In un Paese che fa di tutto per mettere il bastone tra le ruote a chi lavora, non poteva mancare la stretta sulle auto aziendali. Il Governo, con la grazia di un parcheggiatore distratto, ha deciso che chi usa l’auto per lavorare deve pagarla più cara. Il fringe benefit sulle vetture aziendali sale, la tassazione pure, e chi pensava di cambiare macchina farebbe meglio a rispolverare la bici del nonno.
Il bello è che la misura non danneggia solo i lavoratori, ma anche le imprese (che già arrancano dietro ai competitor europei), l’industria dell’auto (meno immatricolazioni, meno investimenti) e perfino l’Erario, che si ritroverà con 125 milioni in meno in cassa. Un capolavoro di autolesionismo, degno di un manuale di cattiva amministrazione. E non è neanche la prima volta.
Ricordate il superbollo sulle auto potenti? Avrebbe dovuto riempire le casse dello Stato, ma ha ottenuto l’effetto opposto: gli italiani hanno smesso di comprare auto di lusso, le hanno targate all’estero o le hanno svendute, e il gettito fiscale è crollato. Ora rischiamo di assistere allo stesso spettacolo: meno auto aziendali nuove, meno entrate per lo Stato, più incertezze per chi lavora.
Nel frattempo, mentre il Governo ignora gli allarmi di ANIASA, le aziende si organizzano: i contratti di noleggio si allungano, le auto nuove restano invendute, e i dipendenti con busta paga zavorrata iniziano a fare i conti con l’idea di una vecchia auto come unico benefit. Magari a pedali come i Flintstones, così risparmiamo pure sulla benzina.