A luglio del 2008 le quotazioni del greggio toccavano il
loro massimo storico con il barile di Brent scambiato a 147,5 dollari, mentre
in Italia il prezzo medio della benzina si attestava attorno a 1,52 euro al
litro e quello del gasolio a 1,36 euro. Oggi, con il petrolio scambiato in area
100 dollari al barile, i listini alla pompa registrano invece valori record:
oltre 2,33 euro al litro per il diesel e 2,15 euro per la verde. Un'apparente
anomalia economica analizzata dai colleghi del Corriere della Sera, che
hanno messo in luce i meccanismi finanziari, industriali e geopolitici alla
base di questa profonda discrepanza.
Il fattore cambio: la svalutazione dell'euro sul dollaro
Come evidenziato dall'analisi dei colleghi, un ruolo
primario è svolto dal rapporto di cambio tra la moneta unica europea e la
divisa statunitense. Il petrolio viene infatti negoziato a livello
internazionale in dollari, ma acquistato nei Paesi dell'Eurozona in euro.
Nel 2008 la moneta unica raggiunse il massimo storico nei
confronti del dollaro, toccando un rapporto di circa 1,60, mentre oggi il
cambio oscilla attorno a 1,14. Questa svalutazione rende l'acquisto della
materia prima e dei prodotti raffinati significativamente più oneroso: a parità
di quotazione in dollari del greggio, la debolezza attuale dell'euro si traduce
in un aggravio del prezzo finale stimato attorno al 25%.
La crisi della raffinazione e i colli di bottiglia geopolitici
Un secondo elemento cruciale riguarda la netta separazione
tra il mercato del greggio e quello dei prodotti finiti. Se le fonti di
approvvigionamento di petrolio grezzo risultano diversificate, la rete di
raffinazione globale soffre di una forte contrazione dell'offerta rispetto alla
domanda.
Secondo la ricostruzione della testata di via Solferino,
diverse concause hanno generato questo squilibrio:
- Chiusura
degli impianti europei: negli ultimi quindici anni l'Europa ha
dismesso oltre 30 raffinerie, riducendo la propria capacità produttiva di
circa il 20% e aumentando la dipendenza dalle importazioni da Russia,
Paesi del Golfo e India.
- Tensioni
geopolitiche: i recenti conflitti internazionali e le restrizioni al
transito in snodi strategici come lo Stretto di Hormuz hanno tagliato i
flussi di carburanti finiti.
- Deficit
di offerta globale: il deficit sul mercato dei raffinati è stimato in
circa 4-5 milioni di barili al giorno, un volume pari ai consumi cumulati
di Italia, Francia e mezza Germania.
Questa rigidità strutturale spiega perché i rialzi dei
carburanti lavorati siano stati decisamente più marcati rispetto all'incremento
della materia prima. Un'eventuale cessazione delle ostilità belliche avrebbe
peraltro effetti immediati sulle quotazioni del greggio, ma richiederà tempi
più lunghi per ripristinare la piena operatività della catena logistica e di
raffinazione.
Prezzi nominali contro prezzi reali: il peso dell'inflazione
L'inchiesta esamina infine il valore reale dei listini,
depurato dall'inflazione e attualizzato al potere d'acquisto contemporaneo
basato sui coefficienti Istat.
I 147 dollari al barile del 2008 corrisponderebbero oggi, in
termini reali, a quasi 200 dollari. Calcolando il valore attualizzato dei
carburanti:
- Benzina:
il prezzo reale odierno (circa 2,00 euro al litro) risulta sostanzialmente
in linea con il valore del 2008 (1,99 euro al litro).
- Gasolio:
mostra un incremento reale contenuto a circa 13 centesimi, passando da
1,97 euro a 2,10 euro al litro.
L'apparente paradosso dei prezzi record al distributore non
è quindi legato a un ingiustificato rincaro del greggio, bensì al deprezzamento
della divisa europea, al collo di bottiglia della raffinazione mondiale e al
fisiologico adeguamento dei valori all'inflazione accumulata nel corso
dell'ultimo ventennio.