Federauto difende le ibride plug-in e chiede all'UE lo stop alla revisione del fattore d'uso

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Si riaccende violentemente il confronto politico e industriale sul futuro delle motorizzazioni ibride ricaricabili in Europa. Al centro della bufera c'è la recente analisi diffusa dall'ong Transport & Environment (T&E), secondo cui le automobili ibride plug-in (PHEV) produrrebbero su strada emissioni di CO₂ in media sei volte superiori rispetto ai dati dichiarati nei cicli di omologazione ufficiale. Una presa di posizione bocciata senza mezzi termini da Federauto, la Federazione Italiana dei concessionari di autoveicoli, che ha bollato l'iniziativa come "strumentale a una visione mono-tecnologica, tutta orientata a promuovere la sola alimentazione full-electric".
L'associazione dei dealer ribadisce con forza il principio della neutralità tecnologica: per centrare gli obiettivi di abbattimento dei gas climalteranti è necessario valorizzare tutte le soluzioni a basse emissioni compatibili con le concrete dinamiche di mercato e con le capacità di spesa dei cittadini.

L'appello ai legislatori UE: congelare i fattori d'uso e sdoganare biocarburanti ed e-fuel

Per sventare un'ulteriore penalizzazione fiscale e normativa della categoria, Federauto rivolge un appello chiaro e diretto alle istituzioni di Bruxelles:
  • Stop alla stretta di novembre: richiesta di congelare ai valori 2025-2026 il "fattore di utilità" (Utility Factor) delle vetture ibride plug-in, bloccando l'entrata in vigore della seconda fase di revisione restrittiva programmata per novembre 2026;
  • Superare i parametri unici continentali: come sottolineato dal presidente di Federauto, Massimo Artusi, il divario tra i consumi registrati nell'uso reale e quelli di laboratorio non è un vizio congenito della meccanica, ma la diretta conseguenza della scarsa frequenza di ricarica da parte degli utenti e delle croniche lacune della rete infrastrutturale. Da qui l'esigenza di adottare fattori di calcolo calibrati a livello nazionale, capaci di riflettere le abitudini di mobilità locali, la composizione delle flotte aziendali e l'effettiva disponibilità di colonnine;
  • Spazio ai carburanti rinnovabili: necessità di riconoscere formalmente nei conteggi emissivi l'apporto dei vettori sostenibili — tra cui HVO, biocarburanti avanzati ed e-fuel —, in grado di decarbonizzare fin da subito la quota endotermica dei veicoli ibridi.

Il mercato premia i PHEV, ma l'Italia sconta i ritardi di rete e un parco auto di 13 anni

La battaglia normativa tocca da vicino gli equilibri commerciali italiani, dove i modelli ibridi ricaricabili godono di un consenso superiore rispetto alle vetture a batteria pura: nel nostro Paese le ibride plug-in valgono ormai oltre il 10% delle immatricolazioni complessive, staccando le elettriche pure ferme all'8%. Mettere all'indice o sovraccaricare di imposte questa tecnologia comporterebbe — avverte la Federazione — un immediato rincaro dei listini e l'esclusione dai benefici fiscali, spingendo gli automobilisti a ripiegare sui motori endotermici tradizionali e rallentando il ricambio di un parco circolante europeo la cui età media ha già raggiunto la soglia critica dei 13 anni.
Un paradosso alimentato anche dai colli di bottiglia burocratici della rete energetica nazionale: in Italia, infatti, un punto di ricarica pubblico su otto, benché già fisicamente installato sui marciapiedi e lungo le strade, rimane desolatamente inattivo in attesa dell'allacciamento alla rete elettrica.
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