La protesta degli autotrasportatori contro il caro gasolio
mette in difficoltà la produzione italiana del gruppo. Stop ad Atessa e Melfi,
mentre altri stabilimenti devono già fare i conti con fermi e cassa
integrazione.
La protesta dei camionisti contro il caro carburanti sta
presentando il conto anche all'industria automobilistica.
Stellantis si
trova a fare i conti con le conseguenze dei blocchi e dei rallentamenti nei
trasporti, che stanno impedendo a diversi componenti di raggiungere
regolarmente gli stabilimenti italiani.
Il risultato è un problema tutt'altro che secondario: senza
i pezzi necessari all'assemblaggio, le linee produttive non possono continuare
a lavorare. Una situazione che interessa soprattutto Atessa e Melfi, ma
che si inserisce in un quadro già complicato per l'industria automobilistica
italiana, tra sospensioni della produzione e ricorso alla cassa integrazione.
Atessa, bastano pochi componenti per fermare i furgoni
Lo stabilimento di Atessa, in provincia di Chieti, è uno dei
principali centri europei per la produzione di veicoli commerciali leggeri. Qui
prendono forma modelli come FIAT Ducato, Peugeot Boxer, Citroën Jumper e Opel
Movano, oltre ai veicoli destinati a Toyota.
I rallentamenti nella rete dei trasporti hanno però
ostacolato l'arrivo di diversi materiali indispensabili per l'assemblaggio. Specchietti,
centraline, lunotti e componenti per l'insonorizzazione del vano motore
sono tra gli elementi che possono mancare all'appello.
Nelle moderne fabbriche automobilistiche, infatti, non è
necessario rimanere senza motori o cambi per fermare una linea: anche un
componente apparentemente secondario può impedire di completare una vettura.
Per alcune interruzioni è previsto il recupero della
produzione, mentre in altri casi si è fatto ricorso alla cassa integrazione. Le
conseguenze non riguardano soltanto chi lavora direttamente nello stabilimento,
ma anche l'intera rete dei fornitori che ruota attorno al polo abruzzese.
Melfi si ferma: tre giornate senza produzione
Le difficoltà nelle consegne hanno colpito anche lo
stabilimento Stellantis di San Nicola di Melfi, in Basilicata. L'azienda ha
programmato lo stop produttivo per il 22, 23 e 26 ottobre, proprio a
causa della carenza di componenti.
A complicare la situazione ci hanno pensato i blocchi e i
rallentamenti su alcune delle principali strade della zona, tra cui la
Bradanica e l'Ofantina. Collegamenti più difficili significano consegne meno
regolari e maggiori problemi nel garantire alle linee tutto ciò di cui hanno
bisogno.
Il fermo si aggiunge alle preoccupazioni già presenti tra i
lavoratori sul futuro del sito e sui volumi produttivi dei prossimi mesi. I
sindacati chiedono maggiore chiarezza sulla programmazione industriale e sulle
prospettive occupazionali, con l'obiettivo di evitare che le interruzioni si
traducano in nuovi periodi di inattività.
Caro gasolio, la protesta mette in difficoltà tutta la filiera
Alla base della mobilitazione c'è soprattutto il costo del
gasolio, che pesa in modo significativo sui bilanci delle imprese di
autotrasporto. Le proteste hanno interessato diverse aree del Mezzogiorno, tra
cui Campania, Calabria, Puglia e Sicilia, con ripercussioni anche sulla
distribuzione dei carburanti, sui rifornimenti alimentari e su altri servizi.
Il 22 ottobre il Consiglio dei ministri ha approvato un
pacchetto di misure che comprende 106 milioni di euro aggiuntivi per
l'autotrasporto, da sommare ai 434 milioni già stanziati, oltre a risorse
per agricoltura e pesca. Dopo l'intervento del governo, alcune organizzazioni
hanno iniziato a sospendere la mobilitazione, anche se la situazione non è
tornata immediatamente alla normalità ovunque.
Quando la logistica si ferma, anche l'auto smette di nascere
Il caso Stellantis dimostra quanto la produzione
automobilistica dipenda dalla puntualità delle consegne. Le fabbriche lavorano
con flussi di componenti programmati con precisione e, quando un pezzo non
arriva, le scorte disponibili possono esaurirsi in poco tempo.
Una protesta nata per il caro carburanti si è così
trasformata in un problema anche per le fabbriche automobilistiche, con
conseguenze per lavoratori, fornitori e programmi di produzione. Per tornare
alla normalità non basterà riavviare le linee: sarà necessario ripristinare
anche una catena di approvvigionamento capace di garantire consegne regolari.