi a sostituirne la pelle esterna. Anche
diversi componenti provenivano dalla produzione: calandra e alcuni elementi del
frontale derivavano dalla Maserati Shamal, i gruppi ottici posteriori
dall’Audi 80 e gli indicatori anteriori da modelli Ford.
Breuer li integrò o
mascherò parzialmente
attraverso la lamiera, trasformando il vincolo economico in elemento del
disegno.
La carrozzeria
interamente metallica era attraversata da una linea continua che collegava
visivamente frontale, fiancate e coda. Il cofano basso e affilato, la calandra
larga, ispirata anche alle Maserati di Pietro Frua, e il parabrezza
arretrato cercavano di restituire l’eleganza della Ghibli senza nascondere le proporzioni
della Biturbo. De Tomaso richiese inoltre il tradizionale orologio al centro
della plancia.
Dopo schizzi,
proposte in scala 1:10 e piano di forma in grandezza naturale, il modello fu
affidato a Franco Capogna,
già capo modellista
Ghia. Il prototipo marciante venne completato ed esposto al Salone di Torino
nell’aprile 1992.
Un esemplare
unico ritrovato
La vettura
ottenne un’accoglienza positiva e De Tomaso ne valutò la produzione,
ma la sua malattia e il successivo passaggio della Maserati alla Fiat
interruppero il programma. OPAC modificò in seguito l’esemplare senza
coinvolgere Breuer, cambiando fanaleria, colore, cerchi e interni e aggiungendo
un hard-top.
Venduta nei Paesi
Bassi, la Maserati scomparve per anni dalla scena pubblica, prima di tornare in
Italia. Nel 2024 è stata nuovamente presentata al Concorso d’Eleganza Città di Trieste, ottenendo il
riconoscimento Best in Class.
La Ma Pomme (anch’essa
ancora esistente) e la Maserati OPAC nacquero agli estremi opposti del
mestiere: una nel garage di casa, per realizzare un sogno personale; l’altra attraverso l’incontro tra
designer, carrozziere e costruttore. Entrambe mostrano però il medesimo metodo
di Paul Breuer: partire dai vincoli reali, comprenderli a fondo e trasformarli
in forma, funzione e identità.