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Wynn, il diavolo veste carbonio: Eccentrica riaccende il sogno Diablo

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ECCENTRICA_CONCOURS andrea colombo
Carrozzeria a vista, cambio manuale a sei marce e il carattere del V12 da conservare: a Las Vegas Andrea Colombo, Executive Director della Casa Sanmarinese, racconta come si porta nel presente un’icona degli anni Novanta. Anche quando migliorare significa sapere dove fermarsi.
Sul green del Wynn, la luce lascia leggere la carrozzeria. Sulla Eccentrica Carbon la trama affiora, cambia riflesso, accompagna le superfici da un pannello all’altro. La Diablo si riconosce subito. Per molti è ancora quella appesa alla parete della cameretta, bassa e larga abbastanza da occupare anche i sogni. Solo che adesso siamo a Las Vegas, la macchina è davanti a noi e viene voglia di capire come sarebbe guidarla oggi.
Andrea Colombo comincia a raccontarla e il carbonio diventa una questione di allineamenti, orientamento delle fibre, assemblaggi che non possono nascondersi sotto il colore. Questa configurazione del pacchetto Titano mette a nudo il lavoro. Ma la parte più interessante della conversazione arriva quando dalle superfici passiamo al posto di guida: quanto si può correggere una Diablo prima di toglierle qualcosa?
La risposta sta in scelte concrete. Una frizione più morbida, maggiore precisione nelle risposte, interventi su telaio, assetto e freni. Un cambio manuale a sei marce sviluppato conservando l’involucro originale. Poi ci sono le particolarità da custodire, come la posizione di guida disassata: si cerca il comfort, ma quando ci si siede si deve ancora riconoscere una supercar degli anni Novanta. È su questo equilibrio che interroghiamo il manager. Perché la prova del progetto arriva quando il proprietario gira la chiave e decide di usarlo.
Che cosa distingue la Carbon portata al Wynn dalle Eccentrica viste finora?
È un’interpretazione del pacchetto Titano con la carrozzeria interamente in carbonio a vista. Il materiale diventa parte del disegno: si possono osservare lavorazioni che sulle altre vetture sono in parte coperte dalla vernice. Realizzarla richiede un’attenzione enorme. Contano la trama, l’orientamento delle fibre e la continuità visiva tra i pannelli. Ogni imperfezione rimane esposta, dalla costruzione del singolo elemento alla finitura e all’assemblaggio. Il fascino è anche questo: quando cambia la luce, le superfici rivelano la complessità del lavoro.
La Diablo è stata il sogno di un’intera generazione. Dove avete deciso di intervenire e che cosa, invece, doveva rimanere intatto?
Il punto fermo era l’identità: le proporzioni, la presenza su strada, la forza delle linee. Deve essere immediatamente riconoscibile come una Diablo. Abbiamo studiato le diverse evoluzioni del modello per valorizzare i concetti che Lamborghini aveva sviluppato nel tempo. Sul piano tecnico volevamo esaltare il suono del V12 e la sua spinta, dando al guidatore maggiore precisione e controllo. Per questo siamo intervenuti sull’assetto, sulla rigidezza del telaio, sui freni e sul cambio manuale a sei marce. L’obiettivo è permettere di apprezzare più a fondo la macchina, conservandone il carattere.
Un proprietario della Diablo originale sale sulla vostra vettura. Che cosa nota nei primi chilometri?
Prima di tutto, una maggiore confidenza. Le risposte sono più precise e ci si può avvicinare al potenziale della macchina con più progressività. In pista emerge chiaramente: si riesce a sfruttarla con una fiducia che sulla Diablo originale richiede molto più impegno. Ma la differenza si avverte anche andando piano. Abbiamo lavorato sulla gestibilità nelle marce basse e sulla frizione, che è più morbida. Quello che si ritrova subito è il V12 alle spalle: il suono, la spinta, il coinvolgimento fisico della guida.
C’è stato un momento in cui migliorare la vettura rischiava di cambiarne troppo la personalità?
Sulla posizione di guida abbiamo lavorato a lungo, provando diverse soluzioni. Volevamo renderla più confortevole, perché è un aspetto che incide moltissimo sul rapporto uomo-macchina, soprattutto nei viaggi. La Diablo, però, ha una posizione disassata molto particolare, che contribuisce alla sua personalità. Abbiamo migliorato ciò che potevamo mantenendo quell’impostazione. Sedendosi al volante si deve continuare a sentire di essere su una supercar degli anni Novanta, con le sue particolarità e un rapporto diretto con la meccanica.
Quale soluzione racconta meglio il lavoro che il cliente non vede?
Il cambio manuale a sei marce. Volevamo conservare l’involucro originale della scatola del cambio e questo ci ha imposto vincoli precisi. Per inserire la retromarcia abbiamo dovuto sviluppare un meccanismo di elettroattuazione dedicato. Per chi guida deve essere un gesto semplice. Dietro ci sono progettazione, prove e un lungo lavoro di messa a punto. È un buon esempio delle difficoltà che si incontrano introducendo nuove soluzioni in un’architettura nata oltre trent’anni fa.
Qui negli Stati Uniti le persone si avvicinano per il ricordo della Diablo o perché conoscono già Eccentrica?
Il ricordo è spesso il primo richiamo. Molti vengono a vedere la macchina che sognavano da ragazzi, poi scoprono Eccentrica e cominciano a capire il lavoro che abbiamo fatto. Più di un singolo incontro, mi colpisce un atteggiamento diffuso. Qui Negli la cultura del restomod è molto sviluppata: per certi versi è la sua patria commerciale naturale. C’è apertura verso la personalizzazione e soprattutto una grande voglia di guidare. Ci chiedono come si comporta la vettura, dove possono usarla, quali esperienze possono viverci. È un confronto che ricorda quanto il valore di un’auto così rara dipenda anche dal tempo trascorso al volante.
A che punto siete con la produzione? E come seguirete chi vuole usare la propria Eccentrica lontano dalla vostra sede?
Abbiamo già prodotto sei esemplari: cinque Coupé e una Roadster. Da marzo il programma prevede consegne continuative, al ritmo di una vettura al mese. I clienti sono distribuiti tra Europa, Stati Uniti, Giappone, Canada e Australia. Stiamo quindi lavorando con una rete internazionale di concessionari: saranno il primo riferimento per assistenza, manutenzione e supporto commerciale, in coordinamento con San Marino. La qualità del progetto si misura anche dopo la consegna, mettendo il proprietario nelle condizioni di usare la macchina.
Che cosa rispondete agli appassionati che considerano la Diablo un’auto da non toccare?
Le obiezioni più frequenti riguardano proprio la scelta di trasformare un’icona e il valore creativo di un progetto che parte da un disegno esistente. Sono osservazioni comprensibili, soprattutto da parte di chi ama profondamente la Diablo.
Anche noi partiamo da quella passione, da una vera ossessione per questa macchina e dal desiderio di reinterpretare il sogno con cui siamo cresciuti. È una responsabilità che impone rispetto per l’originale e orienta ogni scelta. La riconoscibilità è voluta. La sfida consiste nel dare una lettura personale e coerente a un’automobile che possiede già un’identità fortissima. Abbiamo risposto soprattutto spiegando il lavoro e le ragioni delle nostre decisioni. Non pretendiamo che tutti le condividano, ma vorremmo che riconoscessero la cura e la conoscenza della Diablo che ci sono dietro.
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