L’audace concept di Marcello Gandini
che nel 1977 sfidò il classicismo britannico unendo la complessa meccanica V12
di Coventry al radicalismo cuneiforme italiano. Live oggi all’interno della
Collezione ASI Bertone ospitata presso Stellantis Heritage Hub, forte del suo
inesauribile stile provocatorio.
Quando la
Jaguar XJ-S Ascot venne svelata al
Salone dell’Automobile
di Torino del 1977, l’impatto
sul pubblico e sulla critica fu polarizzante. Presentata dalla
Carrozzeria
Bertone, la vettura non era una semplice esercizio di stile, ma una
dichiarazione d’intenti firmata da
Marcello Gandini, entrato in Bertone
nel 1965. In quel periodo storico, la casa di Coventry faticava a far digerire
agli appassionati l’eredità
della leggendaria E-Type tramite la XJ-S, considerata da molti troppo massiccia
e priva di quella grazia felina tipica del marchio. Gandini decise di
affrontare il problema alla radice, applicando la sua
filosofia stilistica
più estrema a una meccanica nobile ma ingombrante,
scardinando i canoni
estetici tradizionali del marchio inglese.
Risultato di una “trilogia” stilistica
La Ascot rappresenta l’atto conclusivo
di una “trilogia geometrica” che Gandini aveva progressivamente perfezionato
durante gli anni '70. Questo percorso evolutivo era iniziato con la
rivoluzionaria Lamborghini Countach (come prototipo nel 1971), per poi
declinarsi nelle forme della Lamborghini Bravo del 1974 e della Ferrari
Rainbow del 1976, con la quale la Ascot condivide diversi elementi, come l’impostazione
del cofano anteriore e della fanaleria attraverso un con gioco plastico
positivo/negativo. Con la Ascot, la fisionomia cuneiforme raggiunge la sua massima maturità formale. Il design si
distingue per linee rette, bordi affilati e scanalature profonde che
tagliano i volumi, contrapposte a leggere linee pressate sulle superfici
metalliche. Il risultato estetico è un mix fortemente aggressivo
e sbarazzino,
che rompeva totalmente con le forme curvilinee e morbide tradizionalmente
associate alle vetture britanniche, annullando qualsiasi riferimento all’eredità
formale del marchio.
Modifiche al telaio e ottimizzazione
dei volumi
Sotto una carrozzeria che sembrava
provenire dal futuro, l’auto manteneva l’architettura fondamentale della Jaguar
XJ-S di prima generazione, caratterizzata da una struttura monoscocca in
acciaio. Tuttavia, l’intervento di Bertone sul pianale originale
richiese modifiche geometriche radicali per assecondare la visione di Gandini.
Sebbene il passo originario di 2591 mm fosse stato preservato per non alterare
la ciclistica, gli sbalzi anteriore e posteriore vennero drasticamente
accorciati. La pesante carrozzeria di serie fu interamente rimossa e
sostituita da pannelli battuti a mano in alluminio, una scelta che
permise di progettare una vettura complessivamente più corta e più leggera
di oltre 150 kg rispetto alla XJ-S stradale, ottimizzando la distribuzione
delle masse.
Il fulcro tecnico della Ascot era il
maestoso motore Jaguar V12 da 5.343 cc con monoblocco e teste in lega
leggera, un propulsore superquadro alimentato dall’innovativo sistema di iniezione
elettronica Lucas-Bosch D-Jetronic. Questa unità era capace di erogare 285
CV a 5800 giri/min, con una coppia massima di ben 40,7 kgm espressa a 3500
giri/min. Per poter ospitare questo imponente propulsore a 60° sotto un profilo
del cofano così spiovente e cuneiforme, i tecnici italiani dovettero riposizionare
i radiatori del sistema di raffreddamento e modificare parzialmente l’orientamento
dei condotti di aspirazione dell’aria, risolvendo un complesso enigma di
packaging automobilistico.
Praticità in veste sportiva
La potenza del V12 veniva scaricata
sull’asse posteriore attraverso un cambio automatico a 3 rapporti,
mantenendo la vocazione da grande turismo della vettura donatrice. Il
sofisticato schema meccanico Jaguar rimase invariato, sfruttando le sospensioni
anteriori a quadrilateri trasversali e un raffinato asse posteriore a ruote
indipendenti con doppio gruppo molla-ammortizzatore per lato e freni a
disco entrobordo montati all’uscita del differenziale. L’unica concessione
visibile sulla ciclistica fu l’adozione di cerchi in lega dal disegno
specifico Bertone. Questa raffinatezza tecnica si sposava con una
funzionalità inedita: Gandini concepì l’auto come una fastback a tre
porte, dotandola di
un portellone posteriore che garantiva un accesso ottimale al vano
bagagli, rendendo l'abitacolo complessivamente più spazioso e pratico
della coupé di
serie. Il risultato, se la si osserva con attenzione, è un mix tra un coupé e
la classica shooting brake inglese.
L’eredità stilistica
Sebbene sia rimasta allo stadio di esemplare
unico e considerata all’epoca molto controversa, la Jaguar Ascot ha
esercitato un’influenza sulla produzione industriale. Molti degli elementi
indagati da Gandini su questo prototipo, come il retro pianeggiante tipico
del fastback, il profilo teso e la caratteristica forma dei passaruota
parzialmente squadrati, divennero la base per progetti successivi.
Ritroviamo infatti il codice genetico della Ascot prima nei prototipi della Reliant
FW11 e Scimitar 77, e successivamente nelle linee geometriche della Citroën BX, una delle berline europee di maggior successo degli anni
'80, consacrando la Ascot come fondamentale anello di congiunzione tra l’artigianato
d’avanguardia e la produzione di massa.