
All’interno
della Collezione ASI-Bertone, oggi conservata nello Stellantis Heritage
Hub di Torino, la NSU Trapeze del 1973 occupa un posto particolare.
Marcello Gandini trasformò la compattezza del motore rotativo Wankel nell’occasione
per ripensare completamente una sportiva a quattro posti, distribuendo gli
occupanti intorno al propulsore secondo una geometria trapezoidale.
NSU e la scommessa del motore rotativo
All’inizio
degli anni Cinquanta la NSU cominciò a collaborare con Felix Wankel allo
sviluppo di un motore radicalmente differente da quelli tradizionali. Al posto
dei pistoni alternativi, l’unità impiegava un rotore che compiva le diverse fasi del ciclo
all’interno
di una camera epitrocoidale. Ne derivavano pochi componenti, dimensioni
compatte, peso contenuto e un funzionamento particolarmente regolare.
La tecnologia raggiunse la produzione
con la Wankel Spider,
presentata nel 1963: fu la prima automobile di serie al mondo azionata da un
motore rotativo. La dimostrazione più ambiziosa arrivò però nel settembre 1967
con la NSU Ro 80. Il suo birotore da 2x497,5 cc sviluppava 115
CV a 5500 giri/minuto e azionava le ruote anteriori attraverso una
trasmissione semiautomatica a tre rapporti, con convertitore di coppia e
frizione automatizzata. Lunga 4780 mm e capace di 180 km/h, la berlina abbinava
la nuova meccanica a una carrozzeria aerodinamica con coefficiente di
resistenza pari a 0,35. Fu la prima automobile tedesca a ricevere il titolo di
Auto dell’Anno.
L’ambizione si scontrò con consumi
elevati, problemi di affidabilità delle prime unità e pesanti costi di
garanzia. Nel 1969 NSU venne unita ad Auto Union nella Audi NSU Auto Union
AG, controllata da Volkswagen. La Ro 80 rimase in produzione fino al 1977,
raggiungendo 37.398 esemplari, senza ottenere il successo commerciale sperato.
La compattezza del Wankel offriva tuttavia possibilità progettuali ancora
inesplorate.

Nuccio Bertone vede una sportiva
Nuccio Bertone comprese che quel
propulsore poteva esprimersi efficacemente in una vettura sportiva e affidò a Marcello
Gandini, responsabile dello stile della carrozzeria torinese, lo sviluppo
di una coupé sperimentale.
Il gruppo motore-trasmissione della Ro 80 venne trasferito dalla posizione
anteriore a quella centrale-posteriore, davanti all’asse posteriore, trasformando la
trazione da anteriore a posteriore.
La nuova architettura poneva un
problema: come ricavare quattro posti reali senza allungare eccessivamente una
sportiva a motore centrale? In una normale 2+2 i sedili posteriori sarebbero
finiti davanti al propulsore, imponendo un passo molto lungo e lasciando poco
spazio per le gambe.
I posti anteriori vennero invece
avvicinati e spostati verso l’asse
longitudinale, mentre quelli posteriori furono allontanati e collocati ai lati
del Wankel. Le gambe dei passeggeri posteriori potevano così distendersi
accanto ai sedili anteriori. Osservati dall’alto, i quattro posti formavano una
figura più stretta davanti e più larga dietro: un trapezio, dal quale
derivò il nome Trapeze.
Il precedente di Jean Celle
Questa disposizione è stata a lungo
raccontata come un’intuizione
nata interamente durante lo sviluppo della vettura. La documentazione
presentata nel 2024 al salone Époqu’Auto
di Lione ha però fatto emergere un importante precedente.
Nel marzo 1967 il francese Jean Celle aveva depositato un brevetto relativo
a una struttura automobilistica con posti anteriori ravvicinati al centro e
posteriori disposti ai lati di un motore centrale. Lo schema offriva una
migliore visuale verso la strada e lasciava un’ampia zona libera fra gli occupanti
anteriori e le porte, utile anche negli urti laterali.
Celle inviò il progetto a Nuccio
Bertone, ricevendone una risposta nella quale si spiegava che una simile
struttura superava le possibilità operative della carrozzeria. Sei anni dopo la
Trapeze ne applicò il principio fondamentale, impiegando però normali sedili
separati anziché una
scocca conformata per costituire direttamente le sedute. Il disegno e lo
sviluppo del prototipo rimangono opera di Gandini e del centro stile Bertone;
la disposizione degli occupanti deve tuttavia essere letta riconoscendo anche
il precedente di Celle.
Un trapezio dentro il cuneo
Presentata al Salone di Parigi nell’ottobre
1973, la Trapeze era lunga 4080 mm,
larga 1830, alta appena 1100 e possedeva un passo di 2430 mm. La scheda della
Collezione Bertone indica un peso di 1200 kg e una velocità massima di 180
km/h.
Il frontale formava una punta larga e
sottile, attraversata da un pannello che nascondeva sei proiettori
rettangolari. All’accensione
la copertura si abbassava, liberando i fari senza sollevare elementi dalla
superficie del cofano. L’apertura
orizzontale ribadiva così la larghezza dell’automobile e preservava la continuità del
cuneo.
Una robusta fascia in materiale
plastico scuro percorreva l’intero
perimetro, proteggendo frontale, fianchi e coda come una cintura continua.
Rispondeva alla crescente attenzione per i piccoli urti e la sicurezza, ma
costituiva anche il principale segno grafico della fiancata. Sotto quella linea
la carrozzeria si restringeva verso il pianale; sopra, le superfici vetrate
componevano un padiglione leggero e avvolgente.
Il parabrezza profondamente curvo
richiamava la Lancia Stratos, mentre il profilo appuntito e il disegno a
V del cofano ricordavano l’Autobianchi
Runabout. Gandini non si limitò però a trasferire elementi precedenti: li adattò
a un’automobile
più lunga e abitabile, nella quale l’architettura
interna determinava anche l’andamento
dei vetri e la forma esterna.

Quattro persone intorno al motore
I due occupanti anteriori sedevano
quasi spalla contro spalla e lontani dalle porte; quelli posteriori erano
collocati più esternamente e potevano guardare la strada senza avere davanti
gli schienali della prima fila. La configurazione riduceva la sovrapposizione
longitudinale fra i passeggeri e consentiva quattro posti effettivi entro un
passo appena superiore a quello di una piccola sportiva.
Il Wankel occupava lo spazio centrale
fra i sedili posteriori. Le sue ridotte dimensioni rendevano possibile una
soluzione difficilmente realizzabile con un tradizionale motore a pistoni di
pari potenza. La meccanica non era semplicemente nascosta sotto la carrozzeria:
determinava la posizione delle persone, le proporzioni dell’abitacolo
e la forma dell’intera
automobile.
Un futuro rimasto prototipo
La Trapeze ottenne grande attenzione a
Parigi, ma il momento era sfavorevole. La crisi petrolifera del 1973 rendeva
difficilmente proponibile una sportiva equipaggiata con un motore criticato per
i consumi. NSU era inoltre confluita da quattro anni in Audi NSU e non
possedeva più l’autonomia
necessaria per avviare un modello destinato a un mercato incerto.
Il progetto rimase quindi un esemplare
unico. Il suo significato non risiede nell’aver anticipato una precisa automobile
di serie, ma nell’aver
dimostrato come una sportiva potesse essere progettata partendo dalle persone e
dagli ingombri reali della meccanica, senza accettare la tradizionale
disposizione 2+2.
Conservata nella Collezione
ASI-Bertone, acquisita e posta sotto tutela dall’ASI nel 2015 e oggi esposta nello
Stellantis Heritage Hub, la Trapeze testimonia la libertà con cui Bertone
affrontava il prototipo: non come semplice esercizio formale, ma come occasione
per mettere in discussione l’organizzazione
stessa dell’automobile.
Nel suo cuneo azzurro, quattro persone e un motore Wankel trovarono posto
seguendo una geometria tanto semplice quanto radicale.














