Anime libere dalla Collezione Bertone. Jaguar XJ-S Ascot: Il giaguaro che non ti aspetti

Storiche
28 agosto 2026, 8.30
Jaguar XJS Ascot Bertone
L’audace concept di Marcello Gandini che nel 1977 sfidò il classicismo britannico unendo la complessa meccanica V12 di Coventry al radicalismo cuneiforme italiano. Live oggi all’interno della Collezione ASI Bertone ospitata presso Stellantis Heritage Hub, forte del suo inesauribile stile provocatorio.
Quando la Jaguar XJ-S Ascot venne svelata al Salone dell’Automobile di Torino del 1977, l’impatto sul pubblico e sulla critica fu polarizzante. Presentata dalla Carrozzeria Bertone, la vettura non era una semplice esercizio di stile, ma una dichiarazione d’intenti firmata da Marcello Gandini, entrato in Bertone nel 1965. In quel periodo storico, la casa di Coventry faticava a far digerire agli appassionati l’eredità della leggendaria E-Type tramite la XJ-S, considerata da molti troppo massiccia e priva di quella grazia felina tipica del marchio. Gandini decise di affrontare il problema alla radice, applicando la sua filosofia stilistica più estrema a una meccanica nobile ma ingombrante, scardinando i canoni estetici tradizionali del marchio inglese.

Risultato di una “trilogia” stilistica

La Ascot rappresenta l’atto conclusivo di una “trilogia geometrica” che Gandini aveva progressivamente perfezionato durante gli anni '70. Questo percorso evolutivo era iniziato con la rivoluzionaria Lamborghini Countach (come prototipo nel 1971), per poi declinarsi nelle forme della Lamborghini Bravo del 1974 e della Ferrari Rainbow del 1976, con la quale la Ascot condivide diversi elementi, come l’impostazione del cofano anteriore e della fanaleria attraverso un con gioco plastico positivo/negativo. Con la Ascot, la fisionomia cuneiforme raggiunge la sua massima maturità formale. Il design si distingue per linee rette, bordi affilati e scanalature profonde che tagliano i volumi, contrapposte a leggere linee pressate sulle superfici metalliche. Il risultato estetico è un mix fortemente aggressivo e sbarazzino, che rompeva totalmente con le forme curvilinee e morbide tradizionalmente associate alle vetture britanniche, annullando qualsiasi riferimento all’eredità formale del marchio.

Modifiche al telaio e ottimizzazione dei volumi

3.Jaguar XJS Ascot Bertone
Sotto una carrozzeria che sembrava provenire dal futuro, l’auto manteneva l’architettura fondamentale della Jaguar XJ-S di prima generazione, caratterizzata da una struttura monoscocca in acciaio. Tuttavia, l’intervento di Bertone sul pianale originale richiese modifiche geometriche radicali per assecondare la visione di Gandini. Sebbene il passo originario di 2591 mm fosse stato preservato per non alterare la ciclistica, gli sbalzi anteriore e posteriore vennero drasticamente accorciati. La pesante carrozzeria di serie fu interamente rimossa e sostituita da pannelli battuti a mano in alluminio, una scelta che permise di progettare una vettura complessivamente più corta e più leggera di oltre 150 kg rispetto alla XJ-S stradale, ottimizzando la distribuzione delle masse.
Il fulcro tecnico della Ascot era il maestoso motore Jaguar V12 da 5.343 cc con monoblocco e teste in lega leggera, un propulsore superquadro alimentato dall’innovativo sistema di iniezione elettronica Lucas-Bosch D-Jetronic. Questa unità era capace di erogare 285 CV a 5800 giri/min, con una coppia massima di ben 40,7 kgm espressa a 3500 giri/min. Per poter ospitare questo imponente propulsore a 60° sotto un profilo del cofano così spiovente e cuneiforme, i tecnici italiani dovettero riposizionare i radiatori del sistema di raffreddamento e modificare parzialmente l’orientamento dei condotti di aspirazione dell’aria, risolvendo un complesso enigma di packaging automobilistico.

Praticità in veste sportiva

La potenza del V12 veniva scaricata sull’asse posteriore attraverso un cambio automatico a 3 rapporti, mantenendo la vocazione da grande turismo della vettura donatrice. Il sofisticato schema meccanico Jaguar rimase invariato, sfruttando le sospensioni anteriori a quadrilateri trasversali e un raffinato asse posteriore a ruote indipendenti con doppio gruppo molla-ammortizzatore per lato e freni a disco entrobordo montati all’uscita del differenziale. L’unica concessione visibile sulla ciclistica fu l’adozione di cerchi in lega dal disegno specifico Bertone. Questa raffinatezza tecnica si sposava con una funzionalità inedita: Gandini concepì l’auto come una fastback a tre porte, dotandola di un portellone posteriore che garantiva un accesso ottimale al vano bagagli, rendendo l'abitacolo complessivamente più spazioso e pratico della coupé di serie. Il risultato, se la si osserva con attenzione, è un mix tra un coupé e la classica shooting brake inglese.
Jaguar XJS Ascot Bertone

L’eredità stilistica

Sebbene sia rimasta allo stadio di esemplare unico e considerata all’epoca molto controversa, la Jaguar Ascot ha esercitato un’influenza sulla produzione industriale. Molti degli elementi indagati da Gandini su questo prototipo, come il retro pianeggiante tipico del fastback, il profilo teso e la caratteristica forma dei passaruota parzialmente squadrati, divennero la base per progetti successivi. Ritroviamo infatti il codice genetico della Ascot prima nei prototipi della Reliant FW11 e Scimitar 77, e successivamente nelle linee geometriche della Citroën BX, una delle berline europee di maggior successo degli anni '80, consacrando la Ascot come fondamentale anello di congiunzione tra l’artigianato d’avanguardia e la produzione di massa.
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